ESORTAZIONE APOSTOLICA POST-SINODALE AMORIS LAETITIA DEL SANTO PADRE FRANCESCO AI VESCOVI AI PRETI E AI DIACONI ALLE PERSONE CONSACRATE AGLI SPOSI CRISTIANI E A TUTTI I FEDELI LAICI SULL’AMORE NELLA FAMIGLIA

1. La gioia dell’amore che si sperimenta nelle famiglie è anche la gioia della Chiesa. Come hanno indicato i Padri sinodali, nonostante i numerosi segnali di crisi del matrimonio, «il desiderio di famiglia rimane vivo, soprattutto tra i giovani, e questo motiva la Chiesa»[1]. In risposta a questo desiderio «l’annuncio cristiano riguardo alla famiglia è veramente una buona notizia»[2]. 2. Il cammino sinodale ha permesso di mettere sul tavolo la situazione delle famiglie nel mondo di oggi, allargare lo sguardo e ravvivare la nostra consapevolezza sull’importanza del matrimonio e della famiglia. Allo stesso tempo, la complessità delle questioni sollevate ci ha mostrato la necessità di continuare ad approfondire liberamente alcune questioni dottrinali, morali, spirituali e pastorali. La riflessione di pastori e teologi, se fedeli alla Chiesa, onesti, realistici e creativi, ci aiuterà a trovare maggiore chiarezza. I dibattiti che si verificano nei media o nelle pubblicazioni, e anche tra i ministri della Chiesa, vanno da un desiderio sfrenato di cambiare tutto senza sufficiente riflessione o fondamento, all’atteggiamento di cercare di risolvere tutto applicando norme generali o traendo conclusioni eccessive da alcune riflessioni teologiche. 3. Ricordando che il tempo è superiore allo spazio, desidero riaffermare che non tutte le discussioni dottrinali, morali o pastorali devono essere risolte con interventi magisteriali. Naturalmente nella Chiesa a unità di dottrina e di prassi, ma ciò non impedisce l’esistenza di modi diversi di interpretare alcuni aspetti della dottrina o alcune conseguenze che da essa derivano. Ciò avverrà finché lo Spirito non ci condurrà alla verità intera (cfr Gv 16,13), cioè quando ci introdurrà perfettamente nel mistero di Cristo e noi potremo vedere tutto con il suo sguardo. Inoltre, in ogni Paese o regione si possono ricercare soluzioni più inculturate, attente alle tradizioni e alle sfide locali, perché «le culture sono molto diverse tra loro e ogni principio generale […] ha bisogno di essere inculturato per essere osservato e applicato»[3]. 4. In ogni caso, devo dire che il percorso sinodale ha contenuto una grande bellezza e ha fornito molta luce. Apprezzo tanti contributi che mi hanno aiutato a contemplare i problemi delle famiglie di tutto il mondo in tutta la loro ampiezza. L’insieme degli interventi dei Padri, che ho ascoltato con costante attenzione, mi è sembrato un bel poliedro, fatto di tante legittime preoccupazioni e di domande oneste e sincere. Per questo ho ritenuto opportuno scrivere un’Esortazione Apostolica Postsinodale che raccolga i contributi dei due recenti Sinodi sulla famiglia, aggiungendo altre considerazioni che possano orientare la riflessione, il dialogo o la prassi pastorale e, allo stesso tempo, offrire incoraggiamento, stimolo e aiuto alle famiglie nel loro impegno e nelle loro difficoltà. 5. Questa Esortazione assume un significato speciale nel contesto di quest’Anno Giubileo della Misericordia. In primo luogo, perché la intendo come una proposta per le famiglie cristiane, che le incoraggia a valorizzare i doni del matrimonio e della famiglia, e a sostenere un amore forte e pieno di valori come la generosità, l’impegno, la fedeltà o la pazienza. In secondo luogo, perché vuole incoraggiare tutti ad essere segni di misericordia e di vicinanza là dove la vita familiare non si svolge perfettamente o non si sviluppa con pace e gioia. 6. Nello sviluppo del testo inizierò con un’apertura ispirata alle Sacre Scritture, che fornisce un tono appropriato. Da lì prenderò in considerazione la situazione attuale delle famiglie per rimanere con i piedi per terra. Ricorderò poi alcune questioni elementari dell’insegnamento della Chiesa sul matrimonio e sulla famiglia, per dare origine ai due capitoli centrali, dedicati all’amore. Di seguito metterò in evidenza alcuni percorsi pastorali che guidano a costruire case solide e feconde secondo il disegno di Dio, e dedicherò un capitolo all’educazione dei figli. Poi mi fermerò su un invito alla misericordia e al discernimento pastorale nelle situazioni che non rispondono pienamente a quanto il Signore ci propone, e infine presenterò brevi linee di spiritualità familiare. 7. Per la ricchezza dei due anni di riflessione che il cammino sinodale ha previsto, questa Esortazione affronta, con stili diversi, temi molteplici e diversificati. Ciò spiega la sua inevitabile estensione. Ecco perché sconsiglio una lettura generale affrettata. Può essere meglio utilizzato, sia dalle famiglie che dagli operatori di pastorale familiare, se con pazienza lo approfondiscono pezzo per pezzo o se cercano in esso ciò di cui possono aver bisogno in ogni specifica circostanza. È probabile, ad esempio, che le coppie sposate si identifichino maggiormente con i capitoli quarto e quinto, che gli operatori pastorali abbiano un interesse speciale per il capitolo sesto e che tutti siano molto interpellati dal capitolo ottavo. Auspico che ciascuno, attraverso la lettura, si senta chiamato a prendersi cura con amore della vita delle famiglie, perché esse «non sono un problema, sono soprattutto un’opportunità»[4]. Capitolo primo ALLA LUCE DELLA PAROLA 8. La Bibbia è popolata di famiglie, generazioni, storie d’amore e crisi familiari, dalla prima pagina, dove la famiglia di Adamo ed Eva entra in scena con il suo peso di violenza ma anche con la forza della vita che continua (cfr Gen 4), fino all’ultima pagina dove appaiono le nozze della Sposa e dell’Agnello (cfr Ap 21,2.9). Le due case che Gesù descrive, costruite sulla roccia o sulla sabbia (cfr Mt 7,24-27), sono espressione simbolica di tante situazioni familiari, create dalla libertà dei suoi membri, perché, come scrive il poeta, «ogni casa è un candelabro»[5]. Entriamo ora in una di quelle case, guidati dal Salmista, attraverso un canto che ancora oggi viene proclamato sia nella liturgia nuziale ebraica che in quella Cristiano: «Beato chi teme il Signore e segue le sue vie! Mangerai del lavoro delle tue mani, sarai felice, sarai bene. Tua moglie, come una vite feconda, in mezzo alla tua casa; i tuoi figli come germogli d’ulivo, attorno alla tua tavola. Questa è la benedizione dell’uomo che teme il Signore. Il Signore ti benedica da Sion, possa tu vedere la prosperità di Gerusalemme, tutti i giorni della tua vita; Possa tu vedere i figli dei tuoi figli. Pace a Israele! (Sal 128,1-6). Tu e tua moglie 9. Varchiamo allora la soglia di questa casa serena, con la sua famiglia seduta attorno alla tavola festiva. Al centro troviamo la coppia padre e madre con tutta la loro storia d’amore. In essi si realizza quel disegno primordiale che Cristo stesso evoca con intensità: «Non avete letto che il Creatore in principio li creò maschio e femmina?». (Mt 19,4). E viene ripreso il mandato della Genesi: «Per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due diventeranno una carne sola» (2,24). 10. I due grandi primi capitoli della Genesi ci offrono la rappresentazione della coppia umana nella sua realtà fondamentale. In quel testo iniziale della Bibbia brillano alcune affermazioni decisive. La prima, citata brevemente da Gesù, dichiara: «Dio creò l’uomo a sua immagine, a immagine di Dio lo creò, maschio e femmina li creò» (1,27). Sorprendentemente, l’«immagine di Dio» ha come parallelo esplicativo proprio la coppia «uomo e donna». Questo significa che Dio stesso è sessuale o qualcosa del genere Esiste per lui un compagno divino, come credevano alcune antiche religioni? Ovviamente no, perché sappiamo con quanta chiarezza la Bibbia respingesse come idolatriche queste credenze diffuse tra i Cananei di Terra Santa. La trascendenza di Dio è preservata, ma, poiché Egli è allo stesso tempo Creatore, la fecondità della coppia umana è “immagine” viva ed efficace, segno visibile dell’atto creativo. 11. La coppia che ama e genera vita è la vera «scultura» vivente – non quella di pietra o di oro che il Decalogo vieta – capace di manifestare il Dio creatore e salvatore. Per questo l’amore fecondo diventa simbolo delle realtà intime di Dio (cfr Gen 1,28; 9,7; 17,2-5.16; 28,3; 35,11; 48,3-4). Ecco perché il racconto della Genesi, seguendo la cosiddetta «tradizione sacerdotale», è attraversato da più sequenze genealogiche (cfr 4,17-22.25-26; 5; 10; 11,10-32; 25,1-4.12-17.19-26; 36), perché la capacità generatrice della coppia umana è la via attraverso la quale si sviluppa la storia della salvezza. In questa luce, la relazione feconda della coppia diventa immagine per scoprire e descrivere il mistero di Dio, fondamentale nella visione cristiana della Trinità che contempla in Dio il Padre, il Figlio e lo Spirito d’amore. Dio Trinità è comunione d’amore e la famiglia è il suo riflesso vivente. Ci illuminano le parole di san Giovanni Paolo II: «Il nostro Dio, nel suo mistero più intimo, non è solitudine, ma famiglia, poiché porta dentro di sé la paternità, la filiazione e l’essenza della famiglia che è l’amore. Questo amore, nella famiglia divina, è lo Spirito Santo»[6]. La famiglia non è quindi qualcosa di estraneo alla stessa essenza divina[7]. Questo aspetto trinitario della coppia trova una nuova rappresentazione nella teologia paolina quando l’Apostolo lo collega al «mistero» dell’unione tra Cristo e la Chiesa (cfr Ef 5,21-33). 12. Ma Gesù, nella sua riflessione sul matrimonio, ci rimanda ad un’altra pagina della Genesi, capitolo 2, dove appare un mirabile ritratto della coppia con dettagli luminosi. Scegliamone solo due. La prima è l’inquietudine dell’uomo che cerca «un aiuto reciproco» (vv. 18.20), capace di risolvere quella solitudine che lo turba e che non è placata dalla vicinanza degli animali e di tutto il creato. L’espressione ebraica originaria ci rimanda a un rapporto diretto, quasi “frontale” – occhi negli occhi – in un dialogo anche tacito, perché nell’amore i silenzi sono solitamente più eloquenti delle parole. È l’incontro con un volto, con un “tu” che riflette l’amore divino ed è “principio della fortuna, aiuto simile a essa e colonna di sostegno” (Si 36,24), come dice un saggio biblico. Oppure, come esclamerà la donna del Cantico dei Cantici, in una mirabile professione di amore e di donazione nella reciprocità: «Il mio diletto è mio e io sono sua […] Io sono per il mio diletto e il mio diletto è per me» (2,16; 6,3). 13. Da questo incontro, che guarisce la solitudine, emergono la generazione e la famiglia. Questo è il secondo dettaglio che possiamo evidenziare: Adamo, che è anche l’uomo di tutti i tempi e di tutte le regioni del nostro pianeta, insieme alla sua sposa, dà origine ad una nuova famiglia, come ripete Gesù citando la Genesi: «Si unirà a sua moglie e i due diventeranno una carne sola» (Mt 19,5; cfr Gen 2,24). Il verbo “unire” nell’originale ebraico indica un’armonia intima, un’adesione fisica e interiore, al punto da essere usato per descrivere l’unione con Dio: “L’anima mia è unita a te” (Sal 63,9), canta l’orante. L’unione coniugale è così evocata non solo nella sua dimensione sessuale e corporea, ma anche nella sua volontaria donazione d’amore. Il frutto di questa unione è l'”essere una sola carne”, sia nell’abbraccio fisico, sia nell’unione dei cuori e delle vite e, forse, nel bambino che nascerà dai due, che porterà in sé, unendoli non solo geneticamente ma anche spiritualmente, le due “carni”. I tuoi figli sono come germogli di ulivo 14. Ritorniamo al canto del Salmista. Lì compaiono, all’interno della casa dove sono seduti a tavola l’uomo e la moglie, i figli che li accompagnano «come germogli di ulivo» (Sal 128,3), cioè pieni di energia e di vitalità. Se i genitori sono come le fondamenta della casa, i figli sono come le “pietre vive” della famiglia (cfr 1 Pt 2,5). È significativo che nell’Antico Testamento la parola che compare più volte dopo il divino (yhwh, il “Signore”) sia “figlio” (ben), parola che rimanda al verbo ebraico che significa “costruire”. (bana). Per questo, nel Salmo 127, il dono dei figli è esaltato con immagini che rimandano sia alla costruzione di una casa, sia alla vita sociale e commerciale che si svolgeva presso la porta della città: «Se il Signore non costruisce la casa, i muratori si stancano invano; L’eredità che dà il Signore sono i figli; il loro salario è il frutto del grembo materno: i figli della giovinezza sono frecce nella mano del guerriero; Beato l’uomo che ne riempie la faretra: non sarà vinto quando litigherà con il suo avversario sulla piazza» (vv. 1,3-5). È vero che queste immagini riflettono la cultura di una società antica, ma la presenza dei figli è comunque segno della pienezza della famiglia nella continuità della stessa storia di salvezza, di generazione in generazione. 15. In questa luce possiamo cogliere un’altra dimensione della famiglia. Sappiamo che il Nuovo Testamento parla della «Chiesa che si riunisce nella casa» (cfr 1 Cor 16,19; Rm 16,5; Col 4,15; Fm 2). Lo spazio abitativo di una famiglia può trasformarsi in una chiesa domestica, sede dell’Eucaristia, della presenza di Cristo seduto alla stessa mensa. Indimenticabile la scena dipinta nell’Apocalisse: «Sto alla porta e busso: se qualcuno mi ascolta e mi apre, entrerò e mangeremo insieme» (3,20). così si delinea una casa che porta in sé la presenza di Dio, la preghiera comune e, quindi, la benedizione del Signore. Così afferma il Salmo 128, che prendiamo a spunto: «Il Signore ti benedica da Sion» (v. 5). 16. La Bibbia considera la famiglia anche come sede del catechismo dei bambini. Ciò traspare nella descrizione della celebrazione pasquale (cfr Es 12,26-27; Dt 6,20-25), e si è poi esplicitato nella haggadah ebraica, cioè nel racconto dialogico che accompagna il rito della cena pasquale. Inoltre, un Salmo esalta l’annuncio familiare di fede: «Ciò che abbiamo udito e imparato, ciò che ci hanno detto i nostri padri, non lo nasconderemo ai loro figli, lo racconteremo alla generazione futura: le lodi del Signore, la sua potenza, i prodigi che ha operato. Egli stabilì infatti un regolamento per Giacobbe, diede una legge a Israele: comandò ai nostri padri di insegnarla ai loro figli, perché lo conoscessero la generazione successiva e i figli che sarebbero nati dopo. Si alzino e lo raccontino ai loro figli. esso» (Sal 78,3-6). La famiglia, quindi, è il luogo dove i genitori diventano i primi maestri della fede per i propri figli. È un lavoro artigianale, da persona a persona: «Quando domani tuo figlio ti domanderà […] tu gli risponderai…» (Es 13,14). Così le diverse generazioni canteranno il loro canto al Signore: «i giovani e anche le fanciulle, i vecchi insieme ai bambini» (Sal 148,12). 17. I genitori hanno il dovere di compiere con serietà la loro missione educativa, come spesso insegnano i saggi della Bibbia (cfr Pr 3,11-12; 6,20-22; 13,1; 29,17). I figli sono chiamati ad accogliere e a praticare il comandamento: «Onora tuo padre e tua madre» (Es 20,12), dove il verbo «onorare» indica il adempimento degli impegni familiari e sociali nella loro pienezza, senza trascurarli con scuse religiose (cfr Mc 7,11-13). Infatti, «chi onora suo padre espia i suoi peccati, chi rispetta sua madre accumula tesori» (Si 3,3-4). 18. Il Vangelo ci ricorda anche che i figli non sono proprietà della famiglia, ma hanno davanti a sé il proprio cammino di vita. Se è vero che Gesù si presenta come modello di obbedienza ai suoi genitori terreni, sottomettendosi ad essi (cfr Lc 2,51), è anche vero che Egli mostra che la scelta di vita del figlio e la propria vocazione cristiana possono richiedere una separazione per compiere la propria dedizione al Regno di Dio (cfr Mt 10,34-37; Lc 9,59-62). Inoltre, all’età di dodici anni, egli stesso risponde a Maria e Giuseppe che ha un’altra, più alta missione da compiere al di là della sua famiglia storica (cfr Lc 2,48-50). Per questo esalta la necessità di altri legami, anche molto profondi all’interno delle relazioni familiari: «Questi sono mia madre e i miei fratelli: coloro che ascoltano la Parola di Dio e la mettono in pratica» (Lc 8,21). D’altronde, nell’attenzione che riserva ai bambini – considerati nella società del Vicino Oriente antico come soggetti senza particolari diritti e addirittura come oggetti di possesso familiare – Gesù arriva fino a presentarli agli adulti quasi come maestri, per la loro semplice e spontanea fiducia negli altri: «In verità vi dico: se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli. Di Chi dunque si farà piccolo come questo bambino, sarà il più grande nel regno dei cieli» (Mt 18,3-4). Un cammino di sofferenza e di sangue 19. L’idillio espresso nel Salmo 128 non smentisce un’amara realtà che segna tutta la Sacra Scrittura. È la presenza del dolore, del male e della violenza che spezzano la vita della famiglia e la sua intima comunione di vita e di amore. Non ha senso il discorso di Cristo sul matrimonio (cfr Mt 19,3-9) si inserisce in una disputa sul divorzio. La Parola di Dio è una testimonianza costante di questa dimensione oscura che si apre già all’inizio quando, con il peccato, il rapporto di amore e di purezza tra l’uomo e la donna si trasforma in dominio: «Desidererai tuo marito ed egli ti dominerà» (Gn 3,16). tra i figli e le mogli dei patriarchi Abramo, Isacco e Giacobbe, per arrivare poi alle tragedie che insanguinano la famiglia di Davide, alle molteplici difficoltà familiari che confluiscono nel racconto di Tobia o nell’amara confessione dell’abbandonato Giobbe: «Ha allontanato da me i miei parenti, i miei conoscenti mi considerano un estraneo […] Finché la mia vita disgusta mia moglie, disgusto i miei stessi fratelli» (Gb 19,13.17. Gesù stesso nasce in una famiglia modesta che dovrà presto). fugge in terra straniera. Entra nella casa di Pietro dove la suocera è malata (Mc 1,30-31), si lascia coinvolgere nel dramma della morte nella casa di Giairo o nella casa di Lazzaro (cfr Mc 5,22-24,35-43); Ode il grido disperato della vedova di Nain davanti al figlio morto (cfr Lc 7,11-15), sente il grido del padre dell’epilettico in un paesino di campagna (cfr Mt 9,9-13; Lc 19,1-10). Trova nelle proprie case pubblicani come Matteo o Zaccheo, e anche peccatori, come la donna che irrompe nella casa del fariseo (cfr Lc 7,36-50). Conosce le ansie e le tensioni delle famiglie incorporandole nelle sue parabole: dai bambini che escono di casa per tentare qualche avventura (cfr Lc 15,11-32) ai bambini difficili dai comportamenti inspiegabili (cfr Mt 21,28-31) o vittime di violenza (cfr Mc 12,1-9) o per mancanza di vino presenza degli ospiti (cfr Mt 22,1-10), così come conosce l’incubo della perdita di una moneta in una famiglia povera (cfr Lc 15,8-10). In questo breve percorso possiamo vedere che la Parola di Dio non si mostra come una sequenza di tesi astratte, ma come compagna di viaggio anche per le famiglie che sono in crisi o in mezzo a qualche dolore, e indica loro la meta del viaggio, quando Dio «asciugherà le lacrime dai loro occhi. Ci sarà non ci sarà più morte, né lutto, né pianto, né dolore» (Ap 21,4). presentato come un lavoratore, che con il lavoro delle sue mani può sostenere il benessere fisico e la serenità della sua famiglia: «Mangerai del lavoro delle tue mani, sarai felice, sarai felice» (v. 2). Che il lavoro sia parte fondamentale della dignità della vita umana lo si deduce fin dalle prime pagine della Bibbia, quando si dichiara che «Dio prese l’uomo e lo pose nel giardino dell’Eden, perché lo custodisse e lo coltivasse» (Gen 2,15). È la rappresentazione dell’operaio che trasforma la materia e si avvale delle energie del creato, generando il “pane del tuo sudore” (Sal 127,2), oltre a coltivare se stesso. 24. Il lavoro rende possibile allo stesso tempo lo sviluppo della società, il sostegno della famiglia e anche la sua stabilità e fecondità: «Possa tu vedere la prosperità di Gerusalemme tutti i giorni della tua vita; affinché tu possa vedere i figli dei tuoi figli» (Sal 128,5-6). Nel libro dei Proverbi è presente anche il compito della madre di famiglia, il cui lavoro è descritto in tutte le sue particolarità quotidiane, attirando la lode del marito e dei figli (cfr 31,10-31). Lo stesso apostolo Paolo era orgoglioso di aver vissuto senza essere di peso agli altri, perché lavorava con le sue mani e così si assicurava il sostentamento (cfr At 18,3; 1 Cor 4,12; 9,12). Era talmente convinto della necessità del lavoro da stabilire una regola ferrea per le sue comunità: «Se qualcuno non vuole lavorare, non mangi» (2 Ts 3,10; cfr 1 Ts 4,11). comprende che la disoccupazione e la precarietà del lavoro si trasformano in sofferenza, come ricorda il libretto di Rut e come Gesù ricorda nella parabola degli operai seduti, nell’ozio forzato, sulla piazza della città (cfr Mt 20,1-16), o come la sperimenta nel fatto stesso di essere spesso circondato da bisognosi e affamati. Questo è ciò che la società sta vivendo tragicamente in molti Paesi, e questa assenza di fonti di lavoro incide in modi diversi sulla serenità delle famiglie. 26. Né possiamo dimenticare la degenerazione che il peccato introduce nella società quando gli esseri umani si comportano come tiranni di fronte alla natura, devastandola, usandola in modo egoistico e perfino brutale. Le conseguenze sono allo stesso tempo la desertificazione del suolo (cfr Gen 3,17-19) e gli squilibri economici e sociali, contro i quali si leva con chiarezza la voce dei profeti, da Elia (cfr 1 Re 21) alle parole che Gesù stesso pronuncia contro l’ingiustizia (cfr Lc 12,13-21; 16,1-31). La tenerezza dell’abbraccio 27. Cristo ha introdotto come emblema dei suoi discepoli soprattutto la legge dell’amore e del dono di sé agli altri (cfr Mt 22,39; Gv 13,34), e lo ha fatto attraverso un principio che un padre o una madre sono soliti testimoniare nella propria esistenza: «Nessuno ha un amore più grande di quello che dà la vita per i propri amici» (Gv 15,13). Anche la misericordia e il perdono sono frutto dell’amore. In questa linea, la scena che Mostra un’adultera sulla spianata del tempio di Gerusalemme, circondata dai suoi accusatori, e poi sola con Gesù che non la condanna e la invita a una vita più dignitosa (cfr Gv 8,1-11). 28. Nell’orizzonte dell’amore, centrale nell’esperienza cristiana del matrimonio e della famiglia, spicca anche un’altra virtù, un po’ ignorata in questi tempi di relazioni frenetiche e superficiali: la tenerezza. Torniamo al dolce e intenso Salmo 131. Come notato anche in altri testi (cfr Es 4,22; Is 49,15; Sal 27,10), l’unione tra i fedeli e il loro Signore si esprime con tratti di amore paterno o materno. Qui appare la delicata e tenera intimità che esiste tra la madre e il suo bambino, un neonato che dorme tra le braccia della madre dopo essere stato allattato. Si tratta – come lo esprime la parola ebraica gamul – di un bambino già svezzato, che si aggrappa coscientemente alla madre che lo porta sul suo seno. Si tratta quindi di un’intimità consapevole e non meramente biologica. Per questo il salmista canta: «Il mio interno è nella pace e nel silenzio, come un bambino svezzato in grembo a sua madre» (Sal 131,2). Parallelamente, possiamo passare a un’altra scena, dove il profeta Osea mette nella bocca di Dio padre queste commoventi parole: «Quando Israele era giovane, io lo amavo […] Insegnai a Efraim a camminare, lo sollevai tra le mie braccia […] Con corde umane, con cinghie d’amore lo attirai; Io sono stato per loro come chi solleva un bambino contro la sua guancia: mi sono prostrato e gli ho dato da mangiare» (11,1.3-4). 29. Con Con questa visione, fatta di fede e di amore, di grazia e di impegno, della famiglia umana e della Trinità divina, contempliamo la famiglia che la Parola di Dio affida nelle mani dell’uomo, della donna e dei figli perché formino una comunione di persone che sia immagine dell’unione tra il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo. L’attività generativa ed educativa è, a sua volta, riflesso dell’opera creatrice del Padre. La famiglia è chiamata a condividere la preghiera quotidiana, la lettura della Parola di Dio e la comunione eucaristica per far crescere l’amore e diventare sempre più tempio dove abita lo Spirito. 30. Davanti a ciascuna famiglia è presentata l’icona della famiglia di Nazareth, con la sua quotidianità fatta di fatica e anche di incubi, come quando dovette subire l’incomprensibile violenza di Erode, esperienza che si ripete tragicamente anche oggi in tante famiglie di fuggiaschi scartati e indifesi. Come i Magi, le famiglie sono invitate a contemplare il Bambino e la Madre, a prostrarsi e ad adorarlo (cfr Mt 2,11). Come Maria, sono esortati a vivere con coraggio e serenità le tristi ed emozionanti sfide familiari, e a custodire e meditare nel loro cuore le meraviglie di Dio (cfr Lc 2,19.51). Nel tesoro del cuore di Maria ci sono anche tutte le vicende di ciascuna delle nostre famiglie, che Ella custodisce con cura. Per questo può aiutarci a interpretarli per riconoscere il messaggio di Dio nella storia familiare. Secondo capitolo REALTÀ E SFIDE DELLE FAMIGLIE 31. Il bene della famiglia è decisivo per il futuro del mondo e della Chiesa. Sono innumerevoli le analisi che sono state fatte sul matrimonio e sulla famiglia, sulle loro difficoltà e sfide attuali. È salutare prestare attenzione alla realtà concreta, perché «anche negli avvenimenti stessi della storia risuonano le esigenze e gli appelli dello Spirito Santo», attraverso i quali «la Chiesa può essere guidata ad una comprensione più profonda del mistero inesauribile del matrimonio e della famiglia»[8]. Non intendo presentare qui tutto quello che si potrebbe dire sulle varie questioni legate alla famiglia nel contesto attuale. Ma, dato che i Padri sinodali hanno guardato alla realtà delle famiglie nel mondo, ritengo opportuno raccogliere alcuni dei loro contributi pastorali, aggiungendo altre preoccupazioni che provengono dalla mia prospettiva. Situazione attuale della famiglia 32. «Fedeli all’insegnamento di Cristo, guardiamo la realtà della famiglia oggi in tutta la sua complessità, nelle sue luci e ombre […] Il cambiamento antropologico-culturale influenza oggi tutti gli aspetti della vita e richiede un approccio analitico e diversificato»[9]. Nel contesto di alcuni decenni fa, i Vescovi di Spagna riconoscevano già una realtà domestica con più spazi di libertà, «con un’equa distribuzione degli oneri, delle responsabilità e dei compiti […] Valorizzando maggiormente la comunicazione personale tra i coniugi, si contribuisce a umanizzare l’insieme la convivenza familiare […] Né la società in cui viviamo né quella verso la quale ci muoviamo consentono la sopravvivenza indiscriminata di forme e modelli del passato»[10]. Ma «siamo consapevoli della direzione che stanno prendendo i cambiamenti antropologico-culturali, per cui gli individui sono meno sostenuti che in passato dalle strutture sociali nella loro vita affettiva e familiare»[11]. 33. D’altra parte, «bisogna considerare il pericolo crescente rappresentato da un individualismo esasperato che distorce i legami familiari e finisce per considerare ciascun membro della famiglia come un’isola, facendo prevalere, in certi casi, l’idea di un soggetto costruito secondo i propri desideri assunti con carattere assoluto»[12]. «Le tensioni indotte da un’esagerata cultura individualistica del possesso e del godimento generano dinamiche di intolleranza e aggressività all’interno delle famiglie»[13]. Vorrei aggiungere i ritmi di vita attuali, lo stress, l’organizzazione sociale e lavorativa, perché sono fattori culturali che mettono a rischio la possibilità di opzioni permanenti. Allo stesso tempo, troviamo fenomeni ambigui. Ad esempio, esiste una personalizzazione che si concentra sull’autenticità anziché sulla riproduzione di comportamenti prescritti. È un valore che può promuovere capacità e spontaneità diverse, ma che, se mal indirizzato, può creare atteggiamenti di permanente sospetto, fuga dagli impegni, reclusione nell’agio, arroganza. La libertà di scelta permette di progettare la propria vita e di coltivare il meglio di sé, ma se non si hanno obiettivi nobili e una disciplina personale, essa degenera nell’incapacità di donarsi generosamente. Infatti, in molti Paesi dove diminuisce il numero dei matrimoni, aumenta il numero di persone che decidono di vivere sole, o che convivono senza convivere. Possiamo evidenziare anche un lodevole senso di giustizia; ma, frainteso, trasforma i cittadini in clienti che chiedono solo servizi. 34. Se questi rischi si trasferiscono sul modo di intendere la famiglia, essa può diventare un luogo di passaggio, dove si va quando ci sembra conveniente, o dove si va a rivendicare diritti, mentre i legami vengono abbandonati alla mutevole precarietà dei desideri e delle circostanze. In fondo, oggi è facile confondere la libertà autentica con l’idea che ciascuno giudichi come meglio crede, come se al di là degli individui non ci fossero verità, valori, principi a guidarci, come se tutto fosse uguale e tutto dovesse essere permesso. In questo contesto l’ideale coniugale, con l’impegno all’esclusività e alla stabilità, finisce per essere devastato dalle convenienze circostanziali o dai capricci della sensibilità. Si teme la solitudine, si desidera uno spazio di protezione e di fedeltà, ma allo stesso tempo cresce il timore di restare intrappolati da una relazione che potrebbe rinviare la realizzazione delle aspirazioni personali. 35. Il I cristiani non possono rinunciare a proporre il matrimonio per non contraddire la sensibilità corrente, per essere alla moda, o per senso di inferiorità di fronte al disastro morale e umano. Priveremmo il mondo dei valori a cui possiamo e dobbiamo apportare. È vero che non ha senso fermarsi a una denuncia retorica dei mali attuali, come se con essa si potesse cambiare qualcosa. Né è utile cercare di imporre regole con la forza dell’autorità. Possiamo fare uno sforzo più responsabile e generoso, che consiste nel presentare le ragioni e le motivazioni della scelta del matrimonio e della famiglia, affinché le persone siano meglio disposte a rispondere alla grazia che Dio offre loro. 36. Allo stesso tempo dobbiamo essere umili e realisti, riconoscere che talvolta il nostro modo di presentare le convinzioni cristiane e il modo in cui trattiamo le persone hanno contribuito a causare ciò di cui oggi ci rammarichiamo, motivo per cui abbiamo una sana reazione di autocritica. D’altra parte, spesso presentiamo il matrimonio in modo tale che il suo scopo unitivo, la chiamata a crescere nell’amore e l’ideale dell’aiuto reciproco, siano stati messi in ombra da un’enfasi quasi esclusiva sul dovere della procreazione. Né abbiamo fornito un buon sostegno ai nuovi matrimoni nei primi anni, con proposte che si adattino ai loro orari, alle loro lingue e alle loro preoccupazioni più specifiche. Altre volte abbiamo presentato anche un ideale teologico del matrimonio astratte, quasi costruite artificiosamente, lontane dalla situazione concreta e dalle effettive possibilità delle famiglie reali. Questa eccessiva idealizzazione, soprattutto quando non abbiamo risvegliato la fiducia nella grazia, non ha reso il matrimonio più desiderabile e attraente, ma al contrario. 37. Per molto tempo abbiamo creduto che insistendo semplicemente su questioni dottrinali, bioetiche e morali, senza motivare l’apertura alla grazia, potessimo sostenere sufficientemente le famiglie, consolidare il legame dei coniugi e riempire di significato la loro vita condivisa. Abbiamo difficoltà a presentare il matrimonio più come un percorso dinamico di sviluppo e di realizzazione che come un peso da portare per tutta la vita. È difficile anche per noi lasciare spazio alla coscienza dei fedeli, che spesso rispondono al meglio al Vangelo in mezzo ai suoi limiti e possono sviluppare il proprio discernimento nelle situazioni in cui tutti gli schemi sono rotti. Siamo chiamati a formare le coscienze, ma non a cercare di sostituirci ad esse. 38. Dobbiamo essere grati che la maggior parte delle persone valorizzi le relazioni familiari che vogliono durare nel tempo e che assicurano il rispetto degli altri. Per questo è apprezzato che la Chiesa offra spazi di sostegno e consulenza su questioni legate alla crescita dell’amore, al superamento dei conflitti o all’educazione dei figli. Molti stimano la forza della grazia che sperimentano nella Riconciliazione sacramentale e nell’Eucaristia, che permette loro di affrontare le sfide del matrimonio e della famiglia. In alcuni Paesi, soprattutto in diverse parti dell’Africa, il secolarismo non è riuscito a indebolire alcuni valori tradizionali, e in ogni matrimonio si realizza una forte unione tra due famiglie allargate, dove è ancora preservato un sistema ben definito di gestione dei conflitti e delle difficoltà. Nel mondo di oggi apprezziamo anche la testimonianza di matrimoni che non solo sono durati nel tempo, ma continuano a sostenere un progetto comune e a conservare gli affetti. Ciò apre la porta a una pastorale positiva e accogliente, che rende possibile un graduale approfondimento delle esigenze del Vangelo. Tuttavia, molte volte abbiamo agito sulla difensiva e speso energie pastorali per raddoppiare l’attacco al mondo decadente, con scarsa capacità proattiva nel mostrare percorsi verso la felicità. Molti non ritengono che il messaggio della Chiesa sul matrimonio e sulla famiglia sia stato un chiaro riflesso della predicazione e degli atteggiamenti di Gesù che, pur proponendo un ideale esigente, non ha mai perso la vicinanza compassionevole verso i fragili, come la donna samaritana o la donna adultera. 39. Ciò non significa non accorgersi della decadenza culturale che non promuove l’amore e la dedizione. Le consultazioni precedenti gli ultimi due sinodi hanno messo in luce diversi sintomi della “cultura del provvisorio”. Mi riferisco, ad esempio, alla velocità con cui le persone Passano da una relazione emotiva all’altra. Credono che l’amore, come i social network, possa essere connesso o disconnesso come desidera il consumatore e persino bloccato rapidamente. Penso anche alla paura suscitata dalla prospettiva di un impegno permanente, all’ossessione del tempo libero, di relazioni che misurano costi e benefici e vengono mantenute solo se sono un mezzo per rimediare alla solitudine, per avere protezione o per ricevere qualche servizio. Ciò che accade con gli oggetti e l’ambiente si trasferisce nei rapporti affettivi: tutto è usa e getta, ognuno usa e butta via, spende e rompe, usa e schiaccia finché serve. Allora arrivederci! Il narcisismo rende le persone incapaci di guardare oltre se stesse, i propri desideri e bisogni. Ma chi usa gli altri prima o poi finisce per essere usato, manipolato e abbandonato con la stessa logica. È sorprendente che le rotture avvengano spesso negli anziani che cercano una sorta di “autonomia” e rifiutano l’ideale di invecchiare insieme, prendendosi cura e sostenendosi a vicenda. 40. «A rischio di semplificare, potremmo dire che esiste una cultura che spinge molti giovani a non poter formare una famiglia perché privati di opportunità future. Ma quella stessa cultura concede a molti altri, al contrario, così tante opportunità che anch’essi sono dissuasi dal fondare una famiglia»[14]. In alcuni Paesi, molti giovani «sono spesso portati a rinviare le nozze problemi economici, lavorativi o di studio. Talvolta, per altri motivi, come l’influenza di ideologie che svalutano il matrimonio e la famiglia, l’esperienza del fallimento di altre coppie alle quali non vogliono esporsi, la paura di qualcosa che considerano troppo grande e sacro, le opportunità sociali e i vantaggi economici derivati dalla convivenza, una concezione puramente emotiva e romantica dell’amore, il timore di perdere la propria libertà e indipendenza, il rifiuto di tutto ciò che è concepito come istituzionale e burocratico»[15]. Occorre trovare parole, motivazioni e testimonianze che ci aiutino a toccare le fibre più intime dei giovani, là dove sono più capaci di generosità, impegno, amore e perfino eroismo, per invitarli ad accettare con entusiasmo e coraggio la sfida del matrimonio. 41. I Padri sinodali hanno fatto riferimento alle attuali «tendenze culturali che sembrano imporre un’affettività senza limiti, […] un’affettività narcisistica, instabile e mutevole, che non sempre aiuta i soggetti a raggiungere una maggiore maturità». Essi si sono detti preoccupati per “una certa diffusione della pornografia e della commercializzazione del corpo, favorita tra l’altro da un uso squilibrato di Internet”, e per “la situazione delle persone costrette a esercitare la prostituzione”. In questo contesto, “i coniugi spesso si sentono insicuri, indecisi e hanno difficoltà a trovare soluzioni per farlo crescere. Ci sono molti che tendono a rimanere nelle fasi primarie della vita emotiva e sessuale. La crisi tra i coniugi destabilizza la famiglia e, attraverso le separazioni e i divorzi, può avere gravi conseguenze sugli adulti, sui figli e sulla società, indebolendo i legami individuali e sociali»[16]. Le crisi coniugali sono spesso «affrontate in modo superficiale e senza il coraggio della pazienza, del dialogo sincero, del perdono reciproco, della riconciliazione e anche del sacrificio. Dai fallimenti nascono nuove relazioni, nuove coppie, nuove unioni e nuovi matrimoni, creando situazioni familiari complesse e problematiche per l’opzione cristiana»[17]. Le biotecnologie hanno avuto un forte impatto anche sui tassi di natalità”[18]. A questi si aggiungono altri fattori come “l’industrializzazione, la rivoluzione sessuale, la paura della sovrappopolazione, i problemi economici. La società dei consumi può anche scoraggiare le persone dal fare figli pur di mantenere la propria libertà e il proprio stile di vita”[19]. È vero che la retta coscienza di i mariti, quando sono stati molto generosi nella comunicazione della vita, possono guidarli alla decisione di limitare il numero dei figli per ragioni sufficientemente serie, ma anche, «per amore di questa dignità della coscienza, la Chiesa respinge con tutte le sue forze gli interventi coercitivi dello Stato a favore della contraccezione, della sterilizzazione e perfino dell’aborto»[20]. Queste misure sono inaccettabili anche in luoghi ad alto tasso di natalità, ma colpisce che i politici le incoraggino anche in alcuni paesi che soffrono la tragedia di un tasso di natalità molto basso. Come hanno indicato i Vescovi della Corea, questo significa “agire in modo contraddittorio e trascurare il proprio dovere”[21]. 43. L’indebolimento della fede e della pratica religiosa in alcune società colpisce le famiglie e le lascia più sole di fronte alle loro difficoltà. I Padri affermavano che “una delle povertà più grandi della cultura odierna è la solitudine, conseguenza dell’assenza di Dio nella vita delle persone e della fragilità delle relazioni. Ugualmente, si avverte un generale sentimento di impotenza di fronte alla realtà socioeconomica, che spesso finisce per schiacciare le famiglie […] Spesso le famiglie si sentono abbandonate dal disinteresse e dalla disattenzione delle istituzioni. Le conseguenze negative dal punto di vista dell’organizzazione sociale sono evidenti: dalla crisi demografica alle difficoltà educative, dalla stanchezza nell’accogliere i bisogni vita nascente al sentimento la presenza degli anziani come peso, fino al dilagare di un disagio emotivo che talvolta arriva alla violenza. Spetta allo Stato creare le condizioni legislative e lavorative per garantire il futuro dei giovani e aiutarli a realizzare il loro progetto di formazione familiare»[22]. 44. La mancanza di un alloggio dignitoso o adeguato porta solitamente a rinviare la formalizzazione di una relazione. Si deve ricordare che «la famiglia ha diritto ad un alloggio dignitoso, adeguato alla vita familiare e proporzionato al numero dei suoi componenti, in un ambiente fisicamente sano, che offra i servizi essenziali per la vita della famiglia e della comunità»[23]. Una famiglia e una casa Sono due cose che si reclamano a vicenda. Questo esempio dimostra che dobbiamo insistere sui diritti della famiglia, e non solo sui diritti individuali. La famiglia è un bene di cui la società non può fare a meno, ma che deve essere tutelata[24]. autorità pubbliche in campo giuridico, economico, sociale e fiscale»[26]. Talvolta è drammatica l’angoscia delle famiglie quando, di fronte alla malattia di una persona cara, non possono hanno accesso a servizi sanitari adeguati, o quando il tempo senza accesso a un lavoro dignitoso è prolungato. «La coercizione economica esclude l’accesso della famiglia all’istruzione, alla vita culturale e alla vita sociale attiva. L’attuale sistema economico produce diverse forme di esclusione sociale. Le famiglie soffrono in particolare dei problemi legati al lavoro. Le possibilità per i giovani sono poche e l’offerta di lavoro è molto selettiva e precaria. Le giornate lavorative sono lunghe e spesso aggravate da lunghi tempi di viaggio. Ciò non aiuta i membri della famiglia a ritrovarsi tra loro e con i propri figli, per nutrire le loro relazioni quotidiane»[27]. 45. «Sono molti i bambini che nascono fuori dal matrimonio, soprattutto in alcuni Paesi, e molti che poi crescono con uno solo dei genitori o in un contesto familiare allargato o ricostituito […] D’altra parte, lo sfruttamento sessuale dell’infanzia costituisce una delle realtà più scandalose e perverse della società odierna. Allo stesso modo, nelle società colpite dalla violenza dovuta alla guerra, terrorismo o la presenza della criminalità organizzata, si verificano situazioni familiari deteriorate e, soprattutto nelle grandi metropoli e nelle loro periferie, cresce il cosiddetto fenomeno dei bambini di strada scuole e nelle comunità e istituzioni cristiane[29]. 46. Le migrazioni «rappresentano un altro segno dei tempi che deve essere affrontato e compreso con tutte le conseguenze sulla vita familiare»[30]. L’ultimo Sinodo ha dato grande importanza a questo problema, affermando che “esso riguarda, in modi diversi, intere popolazioni in varie parti del mondo. La Chiesa ha avuto un ruolo importante in questo ambito. L’esigenza di mantenere e sviluppare questa testimonianza evangelica (cfr Mt 25,35) appare oggi più che mai urgente […] La mobilità umana, che corrisponde al movimento storico naturale delle persone, può rivelare un’autentica ricchezza, sia per la famiglia che emigra, sia per il Paese che l’accoglie. Un’altra cosa è la migrazione forzata. delle famiglie come conseguenza di situazioni di guerra, di persecuzione, di povertà, di ingiustizia, segnati dalle vicissitudini di un cammino che spesso mette a rischio la vita, traumatizza le persone e destabilizza le famiglie. L’accompagnamento dei migranti richiede una pastorale specifica, diretta sia alle famiglie che emigrano, sia ai membri dei nuclei familiari che restano nei luoghi di origine. tradizioni, anche attraverso una pastorale specifica […] Le esperienze migratorie sono particolarmente drammatiche e devastanti, sia per le famiglie che per i singoli individui, quando avvengono al di fuori della legalità e sono alimentati dai circuiti internazionali della tratta di esseri umani. Anche quando riguardano donne o bambini non accompagnati, costretti a soggiornare per lunghi periodi in luoghi di passaggio tra un Paese e l’altro, nei campi profughi, dove non è possibile iniziare un percorso di integrazione. La povertà estrema, e altre situazioni di disgregazione, inducono talvolta anche le famiglie a vendere i propri figli per la prostituzione o il traffico di organi».[31] «Le persecuzioni dei cristiani, come anche quelle delle minoranze etniche e religiose, in molte parti del mondo, soprattutto in Medio Oriente, costituiscono una grande prova: non solo per la Chiesa, ma per l’intera comunità internazionale. Occorre sostenere ogni sforzo per facilitare la permanenza delle famiglie e delle comunità cristiane nei Paesi di origine»[32]. 47. Un’attenzione speciale i Padri dedicano anche «alle famiglie delle persone con disabilità, nelle quali detto handicap, che irrompe nella vita, genera una sfida profonda e inaspettata, e sconvolge equilibri, desideri e attese […] Le famiglie che accettano con amore la difficile prova di un figlio disabile meritano grande ammirazione. Esse donano alla Chiesa e alla società una preziosa testimonianza di fedeltà al dono della vita. La famiglia potrà scoprire, insieme alla comunità cristiana, nuovi gesti e linguaggi, forme di comprensione e identità, nel cammino dell’accoglienza e della cura del mistero della fragilità. Le persone con disabilità sono un dono e un’opportunità per la famiglia di crescere nell’amore, nell’aiuto reciproco e nell’unità […] La famiglia che accetta la presenza delle persone con disabilità con lo sguardo della fede saprà riconoscere e garantire la qualità e il valore di ogni vita, con i suoi bisogni, i suoi diritti e le sue opportunità. Tale famiglia offrirà assistenza e cura, promuoverà compagnia e affetto, in ogni fase della vita»[33]. Voglio sottolineare che l’attenzione dedicata sia ai migranti che alle persone con disabilità è un segno dello Spirito. Perché entrambe le situazioni sono paradigmatiche: mettono in gioco soprattutto come viene vissuta oggi la logica dell’accoglienza misericordiosa e dell’integrazione dei più fragili. 48. «La maggior parte delle famiglie rispetta gli anziani, li circonda di affetto e li considera una benedizione. spiritualmente e socialmente […] Nelle società altamente industrializzate, dove il loro numero aumenta, mentre il tasso di natalità diminuisce, corrono il rischio di essere percepiti come un peso. D’altra parte, le cure di cui necessitano mettono spesso a dura prova i loro cari»[34]. «Valorizzare la fase conclusiva della vita è oggi ancora più necessario, perché nella società odierna si tratta di annullare in ogni modo possibile il momento del transito. La fragilità e la dipendenza degli anziani vengono talvolta sfruttate ingiustamente per ottenere vantaggi economici. Molte famiglie ci insegnano che possiamo affrontare gli ultimi anni della vita valorizzando il senso di pienezza e di integrazione di tutta la nostra esistenza nel mistero pasquale. Un gran numero di anziani vengono accolti nelle strutture ecclesiali, dove possono vivere in un ambiente sereno e familiare a livello materiale e spirituale. L’eutanasia e il suicidio assistito rappresentano gravi minacce per le famiglie di tutto il mondo. La sua pratica è legale in molti paesi. La Chi persona, il bambino cresce in un abbandono che lo espone a rischi di ogni genere, e la sua maturazione personale è compromessa. Nelle situazioni difficili vissute dalle persone più bisognose, la Chiesa deve avere una cura speciale per comprendere, consolare, integrare, evitare imponendo loro una serie di regole come se fossero una roccia, che ha l’effetto di farli sentire giudicati e abbandonati proprio da quella Madre che è chiamata a portare loro la misericordia di Dio. In questo modo, invece di offrire la forza risanatrice della grazia e la luce del Vangelo, alcuni vogliono “indottrinarlo”, trasformarlo in “pietre morte da scagliare contro gli altri”[37]. Alcune sfide 50. Le risposte pervenute alle due consultazioni svolte durante il cammino sinodale hanno evocato le situazioni più diverse che pongono nuove sfide. Oltre a quelle già indicate, molti hanno fatto riferimento alla funzione educativa, che è ostacolata, tra l’altro, perché i genitori arrivano a casa stanchi e poco disposti a parlare, in molte famiglie non c’è più nemmeno l’abitudine di mangiare insieme, e crescono offerte di distrazione sempre più varie, oltre alla dipendenza dalla televisione. Ciò rende difficile trasmettere la fede dai genitori ai figli. Altri hanno indicato che le famiglie sono spesso malate a causa dell’enorme ansia. Sembra che ci sia più preoccupazione nel prevenire problemi futuri che nella condivisione del presente. Questa, che è una questione culturale, è aggravata da un futuro professionale incerto, dall’insicurezza economica o dalla paura per il futuro dei propri figli. 51. Anche la tossicodipendenza è stata menzionata come una delle piaghe del nostro tempo, che fa soffrire molte famiglie e spesso finisce per distruggerle. qualcosa di simile Si verifica con l’alcolismo, il gioco d’azzardo e altre dipendenze. La famiglia potrebbe essere il luogo della prevenzione e del contenimento, ma la società e la politica non si rendono pienamente conto che una famiglia a rischio «perde la capacità di reagire per aiutare i suoi membri […] Notiamo le gravi conseguenze di questa rottura in famiglie disgregate, bambini sradicati, anziani abbandonati, figli orfani di genitori vivi, adolescenti e giovani disorientati e senza regole»[38]. Come hanno indicato i Vescovi del Messico, ci sono tristi situazioni di violenza familiare che sono terreno fertile per nuove forme di aggressività sociale, perché “le relazioni familiari spiegano anche la predisposizione a una personalità violenta. Le famiglie che influenzano questa sono quelle che hanno scarsa comunicazione; in cui predominano atteggiamenti difensivi e i loro membri non si sostengono a vicenda; in cui non ci sono attività familiari che incoraggiano la partecipazione; in cui i rapporti genitoriali tendono ad essere conflittuali e violenti, e in cui i rapporti genitori-figli sono caratterizzati da atteggiamenti ostili. La violenza domestica è una scuola di risentimento e odio nei rapporti umani fondamentali»[39]. 52. Nessuno può pensare che l’indebolimento della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio sia qualcosa di vantaggioso per la società. Accade il contrario: nuoce alla maturazione delle persone, alla coltivazione dei valori comunitari e allo sviluppo etico delle persone. città e paesi. Non è più chiaro che solo l’unione esclusiva e indissolubile tra un uomo e una donna assolve una piena funzione sociale, essendo un impegno stabile e rendendo possibile la fecondità. Dobbiamo riconoscere l’ampia varietà di situazioni familiari che possono fornire una certa stabilità, ma le unioni di fatto o tra persone dello stesso sesso, ad esempio, non possono essere semplicemente equiparate al matrimonio. Nessuna unione precaria o chiusa alla comunicazione della vita ci assicura il futuro della società. Ma chi si occupa oggi di rafforzare i matrimoni, di aiutarli a superare i rischi che li minacciano, di accompagnarli nel loro ruolo educativo, di stimolare la stabilità dell’unione coniugale? 53. «In alcune società è ancora in vigore la pratica della poligamia; In altri contesti, permane la pratica dei matrimoni combinati […] In numerosi contesti, e non solo occidentali, è ampiamente diffusa la prassi della convivenza che precede il matrimonio, così come le convivenze non orientate ad assumere la forma di un legame istituzionale»[40]. In diversi paesi, la legislazione facilita la promozione di una molteplicità di alternative, così che un matrimonio con note di esclusività, indissolubilità e apertura alla vita finisce per apparire come un’offerta superata tra tante altre. In molti Paesi avanza una decostruzione giuridica della famiglia, che tende ad adottare forme basate quasi esclusivamente sulla famiglia paradigma dell’autonomia della volontà. Se è legittimo e giusto rifiutare le vecchie forme familiari “tradizionali”, caratterizzate dall’autoritarismo e perfino dalla violenza, ciò non deve portare al disprezzo del matrimonio, ma alla riscoperta del suo vero significato e al suo rinnovamento. La forza della famiglia «risiede essenzialmente nella sua capacità di amare e di insegnare ad amare. Per quanto ferita possa essere una famiglia, essa può crescere grazie all’amore»[41]. 54. In questo breve sguardo alla realtà, desidero evidenziare che, sebbene ci siano stati notevoli miglioramenti nel riconoscimento dei diritti delle donne e nella loro partecipazione agli spazi pubblici, in alcuni Paesi c’è ancora molto da fare. Le usanze inaccettabili non vengono completamente sradicate. Sottolineo la vergognosa violenza che talvolta viene esercitata contro le donne, gli abusi familiari e diverse forme di schiavitù che non costituiscono una dimostrazione di forza maschile ma piuttosto un vile degrado. La violenza verbale, fisica e sessuale esercitata contro le donne in alcuni matrimoni contraddice la natura stessa dell’unione coniugale. Penso alla grave mutilazione genitale delle donne in alcune culture, ma anche alla disuguaglianza nell’accesso a posti di lavoro dignitosi e ai luoghi in cui si prendono le decisioni. La storia porta le tracce degli eccessi delle culture patriarcali, dove la donna era considerata di seconda classe, ma ricordiamo anche la maternità surrogata o “la strumentalizzazione e mercificazione del corpo femminile nell’attuale cultura mediatica»[42]. C’è chi ritiene che molti problemi attuali si siano verificati dopo l’emancipazione della donna. Ma questo argomento non è valido, «è una falsità, non è vero. È una forma di machismo»[43]. L’identica dignità tra uomo e donna ci spinge a rallegrarci che vecchie forme di discriminazione siano superate, e che all’interno delle famiglie si sviluppi un esercizio di reciprocità. Se sorgono forme di femminismo che non possiamo considerare adeguate, ammiriamo comunque un’opera dello Spirito nel riconoscimento più chiaro della dignità della donna e dei suoi diritti. 55. L’uomo «gioca un ruolo altrettanto decisivo nella famiglia vita, soprattutto nella protezione e nel sostegno della moglie e dei figli […] Molti uomini sono consapevoli dell’importanza del loro ruolo nella famiglia e lo vivono con il carattere tipico della natura maschile. L’assenza del padre incide gravemente sulla vita familiare, sull’educazione dei figli e sulla loro integrazione nella società»[44]. 56. Un’altra sfida nasce, sotto varie forme, da un’ideologia, genericamente chiamata gender, che «nega la differenza e la naturale reciprocità tra uomini e donne, presentando una società senza differenze sessuali e svuotando il fondamento antropologico della famiglia. Questa ideologia porta a progetti educativi e linee guida legislative che promuovono un’identità personale e un’intimità emotiva radicalmente disconnesse dalla diversità biologica tra uomini e donne. L’identità umana è determinata da un’opzione individualistica, che cambia anche nel tempo»[45]. È inquietante che alcune ideologie di questo tipo, che cercano di rispondere ad alcune aspirazioni talvolta comprensibili, cerchino di imporsi come un pensiero unico che determina anche l’educazione dei figli. Non bisogna ignorare che «il sesso biologico (sesso) e il ruolo socioculturale del sesso (genere) possono essere distinti ma non separati»[46]. D’altra parte, «la rivoluzione biotecnologica nel campo dell’umanità la procreazione ha introdotto la possibilità di manipolare l’atto generativo, rendendolo indipendente dalla relazione sessuale tra l’uomo e la donna. In questo modo, la vita umana, così come la paternità e la maternità, sono diventate realtà componibili e scomponibili, soggette principalmente ai desideri dei singoli o delle coppie»[47]. di cercare di sostituirci al Creatore. Siamo creature, non siamo onnipotenti. Ciò che è creato ci precede e deve essere accolto come un dono. e questo significa soprattutto accettarlo e rispettarlo così come è stato creato. 57. Ringrazio Dio perché molte famiglie, lontane dal considerarsi perfette, vivono nell’amore, realizzano la loro vocazione e vanno avanti, anche se molte volte cadono lungo il cammino. Dalle riflessioni sinodali emerge non uno stereotipo della famiglia ideale, ma piuttosto un interessante “collage” fatto di tante realtà diverse, piene di gioie, drammi e sogni. Le realtà che ci preoccupano sono sfide. Non cadiamo nella trappola di sprecarci in lamenti autodifensivi, invece di risvegliare la creatività missionaria. In tutte le situazioni, «la Chiesa sente il bisogno di dire una parola di verità e di speranza […] I grandi valori del matrimonio e della famiglia cristiana corrispondono alla ricerca che permea l’esistenza umana»[48]. Se notiamo molte difficoltà, queste sono – come hanno detto i Vescovi della Colombia – una chiamata a «liberare dentro di noi le energie della speranza, traducendole in sogni profetici, azioni trasformatrici e immaginazione di carità»[49]. Capitolo terzo LO SGUARDO A GESÙ: VOCAZIONE DELLA FAMIGLIA 58. Dinanzi alle famiglie, e tra esse, deve sempre risuonare nuovamente il primo annuncio, che è «il più bello, il più grande, il più attraente e insieme il più necessario»[50], e «deve occupare il centro dell’azione evangelizzatrice»[51]. È l’annuncio principale, “quello che devi sempre sentire di nuovo”. modi diversi e che deve essere sempre nuovamente annunciato in un modo o nell’altro»[52]. Perché «non c’è nulla di più solido, di più profondo, di più certo, di più denso e di più sapiente di quell’annuncio» e «ogni formazione cristiana è soprattutto approfondimento del kerygma»[53]. 59. Il nostro insegnamento sul matrimonio e sulla famiglia non può non ispirarsi e trasfigurarsi alla luce di questo annuncio di amore e di tenerezza, per non diventare una mera difesa di una dottrina fredda e senza vita. Perché il mistero della famiglia cristiana non può essere compreso pienamente se non alla luce dell’amore infinito del Padre, che si è manifestato in Cristo, che si è donato fino alla fine e vive in mezzo a noi. Per questo voglio contemplare il Cristo vivo, presente in tante storie d’amore, e invocare il fuoco dello Spirito su tutte le famiglie del mondo. 60. In questo quadro, questo breve capitolo comprende una sintesi dell’insegnamento della Chiesa sul matrimonio e sulla famiglia. Anche qui citerò alcuni contributi presentati dai Padri sinodali nelle loro considerazioni sulla luce che ci offre la fede. Sono partiti dallo sguardo di Gesù e hanno indicato che egli «guardava le donne e gli uomini che incontrava con amore e tenerezza, accompagnando i loro passi con verità, pazienza e misericordia, mentre annunciava le esigenze del Regno di Dio»[54]. Allo stesso modo, il Signore ci accompagna oggi nel nostro interesse a vivere e trasmettere il Vangelo della famiglia. Gesù recupera e porta alla sua pienezza il progetto divino 61. A differenza di coloro che proibivano il matrimonio, il Nuovo Testamento insegna che «tutto ciò che Dio ha creato è buono; nulla è da buttare via» (1 Tm 4,4). Il matrimonio è un “dono” del Signore (cfr 1 Cor 7,7). Allo stesso tempo, in ragione di questa valutazione positiva, viene posto un forte accento sulla cura di questo dono divino: «Rispettate il matrimonio, il talamo nuziale» (Eb 13,4). Quel dono di Dio include la sessualità: «Non privatevi gli uni degli altri» (1 Cor 7,5). 62. I Padri sinodali hanno ricordato che Gesù «riferendosi al disegno primordiale sull’uomo e sulla donna, riafferma l’unione indissolubile tra loro, pur dicendo che «a causa della durezza del vostro cuore, Mosè vi ha permesso di ripudiare le vostre mogli; ma, fin dall’inizio, non fu così» (Mt 19,8). L’indissolubilità del matrimonio – «ciò che Dio ha congiunto, l’uomo non lo separi» (Mt 19,6) – non deve essere intesa soprattutto come un “giogo” imposto agli uomini, ma come un “dono” fatto alle persone unite nel matrimonio […] La condiscendenza divina accompagna sempre il cammino umano, guarisce e trasforma il cuore indurito con la sua grazia, orientandolo verso il suo inizio, attraverso via della croce. Dai Vangeli emerge chiaramente l’esempio di Gesù, che […] annuncia il messaggio riguardante il significato del matrimonio come pienezza della rivelazione che recupera il progetto originario di Dio (cfr Mt 19,3)»[55]. «Gesù, che ha riconciliato tutto in sé, ha restituito il matrimonio e la famiglia alla loro forma propria originale (cfr Mc 10,1-12). Famiglia e matrimonio sono stati redenti da Cristo (cfr Ef 5,21-32), restituiti all’immagine della Santissima Trinità, mistero da cui scaturisce ogni vero amore. L’alleanza sponsale, inaugurata nella creazione e rivelata nella storia della salvezza, riceve la piena rivelazione del suo significato in Cristo e nella sua Chiesa. Da Cristo, attraverso la Chiesa, il matrimonio e la famiglia ricevono la grazia necessaria per testimoniare l’amore di Dio e vivere la vita di comunione. Il Vangelo della famiglia attraversa la storia del mondo, dalla creazione dell’uomo a immagine e somiglianza di Dio (cfr Gen 1,26-27) fino al compimento del mistero dell’Alleanza in Cristo alla fine dei secoli con le nozze dell’Agnello (cfr Ap 19,9)»[56]. 64. «L’esempio di Gesù è paradigma per la Chiesa […] Iniziò la sua vita pubblica con il miracolo delle nozze di Cana (cfr Gv 2,1-11) […] Condivise momenti quotidiani di amicizia con la famiglia di Lazzaro e le sue sorelle (cfr Lc 10,38) e con la famiglia di Pietro (cfr Mt 8,14). Ha ascoltato il grido dei genitori per i propri figli, restituendoli alla vita (cfr Mc 5,41; Lc 7,14-15), e mostrando così il vero significato della misericordia, che implica il ristabilimento dell’Alleanza (cfr Giovanni Paolo II, Dives in Misericordia, 4). Ciò appare chiaramente negli incontri con la Samaritana (cfr Gv 4,1-30) e con l’adultera (cfr Gv 8,1-11), in cui la percezione del peccato si risveglia di fronte all’amore. liberi da Gesù»[57]. 65. L’incarnazione del Verbo in una famiglia umana, a Nazareth, muove con la sua novità la storia del mondo. Dobbiamo immergerci nel mistero della nascita di Gesù, nel sì di Maria all’annuncio dell’angelo, quando il Verbo germogliò nel suo grembo; anche nel sì di Giuseppe, che diede il nome a Gesù e si prese cura di Maria; alla festa dei pastori accanto al presepe, all’adorazione dei Magi; nella fuga in Egitto, nella quale Gesù partecipa al dolore del suo popolo esiliato, perseguitato e umiliato; nell’attesa religiosa di Zaccaria e nella gioia che accompagna la nascita di Giovanni Battista, nella promessa compiuta per Simeone e Anna nel tempio, nell’ammirazione dei dottori della legge all’ascolto della sapienza di Gesù adolescente. E poi, addentrarsi nei trenta lunghi anni in cui Gesù si è guadagnato il pane lavorando con le sue mani, sussurrando la tradizione orante e credente del suo popolo ed educandosi nella fede dei suoi genitori, fino a farla fruttificare nel mistero del Regno. Questo è il mistero del Natale e il segreto di Nazareth, pieno del profumo della famiglia. È il mistero che tanto affascinò Francesco d’Assisi, Teresa del Bambino Gesù e Charles de Foucauld, al quale anche le famiglie cristiane attingono per rinnovare la speranza e la gioia. 66. «L’alleanza di amore e di fedeltà, di cui vive la Sacra Famiglia di Nazaret, illumina il principio che plasma ogni famiglia, e la rende capace di affrontare meglio le vicissitudini della vita e della vita. della storia. Su questa base ogni famiglia, nonostante la sua debolezza, può diventare una luce nelle tenebre del mondo. «Lezione di vita domestica. Nazaret insegni cos’è la famiglia, la sua comunione d’amore, la sua bellezza semplice e austera, il suo carattere sacro e inviolabile; insegni quanto sia dolce e insostituibile la sua pedagogia; insegni ciò che c’è di fondamentale e insuperabile nella sua sociologia» (Paolo VI, Discorso di Nazareth, 5 gennaio 1964)»[58]. La famiglia nei documenti della Chiesa 67. Il Concilio Ecumenico Vaticano II, nella Costituzione pastorale Gaudium et Spes, si è occupato della «promozione della dignità del matrimonio e della famiglia» (cfr 47-52). Ha definito il matrimonio come comunità di vita e di amore (cfr 48), ponendo l’amore al centro della famiglia […] Il «vero amore tra marito e moglie» (49) implica la donazione reciproca, comprende e integra la dimensione sessuale e l’affettività, secondo il disegno divino (cfr 48-49). Inoltre, mette in luce il radicamento degli sposi in Cristo: Cristo Signore «va incontro agli sposi cristiani nel sacramento del matrimonio» (48), e rimane con loro. Nell’incarnazione, Egli assume l’amore umano, lo purifica, lo porta alla sua pienezza, e dona agli sposi, con il suo Spirito, la capacità di viverlo, impregnando l’intera vita di fede, speranza e carità. In questo modo, i coniugi sono consacrati e, con la loro grazia, edificano il Corpo di Cristo e costituiscono una Chiesa domestica (cfr Lumen gentium, 11), così che la Chiesa, a Per comprenderne appieno il mistero, guardare alla famiglia cristiana, che lo manifesta in modo autentico»[59]. 68. Poi, «sulle orme del Concilio Vaticano II, il Beato Paolo VI ha approfondito la dottrina sul matrimonio e sulla famiglia. In particolare, con l’Enciclica Humanae Vitae, ha evidenziato l’intimo legame tra amore coniugale e procreazione: «L’amore coniugale esige dai coniugi la consapevolezza della loro missione di genitorialità responsabile, sulla quale oggi giustamente si insiste e che deve essere compresa esattamente […] L’esercizio responsabile della genitorialità esige, pertanto, che i coniugi riconoscano pienamente i propri doveri verso Dio, verso se stessi, verso la famiglia e la società, in una giusta gerarchia di valori» (10). Nell’Esortazione apostolica Evangelii nuntiandi, il beato Paolo VI mette in evidenza il rapporto tra famiglia e Chiesa»[60]. 69. «San Giovanni Paolo II ha dedicato una particolare attenzione alla famiglia attraverso i suoi catechismi sull’amore umano, la Lettera alle famiglie Gratissimam sane e soprattutto con l’Esortazione apostolica Familiaris consortio. In questi documenti il Pontefice ha definito la famiglia “via la Chiesa”; ha offerto una panoramica sulla vocazione all’amore dell’uomo e della donna; ha proposto le linee fondamentali per la pastorale familiare e per la presenza della famiglia nella società. In particolare, trattando della carità coniugale (cfr Familiaris consortio, 13), ha descritto il modo in cui i coniugi, nella loro reciproco, accolgono il dono dello Spirito di Cristo e vivono la loro chiamata alla santità»[61]. 70. «Benedetto XVI, nell’Enciclica Deus caritas est, ha ripreso il tema della verità dell’amore tra l’uomo e la donna, che trova piena luce solo alla luce dell’amore di Cristo crocifisso (cfr n. 2). Egli sottolinea che «il matrimonio fondato su un amore esclusivo e definitivo diventa l’icona della relazione di Dio con il suo popolo e, viceversa, modo di amare diventa la misura dell’amore umano» (11). Inoltre, nell’Enciclica Caritas in veritate, mette in risalto l’importanza dell’amore come principio di vita nella società (cfr n. 44), luogo in cui si apprende l’esperienza del bene comune»[62]. Il sacramento del matrimonio 71. «La Sacra Scrittura e la Tradizione ci rivelano la Trinità con caratteristiche familiari. La famiglia è immagine di Dio, che […] è comunione di persone. Nel battesimo, la voce del Padre chiamato Gesù il Figlio amato, e in questo amore possiamo riconoscere lo Spirito Santo (cfr Mc 1,10-11). Gesù, che ha riconciliato tutto in sé e ha redento l’uomo dal peccato, non solo ha riportato il matrimonio e la famiglia alla loro forma originaria, ma ha anche elevato il matrimonio a segno sacramentale del suo amore per la Chiesa (cfr Mt 19,1-12; Mc 10,1-12; Ef 5,21-32). Viene restaurato Cristo, “immagine e somiglianza” della Santissima Trinità (cfr Gen 1,26), mistero da cui scaturisce ogni vero amore Il matrimonio e la famiglia ricevono la grazia necessaria per testimoniare il Vangelo dell’amore di Dio»[63]. 72. Il sacramento del matrimonio non è una convenzione sociale, un rito vuoto o il mero segno esteriore di un impegno. Il sacramento è un dono per la santificazione e la salvezza dei coniugi, perché «la loro reciproca appartenenza è una rappresentazione reale, attraverso il segno sacramentale, dello stesso rapporto di Cristo con la Chiesa. Gli sposi sono quindi per la Chiesa la memoria permanente di quanto accaduto sulla croce; Essi sono gli uni per gli altri e per i figli, testimoni della salvezza, della quale il sacramento li rende partecipi»[64]. Il matrimonio è una vocazione, in quanto è risposta alla specifica chiamata a vivere l’amore coniugale come segno imperfetto dell’amore tra Cristo e la Chiesa. Pertanto, la decisione di sposarsi e di formare una famiglia deve essere frutto di discernimento vocazionale. 73. «Il dono reciproco, costitutivo del matrimonio sacramentale, affonda le sue radici nella grazia del battesimo, che stabilisce l’alleanza fondamentale di ogni persona con Cristo nella Chiesa, nell’accettazione reciproca e con la grazia di Cristo, i coniugi si promettono reciprocamente dedizione totale, fedeltà e apertura alla vita, e riconoscono anche come elementi costitutivi del matrimonio i doni che Dio offre loro, prendendo sul serio il reciproco impegno, in nome suo e davanti alla Chiesa l’aiuto della grazia del sacramento […] Pertanto, lo sguardo della Chiesa si dirige agli sposi come al cuore dell’intera famiglia, la quale a sua volta rivolge il suo sguardo a Gesù»[65]. Il sacramento non è una «cosa» né una «forza», perché in realtà Cristo stesso «mediante il sacramento del matrimonio, va incontro agli sposi cristiani (cfr Gaudium et spes, 48). Resta con loro, dà loro la forza di seguirlo, prendendo la sua croce, di rialzarsi dopo le cadute, di perdonarsi a vicenda, di portare i pesi gli uni degli altri».[66] Il matrimonio cristiano è un segno che non solo indica quanto Cristo ha amato la sua Chiesa nell’Alleanza sigillata sulla croce, ma anche rende presente quell’amore nella comunione degli sposi. Unendosi in una sola carne, rappresentano lo sposalizio del Figlio di Dio con la natura umana. Per questo «nelle gioie del suo amore e della sua vita familiare egli dona già qui un anticipo del banchetto nuziale dell’Agnello»[67]. Sebbene «l’analogia tra la coppia marito-moglie e Cristo-Chiesa» sia «un’analogia imperfetta»[68], essa invita a invocare il Signore affinché effonda il proprio amore entro i limiti dei rapporti coniugali. 74. L’unione sessuale, vissuta umanamente e santificata dal sacramento, è a sua volta cammino di crescita nella vita di grazia per i coniugi. È il «mistero nuziale»[69]. Il valore dell’unione dei corpi si esprime nelle parole del consenso, dove si accettano e si donano l’uno all’altro. un altro da condividere per tutta la vita. Queste parole danno senso alla sessualità e la liberano da ogni ambiguità. Ma, in realtà, tutta la convivenza degli sposi, tutta la rete di rapporti che intrecceranno tra loro, con i figli e con il mondo, sarà impregnata e rafforzata dalla grazia del sacramento che scaturisce dal mistero dell’Incarnazione e della Pasqua, dove Dio ha espresso tutto il suo amore per l’umanità e si è unito intimamente ad essa. Non sarai mai solo con le tue forze per affrontare le sfide che si presenteranno. Sono chiamati a rispondere al dono di Dio con il loro impegno, la loro creatività, la loro resistenza e la loro lotta quotidiana, ma potranno sempre invocare lo Spirito Santo che ha consacrato la loro unione, affinché la grazia ricevuta si manifesti nuovamente in ogni nuova situazione. 75. Secondo la tradizione latina della Chiesa, nel sacramento del matrimonio i ministri sono l’uomo e la donna che si sposano[70], i quali, manifestando il loro consenso ed esprimendolo nella donazione corporea, ricevono un grande dono. Il loro consenso e l’unione dei loro corpi sono gli strumenti dell’azione divina che li rende una sola carne. Nel battesimo è stata consacrata la loro capacità di unirsi in matrimonio come ministri del Signore per rispondere alla chiamata di Dio. Quando dunque due coniugi non cristiani vengono battezzati, non è necessario che rinnovino la promessa matrimoniale, ed è sufficiente che non la respingano, poiché con il battesimo che ricevono quell’unione diventa automaticamente sacramentale. Il diritto canonico riconosce la validità anche di alcuni matrimoni celebrati senza ministro ordinato[71]. In effetti, l’ordine naturale è stato assunto dalla redenzione di Gesù Cristo, in modo tale che «tra i battezzati non può esserci contratto matrimoniale valido che non sia perciò sacramento»[72]. La Chiesa può richiedere la pubblicità dell’atto, la presenza di testimoni e altre condizioni che sono variate nel corso della storia, ma ciò non priva i due che si sposano del loro carattere di ministri del sacramento né indebolisce la centralità del consenso dell’uomo e della donna, che è ciò che di per sé fonda il vincolo sacramentale. In ogni caso, occorre riflettere di più sull’azione divina nel rito nuziale, che appare molto presente nelle Chiese orientali, sottolineando l’importanza della benedizione sugli sposi come segno del dono dello Spirito. Semi della Parola e situazioni imperfette 76. «Il Vangelo della famiglia nutre anche questi semi che aspettano ancora di maturare, e deve prendersi cura degli alberi che hanno perso vitalità e non hanno bisogno di essere trascurati»[73], affinché, a partire dal dono di Cristo nel sacramento, «siano pazientemente condotti oltre fino a raggiungere una conoscenza più ricca e una più piena integrazione di questo mistero nella loro vita»[74]. 77. Facendo propri l’insegnamento biblico, secondo il quale tutto è stato creato da Cristo e per Cristo (cfr Col 1,16), i Padri sinodali Hanno ricordato che “l’ordine della redenzione illumina e porta a compimento quello della creazione. Il matrimonio naturale, pertanto, va compreso pienamente alla luce del suo compimento sacramentale: solo fissando lo sguardo su Cristo possiamo conoscere profondamente la verità delle relazioni umane. “In realtà, il mistero dell’uomo si chiarisce solo nel mistero del Verbo incarnato […] Cristo, il nuovo Adamo, nella stessa rivelazione del mistero del Padre e del suo amore, manifesta pienamente l’uomo all’uomo stesso e gli rivela la grandezza della sua vocazione” (Gaudium et spes, 22). È particolarmente opportuno intendere in chiave cristocentrica […] il bene dei coniugi (bonum coniugum)»[75], che comprende l’unità, l’apertura alla vita, la fedeltà e l’indissolubilità, e all’interno del matrimonio cristiano anche l’aiuto reciproco nel cammino verso la piena amicizia con il Signore «si può applicare anche al discernimento della presenza dei semina Verbi nelle altre culture (cfr Ad gentes divinitus, 11). la realtà del matrimonio e della famiglia. Al di fuori del vero matrimonio naturale ci sono elementi positivi anche nelle forme matrimoniali di altre tradizioni religiose»[76], anche se ci sono anche delle ombre. Possiamo dire che «chiunque vorrà mettere al mondo una famiglia che insegni ai figli a gioire per ogni azione che abbia lo scopo di vincere il male – una famiglia che mostri che lo Spirito è vivo e operante – troverà gratitudine e stima, qualunque sia il contesto. persone, né alla religione o alla regione alla quale appartengono»[77]. 78. «Lo sguardo di Cristo, la cui luce illumina ogni uomo (cfr Gv 1,9; Gaudium et spes, 22), ispira la pastorale della Chiesa verso i fedeli che convivono semplicemente, coloro che hanno contratto solo matrimonio civile o i divorziati risposati. Con il metodo della pedagogia divina, la Chiesa guarda con amore coloro che partecipano in modo imperfetto alla sua vita: essa chiede per loro la grazia della conversione; infonde in loro il coraggio di fare il bene, di prendersi amorevolmente cura gli uni degli altri e di essere al servizio della comunità in cui vivono e operano […] Quando l’unione raggiunge una notevole stabilità attraverso un vincolo pubblico – e si connota di affetto profondo, di responsabilità verso la prole, di capacità di superare le prove – può essere vista come un’opportunità per accompagnarsi reciprocamente verso il sacramento del matrimonio, laddove è possibile».[78] 79. «Di fronte alle situazioni difficili e alle famiglie ferite, esso È sempre necessario ricordare un principio generale: «I pastori, per amore della verità, sono tenuti a discernere bene le situazioni» (Familiaris consortio, 84). Il grado di responsabilità non è lo stesso in tutti i casi e possono esserci fattori che limitano la capacità decisionale. Pertanto, nello stesso tempo in cui la dottrina è espressa con chiarezza, dobbiamo evitare giudizi che non tengano conto della complessità delle diverse situazioni, e dobbiamo essere attenti al modo in cui vivono le persone. e soffrono a causa della loro condizione»[79]. Trasmissione della vita ed educazione dei figli 80. Il matrimonio è innanzitutto una «intima comunità coniugale di vita e di amore»[80], che costituisce un bene per gli stessi coniugi[81], e la sessualità «è ordinata all’amore coniugale dell’uomo e della donna»[82]. Per questo anche «i mariti ai quali Dio non ha concesso figli possono condurre una vita coniugale piena di significato umanamente e cristianamente»[83]. Questa unione, però, è ordinata alla generazione «secondo il suo proprio carattere naturale»[84]. Il figlio che arriva «non viene dall’esterno per accrescere l’amore reciproco dei coniugi, ma scaturisce dal cuore stesso di quel dono reciproco, di cui è frutto e compimento»[85]. Non appare come la fine di un processo, ma è presente fin dall’inizio dell’amore come caratteristica essenziale che non può essere negata senza mutilare l’amore stesso. Fin dall’inizio, l’amore rifiuta ogni impulso di chiudersi in se stesso, e si apre a una fecondità che lo estende oltre la propria esistenza. Pertanto, nessun atto genitale dei coniugi può negare questo significato[86], anche se, per diverse ragioni, non sempre, di fatto, può generare una nuova vita. 81. Il figlio pretende di nascere da quell’amore, e non in alcun modo, poiché «non è un diritto, ma un dono»[87], che è «il frutto dell’atto specifico dell’amore coniugale dei suoi genitori»[88]. Perché «secondo l’ordine della creazione sono l’amore coniugale tra l’uomo e la donna e la trasmissione della vita reciprocamente ordinati (cfr Gen 1,27-28). In tal modo, il Creatore ha reso l’uomo e la donna partecipi dell’opera della sua creazione e, al tempo stesso, li ha resi strumenti del suo amore, affidando alla loro responsabilità, attraverso la trasmissione della vita umana, il futuro dell’umanità»[89]. 82. I Padri sinodali hanno ricordato che «non è difficile constatare che si va diffondendo una mentalità che riduce la generazione della vita a una variabile dei progetti individuali o dei coniugi»[90]. L’insegnamento della Chiesa «aiuta a vivere in modo armonico e consapevole la comunione tra i coniugi, in tutte le sue dimensioni, insieme alla responsabilità generativa. È necessario riscoprire il messaggio dell’Enciclica Humanae Vitae di Paolo VI, che sottolinea la necessità di rispettare la dignità della persona nella valutazione morale dei metodi di regolazione della natalità […] L’opzione dell’adozione e dell’affidamento esprime una particolare fecondità dell’esperienza coniugale»[91]. Con particolare gratitudine, la Chiesa «sostiene le famiglie che accolgono, educano e circondano con il loro affetto i bambini diversamente abili»[92]. 83. In questo contesto non posso fare a meno di dire che, se la famiglia è il santuario della vita, il luogo dove la vita viene generata e curata, costituisce una contraddizione lacerante il fatto che diventi il luogo dove la vita viene negata e distrutta. Il valore della vita umana è così grande e il diritto alla vita di un bambino è così inalienabile. innocente che cresce nel grembo della madre, che in nessun modo la possibilità di prendere decisioni riguardo a quella vita può essere considerata come un diritto sul proprio corpo, che è fine a se stesso e non può mai essere oggetto di dominio da parte di un altro essere umano. La famiglia protegge la vita in tutte le sue fasi e anche nel suo declino. Per questo «si ricorda a quanti operano nelle strutture sanitarie l’obbligo morale dell’obiezione di coscienza. Allo stesso modo, la Chiesa non solo sente l’urgenza di affermare il diritto alla morte naturale, evitando la crudeltà terapeutica e l’eutanasia», ma anche «respinge fermamente la pena di morte»[93]. 84. I Padri hanno voluto inoltre sottolineare che «una delle sfide fondamentali che oggi le famiglie si trovano ad affrontare è sicuramente quella educativa, ancora più ardua e complessa a causa dell’attuale realtà culturale e della grande influenza dei media»[94]. «La Chiesa svolge un ruolo prezioso nel sostegno delle famiglie, a partire dall’iniziazione cristiana, attraverso comunità accoglienti»[95]. Ma mi sembra molto importante ricordare che l’educazione integrale dei figli è un «obbligo molto serio» oltre che un «diritto primario» dei genitori[96]. Non è solo un onere o un peso, ma anche un diritto imprescindibile e insostituibile che sono chiamati a difendere e che nessuno deve cercare di togliere loro. Lo Stato offre in via sussidiaria un servizio educativo, di accompagnamento il ruolo non delegabile dei genitori, che hanno il diritto di scegliere liberamente il tipo di educazione – accessibile e di qualità – che vogliono dare ai propri figli secondo le loro convinzioni. La scuola non sostituisce i genitori ma li integra. Si tratta di un principio fondamentale: «Ogni altro collaboratore nel processo educativo deve agire in nome dei genitori, con il loro consenso e, in una certa misura, anche su loro richiesta»[97]. Ma «si è aperto un divario tra famiglia e società, tra famiglia e scuola, il patto educativo oggi è rotto; e così è entrata in crisi l’alleanza educativa della società con la famiglia»[98]. 85. La Chiesa è chiamata a collaborare, con un’adeguata azione pastorale, affinché i genitori stessi possano compiere la loro missione educativa. Ciò deve essere fatto sempre aiutandoli a valorizzare il proprio ruolo, e a riconoscere che coloro che hanno ricevuto il sacramento del matrimonio diventano veri ministri educativi, perché quando educano i figli costruiscono la Chiesa[99], e così facendo accettano una vocazione che Dio propone loro[100]. La famiglia e la Chiesa 86. «Con intima gioia e profonda consolazione, la Chiesa guarda alle famiglie che rimangono fedeli agli insegnamenti del Vangelo, ringraziandole per la testimonianza che offrono e incoraggiandole, infatti, nella famiglia, «che si potrebbe chiamare Chiesa domestica» (Lumen gentium, 11). matura la prima esperienza ecclesiale di comunione tra le persone, in cui si riflette, per grazia, il mistero della Santissima Trinità. «Qui si impara la pazienza e la gioia del lavoro, l’amore fraterno, il perdono generoso, anche ripetuto, e soprattutto il culto divino mediante la preghiera e l’offerta della propria vita» (Catechismo della Chiesa Cattolica, 1657)»[101]. 87. La Chiesa è una famiglia di famiglie, costantemente arricchita dalla vita di tutte le Chiese domestiche. Pertanto, «in forza del sacramento del matrimonio ogni famiglia diventa, a tutti gli effetti, un bene per la Chiesa. In questa prospettiva, sarà certamente anche un dono prezioso, per la Chiesa di oggi, considerare la reciprocità tra famiglia e Chiesa: la Chiesa è un bene per la famiglia, la famiglia è un bene per la Chiesa. Custodire questo dono sacramentale del Signore corrisponde non solo alla famiglia individualmente, ma all’intera comunità cristiana»[102]. 88. L’amore vissuto nelle famiglie è una forza costante per la Chiesa. vita della Chiesa. «Lo scopo unitivo del matrimonio è una chiamata costante ad accrescere e approfondire questo amore. Nella loro unione d’amore, i coniugi sperimentano la bellezza della paternità e della maternità; condividono progetti e fatiche, desideri e hobby; e la cura amorevole di tutti i suoi membri, dai più piccoli agli anziani, sono solo alcuni dei frutti che rendono unica e insostituibile la risposta alla vocazione della famiglia»[103], sia per la Chiesa che per l’intera società. Capitolo quarto L’AMORE NEL MATRIMONIO 89. Tutto quanto detto non basta a manifestare il vangelo del matrimonio e della famiglia se non ci fermiamo soprattutto a parlare dell’amore. Perché non potremo favorire un cammino di fedeltà e di dedizione reciproca se non stimoliamo la crescita, il consolidamento e l’approfondimento dell’amore coniugale e familiare. La grazia del sacramento del matrimonio, infatti, è destinata soprattutto a «perfezionare l’amore dei coniugi»[104]. Vale anche qui che «potrei avere abbastanza fede da spostare le montagne; Se non ho amore, non sono niente. Potrei distribuire tutto quello che ho in elemosina e perfino lasciarmi bruciare vivo; Se non ho amore, non mi serve» (1 Cor 13,2-3). Ma la parola «amore», una delle più usate, appare spesso sfigurata[105]. Il nostro amore quotidiano 90. Nel cosiddetto inno della carità scritto da san Paolo, vediamo alcune caratteristiche del vero amore: «L’amore è paziente, è soccorritore; l’amore non invidia, non si vanta, non è arrogante, non è duro, non non cerca il proprio interesse, non si irrita, non stima il male, non gode dell’ingiustizia, ma gioisce nella verità, ogni cosa scusa, ogni cosa crede, ogni cosa spera, ogni cosa sopporta» (1 Cor. 13,4-7). Questa viene vissuta e coltivata in mezzo alla vita che i coniugi condividono ogni giorno, tra loro e con i loro figli. Ecco perché è prezioso soffermarsi a precisare il significato delle espressioni presenti in questo testo, per tentarne un’applicazione all’esistenza concreta di ciascuna famiglia. Pazienza 91. La prima espressione usata è makrothymei. La traduzione non è semplicemente “egli sopporta ogni cosa”, perché tale idea è espressa alla fine del v. 7. Il significato è ripreso dalla traduzione greca dell’Antico Testamento, dove si dice che Dio è “lento all’ira” (Es 34,6; Nm 14,18). Si manifesta quando la persona non cede agli impulsi ed evita di attaccare. È una qualità del Dio dell’Alleanza che invita alla sua imitazione anche all’interno della vita familiare. I testi in cui Paolo usa questo termine devono essere letti sullo sfondo del Libro della Sapienza (cfr 11,23; 12,2.15-18); Nello stesso tempo in cui si loda la moderazione di Dio per fare spazio al pentimento, si insiste sulla sua potenza, che si manifesta quando agisce con misericordia. La pazienza di Dio è esercizio di misericordia verso il peccatore e manifesta la vera potenza. 92. Essere pazienti non significa lasciarsi maltrattare costantemente, né tollerare attacchi fisici, né lasciarsi trattare come oggetti. Il problema è quando pretendiamo che le relazioni siano celestiali o che le persone siano perfette, o quando mettiamo noi stessi al centro e ci aspettiamo che solo la nostra volontà sia soddisfatta. Quindi tutto ci rende impazienti, Tutto ci porta a reagire in modo aggressivo. Se non coltiviamo la pazienza, avremo sempre delle scuse per rispondere con rabbia, e alla fine diventeremo persone che non sanno convivere, antisociali, incapaci di rinviare gli impulsi, e la famiglia diventerà un campo di battaglia. Per questo la Parola di Dio ci esorta: «Cacciate da voi l’amarezza, l’ira, l’ira, gli insulti e ogni male» (Ef 4,31). Questa pazienza si rafforza quando riconosco che anche l’altro ha il diritto di vivere con me su questa terra, così come è. Non importa se mi è d’intralcio, se altera i miei piani, se mi dà fastidio con il suo modo di essere o con le sue idee, se non è tutto quello che mi aspettavo. L’amore ha sempre un senso di profonda compassione che porta ad accettare l’altro come parte di questo mondo, anche quando agisce in modo diverso da come vorrei. Atteggiamento di servizio 93. Seguire la parola jrestéuetai, unica in tutta la Bibbia, che deriva da jrestós (persona buona, che mostra la sua bontà nelle sue opere). Ma, per il luogo in cui si trova, in stretto parallelismo con il verbo precedente, ne è il complemento. Paolo vuole quindi chiarire che la “pazienza” di cui parla in primo luogo non è un atteggiamento totalmente passivo, ma si accompagna ad un’attività, ad una reazione dinamica e creativa verso gli altri. Indica che l’amore avvantaggia e promuove gli altri. Ecco perché si traduce come “utile”. 94. In tutto il testo si vede che Paolo vuole insistere sul fatto che l’amore non esiste è solo un sentimento, ma va inteso nel senso che ha in ebraico il verbo “amare”: è “fare il bene”. Come diceva sant’Ignazio di Loyola, «l’amore deve essere messo più nei fatti che nelle parole»[106]. Così può mostrare tutta la sua fecondità, e farci sperimentare la felicità di donare, la nobiltà e la grandezza di donarsi in modo sovrabbondante, senza misurare, senza esigere pagamenti, per il solo piacere di donare e di servire. Guarire l’invidia 95. Allora un atteggiamento espresso come zeloi (gelosia, invidia) viene rifiutato come contrario all’amore. Vuol dire che nell’amore non c’è spazio per provare disagio per il bene dell’altro (cfr At 7,9; 17,5). L’invidia è una tristezza per il bene degli altri, che dimostra che non siamo interessati alla felicità degli altri, poiché siamo concentrati esclusivamente sul nostro benessere. Mentre l’amore ci fa abbandonare noi stessi, l’invidia ci porta a concentrarci su noi stessi. Il vero amore apprezza i risultati degli altri, non li sente come una minaccia ed è liberato dal sapore amaro dell’invidia. Accetta che ognuno ha doni diversi e percorsi diversi nella vita. Quindi, prova a scoprire il tuo modo di essere felice, lasciando che gli altri trovino il loro. 96. Si tratta, in sintesi, di compiere quanto chiedevano gli ultimi due comandamenti della Legge di Dio: «Non desiderare i beni del tuo prossimo. Non desidererai la moglie del tuo prossimo, né il suo schiavo, né la sua schiava, né il suo bue, né il suo asino, né alcuna cosa che gli appartiene» (Es 20,17). Ci porta ad apprezzare sinceramente ogni essere umano, riconoscendo il suo diritto alla felicità. Amo quella persona, la guardo con lo sguardo di Dio Padre, che ci dona tutto «perché ne godiamo» (1 Tm 6,17), e poi accetto dentro di me che possiamo goderci il tempo. Questa stessa radice dell’amore, in ogni caso, è ciò che mi porta a rifiutare l’ingiustizia per cui alcuni hanno troppo e altri non hanno nulla, o ciò che mi spinge a ricercare che anche chi è disponibile nella società possa sperimentare un po’ di gioia. Ma questa non è invidia, ma desiderio di equità. Senza ostentare né esagerare 97. Segue il termine perpereuotai, che indica la vanagloria, il desiderio di mostrarsi superiore per impressionare gli altri con un atteggiamento pedante e un po’ aggressivo. Chi ama non solo evita di parlare troppo di sé, ma, poiché è concentrato sugli altri, sa mettersi al suo posto senza cercare di essere il centro. La parola successiva – fisioutai – è molto simile, perché indica che l’amore non è arrogante. Esprime letteralmente che non si “ingigantisce” davanti agli altri e indica qualcosa di più sottile. Non si tratta solo dell’ossessione di mostrare le proprie qualità, ma si perde anche il senso della realtà. Si considera più grande di quello che è, perché si crede più “spirituale” o “saggio”. Paolo usa questo verbo altre volte, ad esempio per dire che «la scienza gonfia, ma l’amore edifica» (1 Cor 8,1). Vale a dire, alcuni credono di essere grandi perché sanno più di altri, e lo fanno Si dedicano ad esigerli e a controllarli, quando in realtà ciò che ci rende grandi è l’amore che comprende, si prende cura e protegge i deboli. In un altro versetto lo applica anche per criticare coloro che «magnificano se stessi» (cfr 1 Cor 4,18), ma in realtà hanno più chiacchiere che vera «forza» dello Spirito (cfr 1 Cor 4,19). 98. È importante che i cristiani vivano questo nel modo di trattare i familiari poco formati nella fede, fragili o meno saldi nelle convinzioni. A volte accade il contrario: i presunti più avanzati all’interno della famiglia diventano arroganti e insopportabili. L’atteggiamento di umiltà appare qui come qualcosa che fa parte dell’amore, perché per comprendere, chiedere scusa o servire gli altri di cuore, è essenziale guarire l’orgoglio e coltivare l’umiltà. Gesù ricorda ai suoi discepoli che nel mondo del potere ciascuno cerca di dominare l’altro, e per questo dice loro: «Tra voi non dovrebbe essere così» (Mt 20,26). La logica dell’amore cristiano non è quella di chi sente più degli altri e ha bisogno di far sentire loro la propria potenza, ma piuttosto che «chi vuole essere il primo tra voi, si faccia vostro servitore» (Mt 20,27). Nella vita familiare, la logica del dominio di alcuni sugli altri, o della competizione per chi è più intelligente o potente, non può regnare, perché quella logica distrugge l’amore. Anche per la famiglia questo consiglio: «Abbiate sentimenti di umiltà gli uni verso gli altri, perché Dio resiste ai superbi, ma dona la sua grazia agli umili» (1 Pt. 5.5). Gentilezza 99. Amare è anche diventare gentile, e qui ha senso la parola asjemonéi. Significa che l’amore non agisce in modo scortese, non agisce in modo scortese, non è duro nel trattamento. I loro modi, le loro parole, i loro gesti, sono piacevoli e non duri o rigidi. Odia far soffrire gli altri. La cortesia «è una scuola di sensibilità e di disinteresse», che richiede alla persona di «coltivare la mente e i sensi, imparare a sentire, a parlare e, in certi momenti, a tacere»[107]. Essere gentili non è uno stile che un cristiano può scegliere o rifiutare. Nell’ambito delle esigenze irrinunciabili dell’amore, «ogni essere umano è tenuto ad essere gentile con chi lo circonda»[108]. Ogni giorno, «entrare nella vita dell’altro, anche quando fa parte della nostra vita, richiede la delicatezza di un atteggiamento non invasivo che rinnova fiducia e rispetto […] L’amore, quando è più intimo e profondo, tanto più esige il rispetto della libertà e la capacità di attendere che l’altro apra la porta del suo cuore»[109]. 100. Per prepararsi a un vero incontro con l’altro è necessario uno sguardo benevolo su di lui. Ciò non è possibile quando regna un pessimismo che mette in risalto i difetti e gli errori degli altri, magari per compensare i propri complessi. Uno sguardo gentile ci permette di non soffermarci troppo sui suoi limiti, e così possiamo tollerarlo e unirci in un progetto comune, anche se siamo diversi. L’amore gentile genera legami, coltiva legami, crea nuove reti di integrazione, costruisce a tessuto sociale solido. Così si tutela, poiché senza senso di appartenenza non si può sostenere la dedizione agli altri, ognuno finisce per cercare solo la propria convenienza e la convivenza diventa impossibile. Una persona antisociale crede che gli altri esistano per soddisfare i suoi bisogni e che, quando lo fanno, stiano solo facendo il loro dovere. Pertanto, non c’è posto per la gentilezza dell’amore e il suo linguaggio. Chi ama è capace di dire parole di incoraggiamento, che confortano, che rafforzano, che consolano, che stimolano. Guardiamo, ad esempio, alcune parole che Gesù ha detto alla gente: “Coraggio, figliolo!” (Mt 9,2). “Quanto è grande la tua fede!” (Mt 15,28). “Alzarsi!” (Mc 5,41). «Vai in pace» (Lc 7,50). «Non abbiate paura» (Mt 14,27). Non sono parole che umiliano, che rattristano, che irritano, che disprezzano. In famiglia dobbiamo imparare questo linguaggio gentile di Gesù. Distacco 101. Abbiamo detto tante volte che per amare gli altri bisogna prima amare se stessi. Tuttavia, questo inno all’amore afferma che l’amore “non cerca il proprio interesse”, né “non cerca il suo”. Questa espressione è usata anche in un altro testo: «Non pensate al vostro interesse, ma cercate tutti quello degli altri» (Fil 2,4). Di fronte ad una affermazione così chiara delle Scritture, dobbiamo evitare di dare priorità all’amor proprio, come se fosse più nobile del dono di sé agli altri. Una certa priorità dell’amor proprio può essere intesa solo come condizione psicologica, in quanto tale È incapace di amare se stesso e fa fatica ad amare gli altri: «Chi è avaro con se stesso, con chi sarà generoso? […] Nessuno è peggiore dell’avaro con se stesso» (Sy 14,5-6). 102. Ma lo stesso san Tommaso d’Aquino ha spiegato che «è più della carità voler amare che voler essere amate»[110] e che, infatti, «le madri, che amano di più, cercano più di amare che di essere amate»[111]. Per questo l’amore può andare oltre la giustizia e traboccare liberamente, «senza aspettare nulla in cambio» (Lc 6,35), fino a raggiungere l’amore più grande, che è «dare la vita» per gli altri (Gv 15,13). È ancora possibile questo distacco che permette di donare liberamente e di donare fino alla fine? Sicuramente è possibile, perché è ciò che chiede il Vangelo: «Ciò che avete ricevuto gratuitamente, datelo gratuitamente» (Mt 10,8). Senza violenza interna 103. Se la prima espressione dell’inno invitava alla pazienza, evitando di reagire bruscamente alle debolezze o agli errori degli altri, ora appare un’altra parola – paroxýnetai – che rimanda a una reazione interna di indignazione causata da qualcosa di esterno. È una violenza interna, un’irritazione non manifesta che ci mette sulla difensiva di fronte agli altri, come se fossero nemici fastidiosi da evitare. Alimentare quell’intima aggressività è inutile. Ci fa solo ammalare e finisce per isolarci. L’indignazione è sana quando ci porta a reagire davanti a una grave ingiustizia, ma è dannosa quando tende a permeare ogni nostra azione. atteggiamenti verso gli altri. 104. Il Vangelo invita piuttosto a guardare la trave che è nei nostri occhi (cfr Mt 7,5), e i cristiani non possono ignorare il costante invito della Parola di Dio a non alimentare l’ira: «Non lasciarti vincere dal male» (Rm 12,21). «Non stanchiamoci di fare il bene» (Gal 6,9). Una cosa è sentire la forza dell’aggressività che nasce e un’altra acconsentire ad essa, lasciare che diventi un atteggiamento permanente: «Se ti indignerai, non peccherai; il sole che tramonta non ti sorprenda nella tua ira» (Ef 4,26). Pertanto, non dovresti mai concludere la giornata senza fare pace in famiglia. E: “Come dovrei fare la pace?” Mettiti in ginocchio? NO! Basta un piccolo gesto, qualcosa di piccolo, e ritorna l’armonia familiare. Basta una carezza, senza parole. Ma non terminare mai la giornata familiare senza fare la pace»[112]. La reazione interiore al fastidio che gli altri ci causano dovrebbe essere, innanzitutto, benedire nel nostro cuore, desiderare il bene dell’altro, chiedere a Dio di liberarlo e di guarirlo: «Rispondi con una benedizione, perché a questo sei stato chiamato: ereditare la benedizione» (1 Pt 3,9). Se dobbiamo lottare contro un male, facciamolo, ma diciamo sempre “no” alla violenza interna. Perdono 105. Se lasciamo che un brutto sentimento penetri nelle nostre viscere, lasciamo spazio a quel risentimento che invecchia nel cuore. La frase logízetai to kakón significa “prende in considerazione il male”, “lo tiene scritto”, cioè è dispettoso. L’opposto è il perdono, un perdono quello Si basa su un atteggiamento positivo, che cerca di comprendere la debolezza dell’altro e cerca di trovare scuse per l’altro, come Gesù quando disse: “Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno” (Lc 23,34). Ma di solito la tendenza è quella di cercare sempre più colpe, di immaginare sempre più male, di assumere ogni sorta di cattive intenzioni, e così il risentimento cresce e mette radici. In questo modo, qualsiasi errore o caduta del coniuge può danneggiare il legame d’amore e la stabilità familiare. Il problema è che a volte a tutto viene data la stessa severità, con il rischio di diventare crudeli verso gli errori altrui. La giusta rivendicazione dei propri diritti diventa una persistente e costante sete di vendetta più che una sana difesa della propria dignità. 106. Quando siamo stati offesi o delusi, il perdono è possibile e auspicabile, ma nessuno dice che sia facile. La verità è che «la comunione familiare può essere preservata e perfezionata solo con grande spirito di sacrificio. Essa esige, infatti, una pronta e generosa disponibilità di tutti e di ciascuno alla comprensione, alla tolleranza, al perdono e alla riconciliazione. Nessuna famiglia ignora che l’egoismo, il disaccordo, le tensioni, i conflitti aggrediscono con violenza e talvolta feriscono mortalmente la comunione stessa: da qui le molteplici e varie forme di divisione della vita familiare»[113]. 107. Oggi sappiamo che per perdonare è necessario fare l’esperienza liberatrice di comprendere noi stessi e perdonare noi stessi. Tante volte i nostri errori, o lo sguardo critico delle persone che amiamo, ci hanno portato a perdere l’amore per noi stessi. Questo ci porta a proteggerci dagli altri, a fuggire dagli affetti, a riempirci di paura nelle relazioni interpersonali. Allora, poter incolpare gli altri diventa un falso sollievo. È necessario pregare con la propria storia, accettarsi, saper convivere con i propri limiti e anche perdonarsi, per poter avere lo stesso atteggiamento con gli altri. 108. Ma questo suppone l’esperienza di essere perdonati da Dio, giustificati gratuitamente e non in base ai nostri meriti. Siamo stati raggiunti da un amore anteriore a ogni nostro lavoro, che dà sempre una nuova opportunità, promuove e stimola. Se accettiamo che l’amore di Dio è incondizionato, che l’affetto del Padre non può essere comprato o pagato, allora possiamo amare oltre ogni cosa, perdonare gli altri anche quando sono stati ingiusti con noi. Altrimenti, la nostra vita familiare cesserà di essere un luogo di comprensione, sostegno e incoraggiamento, e sarà uno spazio di tensione permanente o di punizione reciproca. Rallegrarsi con gli altri 109. L’espressione jairei epi te adikía indica qualcosa di negativo che risiede nel segreto del cuore della persona. È l’atteggiamento velenoso di chi gioisce quando vede subire un’ingiustizia nei confronti di qualcuno. La frase è completata dalla seguente, che la dice positivamente: sygjairei te alétheia: gioisce della verità. Cioè è contento del bene degli altri, quando viene riconosciuta la loro dignità, quando vengono valorizzate le loro capacità e le loro opere buone. Ciò è impossibile per chi ha bisogno di confrontarsi o competere sempre, anche con il proprio coniuge, fino a gioire segretamente dei propri fallimenti. 110. Quando una persona che ama può fare del bene a un altro, o quando vede che l’altro sta bene nella vita, la vive con gioia, e in questo modo dà gloria a Dio, perché «Dio ama colui che dona con gioia» (2 Cor 9,7). Nostro Signore apprezza in modo speciale coloro che gioiscono della felicità degli altri. Se non alimentiamo la nostra capacità di godere del bene degli altri e, soprattutto, ci concentriamo sui nostri bisogni, ci condanniamo a vivere con poca gioia, poiché come dice Gesù “c’è più felicità nel dare che nel ricevere” (At 20,35). La famiglia dovrebbe essere sempre il luogo dove qualcuno, che realizza qualcosa di buono nella vita, sa che lì lo festeggerà. Scusate tutto 111. L’elenco si completa con quattro espressioni che parlano di una totalità: «tutto». Scusate tutto, credete a tutto, aspettatevi tutto, sopportate tutto. In questo modo viene fortemente evidenziato il dinamismo controculturale dell’amore, capace di affrontare tutto ciò che può minacciarlo. 112. Innanzitutto si dice che panta stegei scusa tutto. Si differenzia da “non tiene conto del male”, perché questo termine ha a che fare con l’uso del linguaggio; può significare “tacere” riguardo alle cose brutte che potrebbero accadere in another person. Implica un giudizio limitativo, che contiene l’inclinazione a emettere una condanna dura e implacabile: «Non condannate e non sarete condannati» (Lc 6,37). Sebbene vada contro il nostro uso abituale del linguaggio, la Parola di Dio ci chiede: “Non parlate male gli uni degli altri, fratelli” (Giacomo 4,11). Smettere di danneggiare l’immagine di un altro è un modo per rafforzare la nostra, per scaricare risentimenti e invidie a prescindere dal danno che causiamo. Spesso si dimentica che la diffamazione può essere un grande peccato, una grave offesa a Dio, quando incide gravemente sulla buona reputazione altrui, provocando un danno molto difficile da riparare. Ecco perché la Parola di Dio è così dura sulla lingua, dicendo che “è un mondo d’iniquità” che “contamina tutto l’uomo” (Giacomo 3:6), come un “male instancabile carico di veleno mortale” (Giacomo 3:8). Se «con esso malediciamo gli uomini, creati a somiglianza di Dio» (Gc 3,9), l’amore si prende cura dell’immagine degli altri, con una delicatezza che porta a preservare anche la buona reputazione dei nemici. Nella difesa della legge divina non dobbiamo mai dimenticare questa esigenza d’amore. 113. I coniugi che si amano e si appartengono, si parlano bene, cercano di mostrare il lato buono del coniuge al di là delle debolezze e degli errori. In ogni caso restano in silenzio per non danneggiare la loro immagine. Ma non è solo un gesto esterno, scaturisce da un atteggiamento interno. Né è l’ingenuità di chi finge di non vedere le difficoltà e le debolezze dell’altro, ma l’ampiezza di visione di chi contestualizza quelle debolezze ed errori. Ricorda che questi difetti sono solo una parte, non sono l’intero essere dell’altro. Un fatto spiacevole nella relazione non è la totalità di quella relazione. Allora si può semplicemente accettare che siamo tutti una complessa combinazione di luci e ombre. L’altro non è solo quello che mi dà fastidio. È molto più di questo. Per lo stesso motivo non esigo che il tuo amore sia perfetto per valorizzarlo. Mi ama così com’è e come può, con i suoi limiti, ma solo perché il suo amore è imperfetto non significa che sia falso o che non sia reale. È reale, ma limitato e terreno. Quindi, se pretendo troppo da lui, me lo farà sapere in qualche modo, poiché non potrà e non accetterà di svolgere il ruolo di essere divino o di mettersi al servizio di tutti i miei bisogni. L’amore convive con l’imperfezione, la scusa, e sa restare in silenzio di fronte ai limiti della persona amata. Fiducia 114. Panta pisteuei, «crede a tutto», a causa del contesto, «fede» non va intesa nel senso teologico, ma nel senso ordinario di «fiducia». Non si tratta solo di non sospettare che l’altro menta o inganni. Quella fiducia fondamentale riconosce la luce accesa da Dio, che è nascosta dietro l’oscurità, o la brace che ancora arde sotto la cenere. 115. Questa stessa fiducia rende possibile una relazione di libertà. Non è necessario controllare l’altro, seguire attentamente i suoi passi, per evitare che sfuggano alle nostre braccia. Ama la fiducia, lascia Nella libertà rinuncia a controllare tutto, a possedere, a dominare. Questa libertà, che rende possibili spazi di autonomia, apertura al mondo e nuove esperienze, permette che la relazione si arricchisca e non diventi un circolo chiuso senza orizzonti. Così i coniugi, una volta riuniti, possono sperimentare la gioia di condividere ciò che hanno ricevuto e imparato al di fuori della cerchia familiare. Allo stesso tempo, rende possibile la sincerità e la trasparenza, perché quando uno sa che gli altri hanno fiducia in lui e apprezzano la bontà fondamentale del suo essere, allora si mostra così com’è, senza nascondersi. Chi sa di essere sempre sospettato di lui, di giudicarlo senza compassione, di non amarlo incondizionatamente, preferirà mantenere i suoi segreti, nascondere le sue cadute e debolezze, fingere quello che non è. D’altro canto, una famiglia dove regna una fiducia elementare e amorevole, e dove la fiducia viene sempre ricambiata nonostante tutto, lascia emergere la vera identità dei suoi membri, e li fa rifiutare spontaneamente l’inganno, la menzogna o la menzogna. Attendere 116. Panta elpizei: non disperare del futuro. Collegata alla parola precedente, indica l’attesa di chi sa che l’altro può cambiare. Spera sempre che sia possibile una maturazione, un’esplosione sorprendente di bellezza, che un giorno germinino le potenzialità più nascoste del suo essere. Ciò non significa che tutto cambierà in questa vita. Si tratta di accettare che alcune cose non accadono come si vorrebbe, ma forse Dio scrive dritto al punto linee storte di una persona e trarre del bene dai mali che non riesce a superare su questa terra. 117. Qui la speranza è presente in tutto il suo senso, perché comprende la certezza di una vita oltre la morte. Quella persona, con tutte le sue debolezze, è chiamata alla pienezza del cielo. Lì, completamente trasformata dalla risurrezione di Cristo, non esisteranno più le sue fragilità, le sue tenebre e le sue patologie. Lì il vero essere di quella persona risplenderà con tutta la sua potenza di bene e di bellezza. Questo ci permette anche, in mezzo ai fasti di questa terra, di contemplare quella persona con sguardo soprannaturale, alla luce della speranza, e attendere quella pienezza che un giorno riceverà nel Regno dei Cieli, anche se ora non è visibile. Sopporta tutto 118. Panta Hypoménei significa che sopporta ogni contrarietà con spirito positivo. Resta fermo nel mezzo di un ambiente ostile. Non si tratta solo di tollerare alcune cose fastidiose, ma di qualcosa di più ampio: una resistenza dinamica e costante, capace di superare qualsiasi sfida. È amore nonostante tutto, anche quando l’intero contesto invita ad altro. Manifesta una quota di eroismo ostinato, di potere contro ogni corrente negativa, un’opzione per il bene che nulla può rovesciare. Questo mi ricorda quelle parole di Martin Luther King, quando optò ancora una volta per l’amore fraterno anche in mezzo alle peggiori persecuzioni e umiliazioni: “La persona che ti odia di più ha qualcosa di buono in sé”. Lui; anche la nazione che odi di più ha qualcosa di buono in sé; anche la razza che odia di più ha qualcosa di buono in sé. E quando arrivi al punto in cui guardi il volto di ogni uomo e vedi nel profondo di lui ciò che la religione chiama “l’immagine di Dio”, inizi ad amarlo “nonostante”. Non importa quello che faccio, lì vedi l’immagine di Dio. C’è un elemento di bontà di cui non puoi mai sbarazzarti […] Un altro modo di amare il tuo nemico è questo: quando ti si presenta l’opportunità di sconfiggere il tuo nemico, quello è il momento in cui devi decidere di non farlo […] Quando sali al livello dell’amore, della sua grande bellezza e potenza, l’unica cosa che cerchi di sconfiggere sono i sistemi malvagi. Ami le persone intrappolate in quel sistema, ma cerchi di sconfiggere quel sistema […] L’odio fine a se stesso non fa altro che intensificare l’esistenza dell’odio e del male nell’universo. Se io ti colpisco e tu colpisci me, e io ti colpisco e tu mi colpisci, e così via, è chiaro che vai all’infinito. Non finisce mai. Da qualche parte, qualcuno deve avere un po’ di buon senso, e quella è la persona forte. La persona forte è la persona che può spezzare la catena dell’odio, la catena del male […] Qualcuno deve avere abbastanza religione e moralità per tagliarla e iniettare nella struttura stessa dell’universo quell’elemento forte e potente dell’amore»[114]. 119. Nella vita familiare è necessario coltivare quella forza dell’amore, che permette di lottare contro il male che la minaccia. l’amore non è rimasto dominato dal risentimento, dal disprezzo per le persone, dal desiderio di ferirle o di togliere loro qualcosa. L’ideale cristiano, e particolarmente nella famiglia, è l’amore nonostante tutto. A volte ammiro, ad esempio, l’atteggiamento di persone che hanno dovuto separarsi dal coniuge per proteggersi dalla violenza fisica e tuttavia, attraverso la carità coniugale che sa andare oltre i sentimenti, hanno saputo cercare il proprio bene, anche attraverso gli altri, nei momenti di malattia, di sofferenza o di difficoltà. Anche questo è amore nonostante tutto. Crescere nella carità coniugale 120. L’inno di san Paolo, che abbiamo ripercorso, ci permette di fare posto alla carità coniugale. È l’amore che unisce i coniugi[115], santificato, arricchito e illuminato dalla grazia del sacramento del matrimonio. Si tratta di una «unione affettiva»[116], spirituale e oblativa, ma che comprende in sé la tenerezza dell’amicizia e della passione erotica, sebbene sia capace di sussistere anche quando i sentimenti e la passione si affievoliscono. Papa Pio XI insegnava che questo amore permea tutti i doveri della vita coniugale e «ha un certo principato di nobiltà»[117]. Perché quell’amore forte, effuso dallo Spirito Santo, è riflesso dell’Alleanza indissolubile tra Cristo e l’umanità culminata nell’abbandono fino alla fine, sulla croce: «Lo Spirito che il Signore infonde rinnova il cuore e rende l’uomo e la donna capaci di amarsi come Cristo ci ha amati. In questo modo l’amore coniugale raggiunge la pienezza in cui è carità coniugale internamente ordinata»[118]. 121. Il matrimonio è un segno prezioso, perché «quando un uomo e una donna celebrano il sacramento del matrimonio, Dio, per così dire, “si riflette” in loro, imprime in loro i propri tratti e il carattere indelebile del suo amore. Il matrimonio è l’immagine dell’amore di Dio per noi. Dio, infatti, è anche comunione: le tre Persone del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo vivono sempre e per sempre in perfetta unità. Ed è proprio questo il mistero del matrimonio: Dio fa dei due coniugi una sola esistenza»[119]. Ciò ha conseguenze molto concrete e quotidiane, perché i coniugi, «in forza del sacramento, sono investiti di un’autentica missione, affinché possano rendere visibile, a partire dalle cose semplici e ordinarie, l’amore con cui Cristo ama la sua Chiesa, che continua a dare la vita per lei»[120]. riprodurre perfettamente l’unione che esiste tra Cristo e la sua Chiesa, perché il matrimonio come segno implica «un processo dinamico, che avanza gradualmente con la progressiva integrazione dei doni di Dio»[121]. Tutta la vita, tutto in comune 123. Dopo l’amore che ci unisce a Dio, l’amore coniugale è la «massima amicizia»[122]. tenerezza, stabilità e una somiglianza tra amici costruita con la vita condivisa. Ma il matrimonio aggiunge a tutto ciò un’esclusività indissolubile, che si esprime nel progetto stabile di condividere e costruire insieme l’intera nostra esistenza. Siamo onesti e riconosciamo i segni della realtà: chi è innamorato non considera che questo rapporto possa essere solo temporaneo; Chi vive intensamente la gioia del matrimonio non pensa a qualcosa di temporaneo; Chi accompagna la celebrazione di un’unione piena d’amore, seppur fragile, spera che essa possa durare nel tempo; I bambini non solo vogliono che i loro genitori si amino, ma anche che siano fedeli e stiano sempre insieme. Questi ed altri segni mostrano che nella natura stessa dell’amore coniugale c’è l’apertura al definitivo. L’unione che si cristallizza nella promessa di matrimonio per sempre è più che una formalità sociale o una tradizione, perché è radicata nelle inclinazioni spontanee della persona umana. E, per i credenti, è un’alleanza davanti a Dio che esige fedeltà: «Il Signore è testimone tra te e la moglie della tua giovinezza, che tu hai tradito, poiché era la tua compagna, la donna della tua alleanza […] Non tradire la moglie della tua giovinezza. Perché odio il rifiuto» (Ml 2,14.15-16). 124. Un amore debole o malato, incapace di accettare il matrimonio come una sfida che richiede di lottare, di rinascere, di reinventarsi e di ricominciare sempre fino alla morte, non può sostenere un alto livello di amore. impegno. Cedere alla cultura del provvisorio, che impedisce un costante processo di crescita. Ma «promettere un amore per sempre è possibile quando scopriamo un progetto che va oltre i nostri stessi progetti, che ci sostiene e ci permette di donare completamente il nostro futuro alla persona amata»[123]. Che questo amore possa superare tutte le prove e rimanere fedele contro tutto, suppone il dono della grazia che lo rafforza e lo eleva. Come diceva san Roberto Bellarmino: «Il fatto che uno sia unito all’altro in un vincolo indissolubile, tanto che non possono separarsi, qualunque siano le difficoltà, e anche quando sia perduta la speranza della discendenza, ciò non può avvenire senza un grande mistero»[124]. 125. Il matrimonio, inoltre, è un’amicizia che racchiude le note della passione, ma sempre orientata verso un’unione sempre più salda e intensa. Perché «non è stato istituito soltanto per la procreazione», ma perché l’amore vicendevole «si manifesti, progredisca e maturi secondo un retto ordine»[125]. Questa peculiare amicizia tra un uomo e una donna acquista un carattere totalizzante che si verifica solo in un’unione coniugale. Proprio perché totalizzante, questa unione è anche esclusiva, fedele e aperta alla generazione. Tutto è condiviso, anche la sessualità, sempre nel rispetto reciproco. Il Concilio Vaticano II lo ha espresso dicendo che «tale amore, associando allo stesso tempo l’umano e il divino, conduce i coniugi al libero e reciproco dono di sé, verificato dai sentimenti». e gesti di tenerezza, e permea tutta la sua vita»[126]. Gioia e bellezza 126. Nel matrimonio è importante prendersi cura della gioia dell’amore. Quando la ricerca del piacere è ossessiva, ci rinchiude in una cosa e ci rende incapaci di trovare altri tipi di soddisfazione. La gioia, invece, dilata la capacità di godere e ci permette di trovare piacere in realtà diverse, anche nelle fasi della vita in cui il piacere svanisce. usato per riferirsi all’espansione dell’ampiezza del cuore[127]. La gioia coniugale, che può essere vissuta anche in mezzo al dolore, implica accettare che il matrimonio è una necessaria combinazione di gioie e fatiche, tensioni e riposo, sofferenze e liberazioni, soddisfazioni e ricerche, fastidi e piaceri, sempre sulla via dell’amicizia, che spinge i coniugi a prendersi cura l’uno dell’altro: «si prestano aiuto e servizio reciproco»[128]. L’amore dell’amicizia si chiama «carità». quando l’«alto valore» che l’altro ha è colto e apprezzato[129]. La bellezza – l’«alto valore» dell’altro, che non coincide con le sue attrazioni fisiche o psicologiche – ci permette di assaporare la sacralità della sua persona, senza il bisogno imperativo di possederla. Nella società dei consumi il senso estetico si impoverisce, e così la gioia si spegne per possesso egoistico. Ci porta a vibrare davanti a una persona con immenso rispetto e con una certa paura di farle del male o di toglierle la libertà. L’amore per l’altro implica quel piacere di contemplare e valorizzare la bellezza e la sacralità del proprio essere personale, che esiste al di là dei miei bisogni. Questo mi permette di ricercare il suo bene anche quando so che non può essere mio o quando è diventato fisicamente antipatico, aggressivo o fastidioso. Pertanto «dipende dall’amore con cui si ama un’altra persona che gli si dia qualcosa gratuitamente»[130]. 128. L’esperienza estetica dell’amore si esprime in quello sguardo che contempla l’altro come fine a se stesso, anche se malato, vecchio o privo di attrazioni sensibili. La prospettiva che valorizza è di enorme importanza e trascurarla è solitamente dannoso. Quante cose fanno a volte i coniugi e i figli per farsi notare e prendere in considerazione! Molte ferite e crisi nascono quando smettiamo di contemplare noi stessi. Così esprimono alcune lamentele e affermazioni sentite nelle famiglie: “Mio marito non mi guarda, gli sembra che io sia invisibile”. “Per favore, guardami quando ti parlo.” “Mia moglie non mi guarda più, ora ha occhi solo per i suoi figli.” “A casa mia nessuno si preoccupa di me e non mi vedono nemmeno, come se non esistessi.” L’amore apre gli occhi e ci permette di vedere, al di là di tutto, quanto vale un essere umano. 129. La gioia di questo amore contemplativo deve essere coltivata. Poiché siamo fatti per amare, sappiamo che non esiste gioia più grande di un bene condiviso: «Date e ricevete, godetene» (Sì 14,16). Le gioie più intense della vita nascono quando si può provocare la felicità degli altri, in un’anticipazione del cielo. Vale la pena ricordare la scena felice del film Il pranzo di Babette, dove la cuoca generosa riceve un abbraccio riconoscente e un elogio: “Come delizierai gli angeli!”. La gioia di deliziare gli altri, di vederli godere, è dolce e consolante. Quella gioia, effetto dell’amore fraterno, non è quella della vanità di chi guarda a se stessi, ma quella dell’amante che si compiace del bene della persona amata, che si riversa nell’altro e diventa fecondo in lui. 130. D’altra parte, la gioia si rinnova nel dolore. Come diceva sant’Agostino: «Quanto maggiore è il pericolo nella battaglia, tanto maggiore è la gioia nel trionfo»[131]. sono profondi e festosi come quando due persone che si amano realizzano insieme qualcosa che costa loro una grande fatica comune. Sposarsi per amore 131. Voglio dire ai giovani che nulla di tutto ciò viene danneggiato quando l’amore prende il sopravvento sull’alveo dell’istituto matrimoniale, ma trova in tale istituto il modo di incanalare la sua stabilità e la sua crescita reale e concreta È anche vero che la decisione di dare al matrimonio una configurazione visibile nella società, con determinati impegni, manifesta la sua attualità: mostra la serietà dell’identificazione con l’altro, indica un superamento dell’individualismo adolescenziale, ed esprime la ferma opzione di appartenere l’uno all’altro. Sposarsi è un modo per esprimere che hai veramente lasciato il nido di tua madre per stringere altri legami forti e assumere una nuova responsabilità verso un’altra persona. Ciò vale molto di più di una semplice associazione spontanea per il reciproco gratificazione, che sarebbe una privatizzazione del matrimonio. Il matrimonio come istituzione sociale è protezione e canale di impegno reciproco, di maturazione dell’amore, affinché l’opzione per l’altro cresca in solidità, concretezza e profondità, e possa a sua volta compiere la sua missione nella società. Pertanto, il matrimonio va oltre tutte le mode passeggere e persiste. La sua essenza è radicata nella natura stessa della persona umana e nel suo carattere sociale. Si tratta di una serie di obblighi, ma scaturiscono dall’amore stesso, un amore così determinato e generoso da essere capace di rischiare il futuro. 132. Scegliere in questo modo il matrimonio esprime la decisione reale ed effettiva di trasformare due strade in una sola, qualunque cosa accada e nonostante ogni sfida. Per la serietà di questo impegno pubblico di amore, non può essere una decisione affrettata, ma per lo stesso motivo non può nemmeno essere rinviata. indefinitamente. Impegnarsi in un altro in modo esclusivo e definitivo comporta sempre una quota di rischio e una scommessa audace. Il rifiuto di assumere questo impegno è egoistico, interessato, meschino, non riconosce pienamente i diritti dell’altro e non li presenta pienamente alla società come degni di essere amati incondizionatamente. D’altra parte, coloro che sono veramente innamorati tendono ad esprimere il loro amore agli altri. L’amore concretizzato in un matrimonio contratto davanti ad altri, con tutti gli impegni che derivano da questa istituzionalizzazione, è manifestazione e tutela di un “sì” che si dona senza riserve e senza restrizioni. Ciò significa dire all’altro che può sempre avere fiducia, che non verrà abbandonato quando perderà attrattiva, quando ci saranno difficoltà o quando gli verranno offerte nuove opzioni di piacere o interessi egoistici. Amore che si manifesta e cresce 133. L’amore di amicizia unifica tutti gli aspetti della vita matrimoniale e aiuta i membri della famiglia ad andare avanti in tutte le fasi. Pertanto, i gesti che esprimono quell’amore devono essere costantemente coltivati, senza meschinità, pieni di parole generose. Nella famiglia «occorre usare tre parole. Vorrei ripeterlo. Tre parole: permesso, grazie, scusa. Tre parole chiave!»[132]. «Quando in famiglia non sei invadente e chiedi “permesso”, quando in famiglia non sei egoista e impari a dire “grazie”, e quando in famiglia ti rendi conto che hai fatto qualcosa di sbagliato e sai chiedere “scusa”, in quella famiglia c’è pace e c’è gioia»[133]. Non siamo avari nell’uso di queste parole, siamo generosi nel ripeterle giorno dopo giorno, perché «alcuni silenzi pesano, talvolta anche in famiglia, tra marito e moglie, tra genitori e figli, tra fratelli»[134]. D’altronde le parole giuste, dette al momento giusto, proteggono e nutrono l’amore giorno dopo giorno. 134. Tutto ciò avviene in un cammino di crescita permanente. Questa forma particolarissima di amore, che è il matrimonio, è chiamata a costante maturazione, perché ad esso dobbiamo sempre applicare quanto diceva san Tommaso d’Aquino a proposito della carità: «La carità, per sua natura, non ha limite di incremento, poiché è partecipazione all’infinita carità, che è lo Spirito Santo […] Né può essere prefissato un limite dal soggetto, perché man mano che cresce la carità, aumenta anche la capacità di un incremento superiore».[135] San Paolo esortava con forza: «Il Signore vi faccia progredire e abbondare nell’amore per gli uni gli altri» (1 Ts 3,12); e aggiunge: «Quanto all’amore vicendevole […] vi esortiamo, fratelli, a continuare a progredire sempre più» (1 Ts 4,9-10). Sempre di più. L’amore coniugale non si cura anzitutto parlando dell’indissolubilità come obbligo, o ripetendo una dottrina, ma rafforzandolo grazie a una crescita costante sotto l’impulso della grazia. L’amore che non cresce comincia a correre dei rischi, e possiamo crescere solo rispondendo alla grazia divina più atti d’amore, con atti d’affetto più frequenti, più intensi, più generosi, più teneri, più gioiosi. Il marito e la moglie «sperimentano il senso della loro unità e lo realizzano ogni giorno più pienamente»[136]. Il dono dell’amore divino che si effonde sui coniugi è allo stesso tempo una chiamata ad un costante sviluppo di quel dono della grazia. 135. Alcune fantasie su un amore idilliaco e perfetto, privato quindi di ogni stimolo a crescere, non sono buone. Un’idea paradisiaca dell’amore terreno dimentica che il meglio è ciò che non è ancora stato raggiunto, il vino maturato con il tempo. Come hanno ricordato i Vescovi del Cile, «non esistono le famiglie perfette che ci propone la propaganda fallace e consumistica. In esse gli anni non passano, non c’è malattia, dolore o morte […] La propaganda consumistica mostra una fantasia che non ha nulla a che vedere con la realtà che i capifamiglia devono affrontare quotidianamente»[137]. È più sano accettare con realismo i limiti, le sfide o l’imperfezione, e ascoltare la chiamata a crescere insieme, a maturare l’amore e a coltivare la solidità dell’unione, qualunque cosa accada. Dialogo 136. Il dialogo è un modo privilegiato e indispensabile di vivere, esprimere e maturare l’amore nella vita coniugale e familiare. Ma comporta un processo di apprendimento lungo e difficile. Uomini e donne, adulti e giovani, hanno modi diversi di comunicare, usano linguaggi diversi, si muovono con altri codici rispondere, il tono utilizzato, il momento e tanti altri fattori possono condizionare la comunicazione. Inoltre, è sempre necessario sviluppare alcuni atteggiamenti che siano espressione di amore e rendano possibile il dialogo autentico. 137. Concediti tempo, tempo di qualità, che consiste nell’ascoltare con pazienza e attenzione, finché l’altro non avrà espresso tutto ciò di cui aveva bisogno. Ciò richiede l’ascesi di non cominciare a parlare prima del momento opportuno. Invece di iniziare a dare opinioni o consigli, assicurati di aver sentito tutto ciò che l’altra persona ha da dire. Si tratta di fare un silenzio interiore per ascoltarsi senza rumore nel cuore e nella mente: liberarsi in fretta di sé, mettere da parte i propri bisogni e le proprie urgenze, fare spazio. Molte volte uno dei coniugi non ha bisogno della soluzione dei propri problemi, ma piuttosto di essere ascoltato. Devi sentire che il tuo dolore, la tua delusione, la tua paura, la tua rabbia, la tua speranza, il tuo sogno sono stati percepiti. Ma lamentele come queste sono frequenti: “Non mi ascolta. “Quando sembra che lo faccia, in realtà sta pensando ad altro.” “Parlo e ho la sensazione che aspetti che finisca.” “Quando parlo cerca di cambiare argomento, oppure mi dà risposte rapide per chiudere la conversazione.” 138. Sviluppa l’abitudine di dare vera importanza agli altri. Si tratta di valorizzare la tua persona, riconoscere che hai il diritto di esistere, di pensare in modo autonomo ed essere felice Non dovresti mai minimizzare ciò che dici o affermi, anche se lo è necessario per esprimere il proprio punto di vista. Alla base c’è la convinzione che ognuno ha qualcosa da dare, perché ha un’altra esperienza di vita, perché guarda da un altro punto di vista, perché ha sviluppato altre preoccupazioni e ha altre capacità e intuizioni. È possibile riconoscere la verità dell’altro, il valore delle sue preoccupazioni più profonde e il retroscena di ciò che dice, anche dietro parole aggressive. Per fare questo, devi provare a metterti al loro posto e interpretare il profondo del loro cuore, scoprire ciò che li appassiona e prendere quella passione come punto di partenza per approfondire il dialogo. 139. Ampiezza mentale, per non chiudersi ossessivamente in poche idee, e flessibilità per poter modificare o completare le proprie opinioni. È possibile che, dai miei pensieri e dai pensieri degli altri, possa emergere una nuova sintesi che arricchisca entrambi. L’unità a cui dobbiamo aspirare non è l’uniformità, ma piuttosto una “unità nella diversità”, o una “diversità riconciliata”. In questo stile arricchente di comunione fraterna, coloro che sono diversi si incontrano, si rispettano e si valorizzano, mantenendo però sfumature e accenti diversi che arricchiscono il bene comune. È necessario liberarsi dall’obbligo di essere uguali. Occorre anche l’astuzia per notare in tempo le “interferenze” che possono apparire, affinché non distruggano un processo di dialogo. Ad esempio, riconoscere i cattivi sentimenti che sorgono e relativizzarli in modo che non danneggino l’altro comunicazione. La capacità di esprimere ciò che si sente senza ferire è importante; utilizzare un linguaggio e un modo di parlare che possano essere più facilmente accettati o tollerati dall’altro, anche se il contenuto è impegnativo; avanzare le proprie pretese ma senza sfogare la rabbia come forma di vendetta, ed evitare un linguaggio moralizzante che cerca solo di attaccare, ironizzare, incolpare, ferire. Molte discussioni tra coppie non riguardano questioni molto serie. A volte si tratta di cose piccole e insignificanti, ma ciò che altera gli animi è il modo di dirle o l’atteggiamento assunto nel dialogo. 140. Avere gesti di preoccupazione per gli altri e manifestazioni di affetto. L’amore supera le peggiori barriere. Quando si riesce ad amare qualcuno, o quando ci sentiamo amati da lui, riusciamo a comprendere meglio ciò che vuole esprimere e a farci comprendere. Superare la fragilità che ci porta ad avere paura degli altri, come se fossero dei “concorrenti”. È molto importante basare la propria sicurezza su scelte, convinzioni o valori profondi, e non sulla vittoria in una discussione o sull’avere ragione. 141. Riconosciamo infine che affinché il dialogo abbia valore è necessario avere qualcosa da dire, e ciò richiede una ricchezza interiore che si nutre della lettura, della riflessione personale, della preghiera e dell’apertura alla società. Altrimenti le conversazioni diventano noiose e incoerenti. Quando nessuno dei due coniugi è coltivato e non c’è varietà di rapporti con altre persone, la vita La famiglia diventa endogama e il dialogo si impoverisce. Amore passionale 142. Il Concilio Vaticano II insegna che questo amore coniugale «abbraccia il bene di tutta la persona, e, perciò, può arricchire di una dignità peculiare le espressioni del corpo e dello spirito, e nobilitarle come segni peculiari dell’amicizia coniugale»[138]. C’è una ragione per cui un amore senza piacere né passione non basta a simboleggiare l’unione del cuore umano con Dio: «Tutti i mistici hanno affermato che l’amore soprannaturale e l’amore celeste trovano i simboli che cercano nell’amore coniugale, più che nell’amicizia, più che nel sentimento filiale o nella dedizione a una causa. E la ragione è proprio tutta intera»[139]. Perché allora non fermarsi a parlare di sentimenti e sessualità nel matrimonio? Il mondo delle emozioni 143. I desideri, i sentimenti, le emozioni, quelle che i classici chiamavano «passioni», hanno un posto importante nel matrimonio. Si verificano quando “l’altro” diventa presente e si manifesta nella propria vita. È caratteristico di ogni essere vivente tendere verso qualcos’altro, e questa tendenza ha sempre segnali affettivi di base: piacere o dolore, gioia o dolore, tenerezza o paura. Sono il presupposto dell’attività psicologica più elementare. L’essere umano è un essere vivo di questa terra, e tutto ciò che fa e cerca è carico di passioni. 144. Gesù, da vero uomo, viveva le cose con una carica di emozione. Ecco perché faceva male rifiuto di Gerusalemme (cfr Mt 23,37), e questa situazione gli fece venire le lacrime agli occhi (cfr Lc 19,41). Provò compassione anche per la sofferenza della gente (cfr Mc 6,34). Vedendo gli altri piangere, si commosse e si turbò (cfr Gv 11,33), e lui stesso pianse la morte di un amico (cfr Gv 11,35). Queste manifestazioni della sua sensibilità mostravano fino a che punto il suo cuore umano fosse aperto agli altri. 145. Provare un’emozione non è moralmente né buono né cattivo in sé[140]. Cominciare a provare desiderio o rifiuto non è né peccaminoso né riprovevole. Ciò che è buono o cattivo è l’atto che uno compie motivato o accompagnato da una passione. Ma se i sentimenti vengono promossi, ricercati e, a causa di essi, commettiamo cattive azioni, il male sta nella decisione di alimentarli e nelle cattive azioni che ne conseguono. Allo stesso modo, amare qualcuno non significa di per sé che sia bravo. Se con quel piacere cerco quella persona affinché diventi mia schiava, il sentimento sarà al servizio del mio egoismo. Credere che siamo buoni solo perché “sentiamo le cose” è un tremendo inganno. Ci sono persone che si sentono capaci di un grande amore solo perché hanno un grande bisogno di affetto, ma non sanno lottare per la felicità degli altri e vivono chiuse nei propri desideri. In tal caso, i sentimenti distolgono dai grandi valori e nascondono un egocentrismo che non consente di coltivare una vita familiare sana e felice. 146. Se invece una passione accompagna l’atto libero, può farlo esprimere la profondità di tale opzione. L’amore coniugale porta a far sì che tutta la vita affettiva diventi un bene per la famiglia e sia al servizio della convivenza. La maturità arriva in una famiglia quando la vita affettiva dei suoi membri si trasforma in una sensibilità che non domina né oscura le grandi opzioni e valori, ma segue la loro libertà[141], scaturisce da essa, l’arricchisce, la abbellisce e la rende più armonica per il bene di tutti. Dio ama la gioia dei suoi figli 147. Ciò richiede un cammino pedagogico, un processo che comporta delle rinunce. È una convinzione della Chiesa che molte volte è stata respinta, come se fosse nemica della felicità umana. Benedetto XVI ha riflettuto con grande chiarezza questa domanda: «La Chiesa, con i suoi precetti e divieti, non trasforma in amarezza la cosa più bella della vita? Non pone forse egli segnali di divieto proprio là dove la gioia, predisposta in noi dal Creatore, ci offre una felicità che ci fa assaporare qualcosa del divino?»[142]. Ma rispondeva che, sebbene nel cristianesimo non siano mancate esagerazioni o ascetismi devianti, l’insegnamento ufficiale della Chiesa, fedele alle Scritture, non rigetta «l’eros in quanto tale, ma dichiara guerra alla sua deviazione distruttiva, poiché la falsa divinizzazione dell’eros […] lo priva di sua dignità divina e lo disumanizza»[143]. 148. L’educazione dell’emotività e dell’istinto è necessaria, e per questo talvolta è essenziale fissare qualche limite. L’eccesso, la mancanza di controllo, l’ossessione per un solo tipo di piacere finiscono per indebolire e rendere malato il piacere stesso[144], e danneggiano la vita familiare. Potete davvero percorrere un bel cammino con le vostre passioni, il che significa indirizzarle sempre di più in un progetto di donazione e di piena autorealizzazione, che arricchisce i rapporti interpersonali all’interno della famiglia. Non si tratta di rinunciare a momenti di gioia intensa[145], ma di assumerli intrecciati con altri momenti di donazione generosa, di attesa paziente, di fatica inevitabile, di sforzo per un ideale. La vita familiare è tutto questo e merita di essere vissuta nella sua interezza. 149. Alcune correnti spirituali insistono nell’eliminare il desiderio di liberarsi dal dolore. Ma noi crediamo che Dio ama la gioia dell’essere umano, che ha creato tutto «per la nostra gioia» (1 Tm 6,17). Lasciamo sorgere la gioia di fronte alla sua tenerezza quando ci propone: «Figlio, trattati bene […] Non privarti di trascorrere una giornata lieta» (Si 14,11.14). Anche il matrimonio risponde alla volontà di Dio seguendo questo invito biblico: “Rallegratevi nel giorno felice” (Qo 7,14). Il punto è avere la libertà di accettare che il piacere trovi altre forme di espressione in diversi momenti della vita, secondo le esigenze dell’amore reciproco. In questo senso possiamo accogliere la proposta di alcuni maestri orientali che insistono sull’espansione della coscienza, per non rimanere intrappolati in un’esperienza molto limitata che chiude le nostre prospettive. Questa espansione della coscienza non è la negazione o la distruzione del desiderio ma piuttosto la sua espansione e perfezione. Dimensione erotica dell’amore 150. Tutto ciò ci porta a parlare della vita sessuale del matrimonio. Dio stesso ha creato la sessualità, che è un dono meraviglioso per le sue creature. Quando lo si coltiva evitandone il controllo, è per evitare «l’impoverimento di un autentico valore»[146]. San Giovanni Paolo II rifiutava che l’insegnamento della Chiesa porti a «una negazione del valore del sesso umano», o che esso semplicemente lo tolleri «per la necessità stessa della procreazione»[147]. Il bisogno sessuale dei coniugi non è oggetto di disprezzo, e «non si tratta di metterlo in discussione»[148]. 151. A coloro che temono che l’educazione delle passioni e della sessualità possa nuocere alla spontaneità dell’amore sessuale, san Giovanni Paolo II ha risposto che l’essere umano «è chiamato alla piena e matura spontaneità delle relazioni», che «è il frutto graduale del discernimento degli impulsi del proprio cuore»[149]. È qualcosa che si conquista, poiché ogni essere umano «deve apprendere con perseveranza e coerenza qual è il significato del corpo».[150] La sessualità non è una risorsa da gratificare o intrattenere, poiché è un linguaggio interpersonale in cui l’altro viene preso sul serio, con il suo valore sacro e inviolabile. Così «il cuore umano diventa partecipe, per così dire, di un’altra spontaneità»[151]. In questo In questo contesto, l’erotismo appare come una manifestazione specificamente umana della sessualità. In esso si ritrova «il significato sponsale del corpo e l’autentica dignità del dono»[152]. Nei suoi catechismi sulla teologia del corpo umano, insegnava che la corporeità sessuale «non è solo fonte di fecondità e di procreazione», ma ha anche «la capacità di esprimere amore: quell’amore proprio in cui l’uomo-persona diventa dono»[153]. L’erotismo più sano, benché legato alla ricerca del piacere, implica l’ammirazione, e per questo può umanizzare gli impulsi. 152. Pertanto, non possiamo in alcun modo intendere la dimensione erotica dell’amore come un male consentito o come un peso da tollerare per il bene della famiglia, ma piuttosto come un dono di Dio che abbellisce l’incontro degli sposi. Essendo una passione sublimata da un amore che ammira la dignità dell’altro, diventa «piena e pulita affermazione dell’amore», che ci mostra di quali meraviglie è capace il cuore umano e così, per un momento, «si sente che l’esistenza umana è stata un successo»[154]. Violenza e manipolazione 153. Nel contesto di questa visione positiva della sessualità, è opportuno sollevare la questione nella sua interezza e con sano realismo. Perché non possiamo ignorare che la sessualità è spesso spersonalizzata e anche piena di patologie, in modo tale che “diventa sempre più occasione e strumento per l’affermazione del proprio sé e per la soddisfazione egoistica delle proprie voglie e dei propri desideri”. istinti»[155]. In questo momento diventa molto rischioso che anche la sessualità sia posseduta dallo spirito velenoso dell'”usa e getta”. Il corpo dell’altro è spesso manipolato, come una cosa che viene trattenuta mentre dà soddisfazione e disprezzata quando perde attrattiva. Possiamo ignorare o nascondere le costanti forme di dominio, arroganza, abuso, perversione e violenza sessuale, che sono il prodotto di una deviazione dal significato della sessualità e che seppelliscono la dignità dell’altro e la chiamata all’amore sotto un’oscura ricerca di sé? 154. Vale la pena ricordare che, anche all’interno del matrimonio, la sessualità può diventare fonte di sofferenza e di manipolazione. Per questo dobbiamo riaffermare con chiarezza che «un atto coniugale imposto al coniuge senza tener conto della sua situazione attuale e dei suoi legittimi desideri non è un vero atto d’amore; e pertanto dispensa dall’esigenza del retto ordine morale nei rapporti tra i coniugi»[156]. Gli atti propri dell’unione sessuale dei coniugi rispondono alla natura della sessualità voluta da Dio se sono vissuti «in modo veramente umano»[157]. Per questo san Paolo esortava: «Nessuno deluda il proprio fratello o si approfitti di lui» (1 Ts 4,6). Sebbene scrivesse in un’epoca in cui dominava una cultura patriarcale, in cui le donne erano considerate completamente subordinate agli uomini, insegnò tuttavia che la sessualità dovrebbe essere una questione di conversazione tra i coniugi: Ha sollevato la possibilità di rinviare temporaneamente i rapporti sessuali, ma «di comune accordo» (1 Cor 7,5). 155. San Giovanni Paolo II ha lanciato un avvertimento molto sottile quando ha affermato che gli uomini sono «minacciati dall’insaziabilità»[158]. Sono cioè chiamati a un’unione sempre più intensa, ma il rischio è quello di cercare di cancellare le differenze e quell’inevitabile distanza che esiste tra i due. Perché ciascuno ha una dignità propria e intrasferibile. Quando la preziosa appartenenza reciproca diventa dominio, «cambia essenzialmente la struttura della comunione nella relazione interpersonale»[159]. Nella logica del dominio, il dominatore finisce anche per negare la propria dignità[160], e infine cessa di «identificarsi soggettivamente con il proprio corpo»[161], poiché gli toglie ogni significato. Vive il sesso come fuga da se stesso e come rinuncia alla bellezza dell’unione. 156. È importante essere chiari nel respingere ogni forma di sottomissione sessuale. Per questo è importante evitare ogni interpretazione impropria del testo della lettera agli Efesini dove si chiede che «le donne siano sottomesse ai loro mariti» (Ef 5,22). San Paolo si esprime qui in categorie culturali tipiche di quel tempo, ma non bisogna dare per scontato quell’abito culturale, quanto piuttosto il messaggio rivelato che sottende l’intera pericope. Ritorniamo alla sapiente spiegazione di san Giovanni Paolo II: «L’amore esclude ogni forma di sottomissione, in virtù della quale la donna diventerebbe servo o schiavo del marito […] La comunità o unità che deve costituirsi col matrimonio si realizza attraverso una donazione reciproca, che è anche mutua sottomissione»[162]. Per questo si dice anche che «i mariti amino le mogli come il proprio corpo» (Ef 5,28). In realtà, il testo biblico invita a superare il comodo individualismo per vivere in relazione agli altri, «sottomessi gli uni agli altri» (Ef 5,21). Nel matrimonio, questa reciproca “sottomissione” assume un significato speciale, e viene intesa come un’appartenenza reciproca liberamente scelta, con un insieme di note di fedeltà, rispetto e cura. La sessualità è inseparabilmente al servizio dell’amicizia coniugale, perché mira a garantire che l’altro viva pienamente. 157. Tuttavia, il rifiuto delle deviazioni della sessualità e dell’erotismo non deve mai portarci al disprezzo o all’abbandono. L’ideale del matrimonio non può configurarsi solo come una donazione generosa e sacrificale, dove ciascuno rinuncia a tutti i bisogni personali e si preoccupa solo di fare del bene all’altro senza alcuna soddisfazione. Ricordiamo che il vero amore sa anche ricevere dall’altro, è capace di accettarsi come vulnerabile e bisognoso, non rinuncia ad accogliere con sincera e felice gratitudine le espressioni corporee dell’amore nella carezza, nell’abbraccio, nel bacio e nell’unione sessuale. Benedetto XVI è stato chiaro al riguardo: «Se l’uomo pretendesse di essere solo spirito e volesse rifiutare la carne come se fosse un’eredità semplicemente l’animale, lo spirito e il corpo perderebbero la loro dignità»[163]. Per questo «l’uomo non può vivere esclusivamente di oblazione, di amore discendente. Non si può dare solo e sempre, bisogna anche ricevere». «Chi vuole donare amore deve a sua volta riceverlo in dono»[164]. Ciò significa, in ogni caso, ricordare che l’equilibrio umano è fragile, che rimane sempre qualcosa che resiste a umanizzarsi e che in ogni momento può di nuovo sfuggire al controllo, recuperando le sue tendenze più primitive ed egoistiche. Matrimonio e verginità 158. «Molte persone che vivono non sposati non solo si dedicano alla famiglia d’origine, ma svolgono spesso grandi servizi nella cerchia di amici, nella comunità ecclesiale e nella vita professionale […] Molti, parimenti, mettono i loro talenti al servizio della comunità cristiana sotto forma di carità e di volontariato». Come segno amorevole, ci ricorda l’urgenza del Regno, l’urgenza di dedicarci senza riserve al servizio evangelizzatore (cfr 1 Cor 7,32), ed è un riflesso della pienezza del cielo dove «né gli uomini si sposano né le donne prendono marito» (Mt 22,30 lo raccomandava perché sperava in un prossimo ritorno di Gesù Cristo, e voleva che tutti si concentrassero solo sull’evangelizzazione: «Il). Il momento è urgente» (1 Cor 7,29). Tuttavia, ha chiarito che si tratta di un’opinione personale, di un suo desiderio (cfr 1 Cor 7,6-8) e non di una richiesta di Cristo: «Non ho alcun precetto dal Signore» (1 Cor 7,25). Allo stesso tempo, ha riconosciuto il valore delle diverse vocazioni: «ognuno ha il proprio dono da Dio, chi in un modo, chi in un altro» (1 Cor 7,7). In questo senso san Giovanni Paolo II II ha affermato che i testi biblici «non forniscono ragioni per sostenere né l’«inferiorità» del matrimonio, né la «superiorità» della verginità o del celibato»[166] a causa dell’astinenza sessuale, piuttosto che parlare della superiorità della verginità in tutti i sensi, sembra opportuno mostrare che i diversi stati di vita si completano a vicenda, in modo che uno può essere più perfetto in un certo senso e un altro può esserlo in un altro punto di vista In questo senso, il matrimonio può essere considerato superiore agli altri sacramenti, perché simboleggia qualcosa di così grande come «l’unione di Cristo con la Chiesa o l’unione della natura divina con quella umana»[167]. fatto non in ragione della continenza stessa, ma in rapporto all’insieme della vita fondata sui consigli evangelici»[169]. Ma una la persona sposata può vivere la carità ad altissimo grado. Poi, «egli raggiunge quella perfezione che scaturisce dalla carità, mediante la fedeltà allo spirito di quei consigli. Questa perfezione è possibile e accessibile a ciascuno e a ciascuno»[170]. 161. La verginità ha il valore simbolico dell’amore che non ha bisogno di possedere l’altro, e così riflette la libertà del Regno dei cieli. È un invito agli sposi a vivere il loro amore coniugale nella prospettiva dell’amore definitivo a Cristo, come cammino comune verso la pienezza del Regno. Allo stesso tempo, l’amore degli sposi ha altri valori simbolici: da un lato è un riflesso peculiare della Trinità. La Trinità è unità piena, nella quale però esiste anche la distinzione. La famiglia, inoltre, è segno cristologico, perché manifesta la vicinanza di Dio che condivide la vita dell’essere umano unendosi a Lui nell’Incarnazione, nella Croce e nella Risurrezione: ciascun coniuge diventa “una sola carne” con l’altro e si offre per condividere tutto con Lui fino alla fine. Mentre la verginità è segno “escatologico” di Cristo risorto, il matrimonio è un segno “storico” per noi che camminiamo sulla terra, segno del Cristo terreno che ha accettato di unirsi a noi e ha donato se stesso per donarci il suo sangue. Verginità e matrimonio sono, e dovrebbero essere, modi diversi di amare, perché «l’uomo non può vivere senza amore. Egli rimane per se stesso un essere incomprensibile, la sua vita è priva di senso se il senso non gli viene rivelato. amore»[171]. 162. Il celibato rischia di essere una solitudine confortevole, che dà la libertà di muoversi in autonomia, di cambiare luoghi, compiti e opzioni, di avere soldi propri, di frequentare persone diverse a seconda dell’attrattiva del momento. In quel caso risplende la testimonianza delle persone sposate. Coloro che sono stati chiamati alla verginità possono trovare in alcuni matrimoni un segno chiaro della fedeltà generosa e incrollabile di Dio alla sua Alleanza, che stimola il loro cuore a una disponibilità più concreta e oblativa. Perché ci sono persone sposate che rimangono fedeli quando il coniuge è diventato fisicamente sgradevole, o quando non soddisfano i propri bisogni, nonostante molte offerte invitino all’infedeltà o all’abbandono. Una donna può prendersi cura del marito malato e lì, accanto alla Croce, dice ancora una volta “sì” al suo amore fino alla morte. In quell’amore si manifesta in modo sfolgorante la dignità dell’amante, dignità come riflesso della carità, poiché è caratteristico della carità amare, più che essere amato[172]. Notiamo anche in molte famiglie la capacità di servizio disinteressato e tenero di fronte ai figli difficili e perfino ingrati. Ciò fa di questi genitori un segno dell’amore libero e disinteressato di Gesù. Tutto ciò diventa un invito alle persone celibi a vivere con maggiore generosità e disponibilità la loro dedizione al Regno. Oggi la secolarizzazione ha offuscato il valore dell’unione per la vita e ha indebolito la ricchezza dell’impegno coniugale, per questo «è necessario approfondire gli aspetti positivi dell’amore coniugale»[173]. La trasformazione dell’amore 163. Il prolungamento della vita fa accadere qualcosa che non era comune in altri tempi: il rapporto intimo e l’appartenenza reciproca devono essere preservati per quattro, cinque o sei decenni, e questo diventa un’esigenza di scegliersi sempre di nuovo. Forse il coniuge non è più appassionato di un intenso desiderio sessuale che lo muove verso l’altra persona, ma sente il piacere di appartenergli e di appartenergli, di sapere di non essere solo, di avere un “complice”, che sa tutto della sua vita e della sua storia e che condivide tutto. È il compagno nel cammino della vita con cui affrontare le difficoltà e godere delle cose belle. Ciò produce anche una soddisfazione che accompagna il desiderio tipico dell’amore coniugale. Non possiamo promettere di provare gli stessi sentimenti per tutta la vita. D’altro canto, possiamo avere un progetto comune stabile, impegnarci ad amarci e a vivere insieme finché morte non ci separi, e vivere sempre una ricca intimità. L’amore che ci promettiamo supera ogni emozione, sentimento o stato d’animo, anche se li include. È un amore più profondo, con una decisione del cuore che coinvolge tutta l’esistenza. Così, in mezzo ad un conflitto irrisolto, e nonostante nel cuore circolino molti sentimenti confusi, il decisione di amare, di appartenere, di condividere tutta la tua vita e di rimanere amorevole e indulgente. Ognuno dei due intraprende un percorso di crescita e cambiamento personale. Nel mezzo di quel percorso, l’amore celebra ogni passo e ogni nuova tappa. 164. Nella storia di un matrimonio l’aspetto fisico cambia, ma non per questo si indebolisce l’attrazione amorosa. Qualcuno si innamora di una persona intera con la propria identità, non solo di un corpo, sebbene quel corpo, al di là dell’usura del tempo, non smetta mai di esprimere in qualche modo quell’identità personale che ha catturato il cuore. Quando gli altri non riescono più a riconoscere la bellezza di quella identità, il coniuge innamorato riesce ancora a percepirla con l’istinto dell’amore, e l’affetto non scompare. Riafferma la sua decisione di appartenerle, la sceglie nuovamente, ed esprime quella scelta in una vicinanza fedele e piena di tenerezza. La nobiltà della sua opzione per lei, perché intensa e profonda, risveglia una nuova forma di emozione nel compimento di quella missione coniugale. Perché «l’emozione provocata da un altro essere umano in quanto persona […] non tende di per sé all’atto coniugale»[174]. Acquisisce altre espressioni sensibili, perché l’amore «è un’unica realtà, anche se con dimensioni diverse; a seconda dei casi, l’uno o l’altro può risaltare di più»[175]. Il legame trova nuove modalità e richiede la decisione di impastarlo ancora e ancora. Ma non solo per preservarlo, ma per svilupparlo. È la via della costruire giorno dopo giorno. Ma niente di tutto questo è possibile se non invochiamo lo Spirito Santo, se non invochiamo ogni giorno la sua grazia, se non cerchiamo la sua forza soprannaturale, se non gli chiediamo con desiderio di riversare il suo fuoco sul nostro amore per rafforzarlo, guidarlo e trasformarlo in ogni nuova situazione. Capitolo quinto L’AMORE CHE DIVENTA FERTILIZZANTE 165. L’amore dona sempre la vita. Per questo, l’amore coniugale «non si esaurisce all’interno della coppia […] I coniugi, donandosi reciprocamente, donano oltre se stessi la realtà del figlio, riflesso vivo del loro amore, segno permanente dell’unità coniugale e sintesi viva e inseparabile del padre e della madre»[176]. Accogliere una nuova vita 166. La famiglia è l’ambito non solo della generazione, ma anche dell’accoglienza della vita che viene come dono di Dio. Ogni nuova vita «ci permette di scoprire la dimensione più gratuita dell’amore, che non finisce mai di sorprenderci. È la bellezza di essere amati prima: i bambini sono amati prima di arrivare»[177]. Ciò ci riflette il primato dell’amore di Dio che prende sempre l’iniziativa, perché i bambini «sono amati prima di aver fatto qualcosa per meritarlo»[178]. Ma «molti bambini fin dall’inizio vengono rifiutati, abbandonati, viene loro rubata l’infanzia e il loro futuro. Alcuni osano dire, quasi per giustificarsi, che è stato un errore metterli al mondo. Questo è imbarazzante! […] Che ne facciamo delle solenni dichiarazioni dei diritti umani o dei diritti del bambino, se poi «Puniamo i bambini per gli errori degli adulti?»[179]. Se un bambino viene al mondo in circostanze indesiderate, i genitori, o altri familiari, devono fare tutto il possibile per accoglierlo come un dono di Dio e assumersi la responsabilità di accoglierlo con apertura e affetto. Perché «quando si tratta di mettere al mondo dei figli, nessun sacrificio adulto sarà considerato troppo costoso o troppo grande, purché impedisca al bambino di pensare che è un errore, che non vale nulla e che è stato abbandonato alle ferite della vita e alla prepotenza degli uomini»[180]. Il dono di un nuovo figlio, che il Signore affida al papà e alla mamma, inizia con l’accoglienza, prosegue con la custodia per tutta la vita terrena e ha come destinazione finale la gioia della vita eterna. Uno sguardo sereno verso la realizzazione ultima della persona umana renderà i genitori ancora più consapevoli del dono prezioso che è stato loro affidato. Dio, infatti, ha concesso loro la scelta del nome con cui chiamerà ciascuno dei suoi figli per tutta l’eternità[181]. 167. Le famiglie numerose sono una gioia per la Chiesa. In essi l’amore esprime la sua generosa fecondità. Ciò non significa dimenticare un salutare monito di san Giovanni Paolo II, quando spiegava che la genitorialità responsabile non è «procreazione illimitata o mancanza di consapevolezza di ciò che comporta l’educazione dei figli, ma piuttosto la capacità che hanno i coniugi di usare in modo saggio e responsabile la loro inviolabile libertà, tenendo conto sia della realtà sociale e demografica, sia della propria situazione e dei legittimi desideri»[182]. L’amore nell’attesa della gravidanza 168. La gravidanza è un momento difficile, ma è anche un tempo meraviglioso. La madre accompagna Dio affinché avvenga il miracolo di una nuova vita. La maternità nasce da una «particolare potenzialità dell’organismo femminile, che con peculiarità creativa serve al concepimento e alla generazione dell’essere umano»[183]. «mistero della creazione, che si rinnova nella generazione umana»[184]. È come dice il Salmo: «Mi hai tessuto nel grembo di mia madre» (139,13) Ogni figlio che si forma nella madre è progetto eterno di Dio Padre e del suo amore eterno: «Prima di formarti nel grembo di tua madre, ti ho scelto» (Ger 1,5). Ogni bambino è sempre stato nel cuore di Dio e nel momento in cui viene concepito si realizza il sogno eterno del Creatore. Pensiamo a quanto vale quell’embrione dal momento in cui viene concepito. Bisogna guardarlo con quegli occhi d’amore del Padre, che guardano oltre ogni apparenza. 169. La donna incinta può partecipare a questo progetto di Dio sognando il suo bambino: «Ogni madre e ogni padre hanno sognato per nove mesi il loro bambino […] Non è possibile una famiglia senza sognare. Quando in una famiglia si perde la capacità di sognare, i figli non crescono, l’amore non cresce, la vita si indebolisce e svanisce».[185] Dentro quel sogno, per un Il matrimonio cristiano, il battesimo appare necessariamente. I genitori lo preparano con la loro preghiera, donando il loro bambino a Gesù prima della sua nascita. 170. Con i progressi odierni della scienza è possibile sapere in anticipo che colore di capelli avrà il bambino e quali malattie potrà soffrire in futuro, perché tutte le caratteristiche somatiche di quella persona sono inscritte nel suo codice genetico già allo stato embrionale. Ma solo il Padre che lo ha creato lo conosce pienamente. Solo lui sa cosa ha più valore, cosa è più importante, perché sa chi è quel bambino, qual è la sua identità più profonda. La madre che lo porta in grembo ha bisogno di chiedere a Dio la luce per poter conoscere in profondità il proprio figlio e aspettarlo così com’è. Alcuni genitori ritengono che il loro bambino non arrivi nel momento migliore. Hanno bisogno di chiedere al Signore che li guarisca e li fortifichi per accogliere pienamente quel bambino, affinché possano aspettarlo con il cuore. È importante che quel bambino si senta atteso. Non è un complemento o una soluzione a una preoccupazione personale. È un essere umano, dal valore immenso, e non può essere utilizzato a proprio vantaggio. Quindi non è importante se quella nuova vita ti servirà oppure no, se avrà caratteristiche che ti piacciono oppure no, se risponderà oppure no ai tuoi progetti e ai tuoi sogni. Perché «i figli sono un dono. Ognuno è unico e irripetibile […] Un bambino si ama perché è bambino, non perché è bello o perché lo è in un modo o nell’altro; No, perché è un figlio. Non perché la pensi così Io o incarna i miei desideri. Un figlio è un figlio»[186]. L’amore dei genitori è strumento dell’amore di Dio Padre che attende con tenerezza la nascita di ogni figlio, l’accoglie senza condizioni e lo accoglie gratuitamente. 171. Voglio chiedere con affetto ad ogni donna incinta: abbi cura della tua gioia, non lasciare che nulla ti tolga la gioia interiore della maternità. Quel bambino merita la tua gioia. Non permettere che le paure, le preoccupazioni, i commenti o i problemi degli altri spengano quella felicità di essere strumento di Dio per portare nuova vita al mondo. Abbi cura di ciò che c’è da fare o da preparare, ma senza ossessionarti, e loda come Maria: «L’anima mia magnifica il Signore, il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore; perché ha visto l’umiliazione della sua serva» (Lc 1,46-48). Vivi quell’entusiasmo sereno in mezzo alle tue contrarietà, e prega il Signore che si prenda cura della tua gioia affinché tu possa trasmetterla a tuo figlio. Amore di madre e di padre 172. «I figli, appena nati, cominciano a ricevere in dono, insieme al cibo e alle cure, la conferma delle qualità spirituali dell’amore. Gli atti d’amore passano attraverso il dono del nome personale, la il linguaggio condiviso, le intenzioni degli sguardi, le illuminazioni dei sorrisi. Imparano così che la bellezza del legame tra gli esseri umani punta alla nostra anima, cerca la nostra libertà, accetta la diversità dell’altro, lo riconosce e lo rispetta come interlocutore […] e questo è l’amore, che porta una scintilla dell’amore di Dio»[187]. Ha diritto di ricevere l’amore di una madre e di un padre, entrambi necessari per la sua completa ed armonica maturazione. Come hanno affermato i Vescovi australiani, entrambi «contribuiscono, ciascuno in modo diverso, all’educazione del bambino. Rispettare la dignità del bambino significa affermare il suo bisogno e diritto naturale ad una madre e ad un padre»[188]. Non si tratta solo dell’amore del padre e della madre separatamente, ma anche dell’amore tra loro, percepito come fonte della propria esistenza, come nido che accoglie e come fondamento della famiglia. Altrimenti il figlio sembra ridotto a un possesso capriccioso. Entrambi, l’uomo e la donna, il padre e la madre, sono «collaboratori dell’amore di Dio Creatore e, in certo modo, suoi interpreti»[189]. Mostrano ai loro figli il volto materno e il volto paterno del Signore. Insieme, inoltre, insegnano il valore della reciprocità, dell’incontro tra persone diverse, dove ognuno apporta la propria identità e sa anche ricevere dall’altro. Se per qualche inevitabile motivo manca uno dei due, è importante trovare il modo di compensarlo, per favorire la corretta maturazione del bambino. 173. Il sentimento di orfanotrofio che sperimentano oggi molti bambini e giovani è più profondo di quanto pensiamo. Oggi riconosciamo come del tutto legittimo, e perfino auspicabile, che le donne vogliano studiare, lavorare, sviluppare le proprie capacità e avere obiettivi personali. Ma, allo stesso tempo, non possiamo ignorare il bisogno che i bambini hanno della presenza materna, soprattutto in età pediatrica i primi mesi di vita. La realtà è che «la donna si pone davanti all’uomo come madre, soggetto della nuova vita umana che in lei si concepisce e si sviluppa, e da lei nasce al mondo»[190]. L’indebolimento della presenza materna con le sue qualità femminili è un grave rischio per la nostra terra. Apprezzo il femminismo quando non mira all’uniformità o alla negazione della maternità. Perché la grandezza della donna implica tutti i diritti che emanano dalla sua inalienabile dignità umana, ma anche dal suo genio femminile, indispensabile per la società[191]. Le sue capacità specificamente femminili – in particolare la maternità – garantiscono anche i suoi doveri, perché il suo essere donna implica anche una peculiare missione su questa terra, che la società deve tutelare e preservare per il bene di tutti. 174. Infatti, «le madri sono l’antidoto più forte al dilagare dell’individualismo egoistico […] Sono esse che testimoniano la bellezza della vita»[192]. Senza dubbio «una società senza madri sarebbe una società disumana, perché le madri sanno sempre testimoniare, anche nei momenti peggiori, tenerezza, dedizione e forza morale. Spesso le madri trasmettono anche il significato più profondo della pratica religiosa: nelle prime preghiere, nei primi gesti di devozione che un bambino impara[…] Senza le madri, non solo non ci sarebbero nuovi credenti, ma la fede perderebbe gran parte del suo calore semplice e profondo. […] Carissime mamme, grazie, grazie per quello sei nella famiglia e per ciò che doni alla Chiesa e al mondo»[193]. 175. La madre, che protegge il bambino con la sua tenerezza e compassione, lo aiuta a risvegliare la fiducia, a sperimentare che il mondo è un luogo buono che lo accoglie, e questo gli permette di sviluppare un’autostima che favorisce la capacità di intimità e di empatia. La figura paterna, invece, aiuta a percepire i limiti della realtà, e si caratterizza più per l’orientamento, per l’uscita verso il mondo più ampio e sfidante, per l’invito allo sforzo e alla lotta. Un padre con un’identità maschile chiara e felice, che a sua volta unisce affetto e protezione nel trattare la donna, è necessario quanto le cure materne. Ci sono ruoli e compiti flessibili che si adattano alle circostanze specifiche di ogni famiglia, ma la presenza chiara e ben definita delle due figure, femminile e maschile, crea l’ambiente più adeguato per la maturazione del bambino. 176. Si dice che la nostra società è una «società senza padri». Nella cultura occidentale la figura del padre sarebbe simbolicamente assente, deviata, sbiadita. Anche la virilità sembra messa in discussione. Si è verificata una comprensibile confusione, perché «in un primo momento questa è stata percepita come una liberazione: liberazione dal padre-patrono, dal padre come rappresentante della legge che viene imposta dall’esterno, dal padre come censore della felicità dei figli e ostacolo all’emancipazione e all’autonomia dei giovani. Talvolta, in passato, in alcuni Nelle case regnava l’autoritarismo, in certi casi addirittura l’abuso»[194]. Ma, «come spesso accade, si passa da un estremo all’altro. Il problema dei nostri giorni non sembra più essere tanto la presenza invadente del padre, quanto piuttosto la sua assenza, il fatto di non essere presente. Il padre a volte è così concentrato su se stesso e sul suo lavoro, a volte sulle proprie realizzazioni individuali, che dimentica anche la famiglia. E lascia soli i piccoli e i giovani»[195]. La presenza paterna, e quindi la sua autorità, risente anche del crescente tempo dedicato ai media e alle tecnologie di distrazione. Oggi, inoltre, l’autorità viene messa in sospetto e gli adulti vengono interrogati crudamente. Loro stessi abbandonano le certezze e per questo non danno indicazioni sicure e fondate ai propri figli. Non è salutare lo scambio di ruoli tra genitori e figli, che danneggia il giusto processo di maturazione che i figli devono compiere e nega loro un amore che li guidi e li aiuti a maturare[196]. 177. Dio colloca il padre nella famiglia perché, con le caratteristiche preziose della sua mascolinità, « possa essere vicino alla moglie, per condividere tutto, gioie e dolori, fatiche e speranze. E sia vicino ai figli nella loro crescita: quando giocano e quando sono occupati, quando sono spensierati e quando sono angosciati, quando si esprimono e quando sono taciturni, quando si lanciano e quando Hanno paura, quando fanno un passo sbagliato e quando ritrovano la strada; Padre presente, sempre. Dire presente non è la stessa cosa che dire controllore. Perché i genitori troppo controllanti annullano i figli»[197]. Alcuni genitori si sentono inutili o non necessari, ma la verità è che «i figli hanno bisogno di trovare un padre che li aspetti quando ritornano dai loro fallimenti. Faranno di tutto per non ammetterlo, per non farlo vedere, ma ne hanno bisogno»[198]. Non è bene che i figli restino senza genitori e smettano così di esserlo prima del tempo. «il matrimonio non è stato istituito unicamente per la procreazione […] Pertanto, anche se spesso mancano i figli, tanto desiderati, il matrimonio, come amicizia e comunione di tutta la vita, continua ad esistere e conserva il suo valore e la sua indissolubilità»[199]. Inoltre, «la maternità non è una realtà esclusivamente biologica, ma si esprime in vari modi»[200. L’adozione è una via per realizzare in modo molto generoso la maternità e la paternità, e desidero incoraggiare coloro che non possono avere figli. essere magnanimi e aprire il proprio amore coniugale all’accoglienza di chi è privo di un contesto familiare adeguato. Non si pentiranno mai di essere stati generosi. Adottare è l’atto d’amore di donare una famiglia a chi non ne ha la legislazione può facilitare le procedure di adozione, soprattutto nel caso di bambini non desiderati, al fine di prevenire l’aborto o l’abbandono. Coloro che accettano la sfida di adottare e accogliere una persona incondizionatamente e gratuitamente, diventano mediazioni di quell’amore di Dio che dice: «Anche se tua madre ti dimenticasse, io non ti dimenticherei» (Is 49,15). 180. «L’opzione dell’adozione e dell’affidamento esprime una particolare fecondità dell’esperienza coniugale, non solo nei casi di coniugi con problemi di fertilità […] Di fronte a situazioni in cui il figlio è amato a ogni costo, in quanto diritto all’affermazione di sé, l’adozione e l’affidamento, correttamente intesi, mostrano un aspetto importante dell’essere genitori e dell’essere figli, in quanto aiutano a riconoscere che i figli, sia naturali che adottati o affidati in affido, sono altri soggetti in sé e che occorre accoglierli, amarli, averne cura e non solo metterli al mondo. Nei processi di adozione e di affidamento deve prevalere l’interesse superiore del bambino»[201]. D’altro canto, «la tratta dei bambini tra Paesi e continenti deve essere fermata attraverso tempestivi provvedimenti legislativi e di controllo statale»[202]. 181. Vale anche la pena ricordare che la procreazione o l’adozione non sono le uniche modalità per sperimentare la fecondità dell’amore. Anche la famiglia numerosa è chiamata a lasciare la propria impronta nella società in cui è inserita, a sviluppare altre forme di fecondità che siano simili a estensione dell’amore che la sostiene. Le famiglie cristiane non devono dimenticare che «la fede non ci allontana dal mondo, ma ci introduce in esso […] Ciascuno di noi ha un ruolo speciale da svolgere nella preparazione all’avvento del Regno di Dio»[203]. La famiglia non deve pensarsi come un recinto chiamato a proteggersi dalla società. Non aspetta, ma esce da se stesso in una ricerca solidale. Diventa così un nesso di integrazione tra persona e società e un punto di incontro tra pubblico e privato. I coniugi necessitano di acquisire una chiara e convinta consapevolezza dei propri doveri sociali. Quando ciò accade, l’affetto che li unisce non diminuisce, ma si riempie di nuova luce, come espresso nei versi seguenti: «Le tue mani sono la mia carezza, le mie corde quotidiane, ti amo perché le tue mani lavorano per la giustizia. Se ti amo è perché sei il mio amore, il mio complice e tutto, e per strada siamo molto più di due». disse: “Da dove prende tutto questo? […] Non è costui il falegname, il figlio di Maria?» (Mc 6,2-3). “Non è il figlio del falegname?” (Mc 6,2-3). “Non è questo il figlio del falegname? (Mt 13,55). Ciò conferma che si trattava di una famiglia semplice, vicina a tutti, normalmente integrata nel paese. Anche Gesù non cresce in un rapporto chiuso e coinvolgente con Maria e Giuseppe, ma si muove volentieri nella famiglia allargata, che comprende parenti e amici. Ciò spiega che, al ritorno da Gerusalemme, i suoi genitori accettarono che il dodicenne fosse rimasto smarrito nella carovana per un’intera giornata, ascoltando i racconti e condividendo le preoccupazioni di tutti: «Credendo che fosse nella carovana, fecero una giornata di cammino» (Lc 2,44). Tuttavia, a volte accade che alcune famiglie cristiane, a causa del linguaggio che usano, del modo di dire, dello stile di trattamento, della ripetizione costante di due o tre temi, siano viste come lontane, come separate dalla società, e anche i loro stessi parenti si sentano disprezzati o giudicati da loro. 183. Una coppia che sperimenta la forza dell’amore sa che questo amore è chiamato a guarire le ferite degli abbandonati, a fondare la cultura dell’incontro, a lottare per la giustizia. Dio ha affidato alla famiglia il progetto di rendere il mondo «domestico»[205], perché tutti arrivino a sentire ogni essere umano come fratello: « Uno sguardo attento alla vita quotidiana degli uomini e delle donne di oggi mostra subito il bisogno, che esiste ovunque, di una robusta iniezione di spirito di famiglia […] Non solo è sempre più messa in discussione l’organizzazione della vita comune con una burocrazia del tutto estranea alle unioni umane fondamentali, ma anche i costumi sociali e politici mostrano spesso segni di degrado»[206]. D’altro canto, le famiglie aperte e solidali fanno spazio ai poveri, sono capaci di stringere amicizie con chi sta peggio della loro. Se avete veramente a cuore il Vangelo, non potete dimenticare ciò che dice Gesù: «Tutto quello che avete fatto a uno di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me» (Mt 25,40). vivere ciò che ci viene chiesto con tanta eloquenza in questo testo: «Quando offri un pranzo o una cena, non chiamare i tuoi amici, né i tuoi fratelli, né i tuoi parenti, né i tuoi vicini ricchi, perché se poi ti inviteranno, quella sarà la tua ricompensa, quando offrirai un banchetto, chiama i poveri, gli storpi, gli zoppi, i ciechi, e sarai beato» (Lc 14,12-14). Sarai felice! Ecco il segreto di una famiglia felice. 184. Con la testimonianza, e anche con le parole, le famiglie parlano di Gesù agli altri, trasmettono la fede, risvegliano il desiderio di Dio e mostrano la bellezza del Vangelo e lo stile di vita che ci propone. Così, le coppie cristiane dipingono il grigio dello spazio pubblico, riempiendolo del colore della fraternità, della sensibilità sociale, della difesa dei fragili, della fede luminosa, della speranza attiva. La sua fecondità si espande e si traduce in mille modi di rendere presente l’amore di Dio nella società. Discernere il corpo 185. In questa linea, conviene prendere molto sul serio un testo biblico che solitamente viene interpretato fuori dal suo contesto, o in modo molto generale, che può trascurare il suo significato più immediato e diretto, che è marcatamente sociale. È 1 Cor 11,17-34, dove San Paolo affronta una situazione vergognosa nella comunità. Lì alcune persone benestanti tendevano a discriminare i poveri, e questo avveniva anche nell’agape che accompagnava la celebrazione dell’Eucaristia. Mentre i ricchi gustavano le loro prelibatezze, i poveri restavano a guardare e senza nulla da mangiare: così «uno ha fame, l’altro è ubriaco. Non avete case dove mangiare e bere? Oppure pensate così poco alla Chiesa di Dio da umiliare i poveri? (vv. 21-22). si tratta, dunque, di «discernere» il Corpo del Signore, di riconoscerlo con fede e carità, sia nei segni sacramentali che nella comunità; altrimenti si mangia e si beve la propria condanna (cfr v. 11,29). Celebrazione eucaristica Diventa così un invito costante affinché «ciascuno esamini se stesso» (v. 28) per aprire le porte della propria famiglia a una maggiore comunione con le disponibilità della società e, poi, per accogliere il Sacramento dell’amore eucaristico che ci fa un solo corpo. Non dobbiamo dimenticare che «la “mistica” del Sacramento ha un carattere sociale»[207]. Quando coloro che si comunicano resistono all’impegno verso i poveri e i sofferenti, o acconsentono a diverse forme di divisione, disprezzo e disuguaglianza, l’Eucaristia viene ricevuta indegnamente. D’altra parte, le famiglie che si nutrono dell’Eucaristia con adeguate disposizioni rafforzano il loro desiderio di fraternità, il loro senso sociale e il loro impegno verso chi è nel bisogno. La vita nella famiglia numerosa 187. Il piccolo nucleo familiare non deve essere isolato dalla famiglia allargata, dove ci sono genitori, zii, cugini e anche vicini di casa. In quella grande famiglia ci può essere qualcuno che ha bisogno di aiuto, o almeno di compagnia e di gesti di affetto, oppure ci può essere una grande sofferenza che ha bisogno di consolazione[208]. L’individualismo di questi tempi porta talvolta a chiudersi in un piccolo nido di sicurezze e a sentire gli altri come un pericolo fastidioso. Questo isolamento, però, non porta più pace e felicità, ma chiude il cuore della famiglia e la priva dell’ampiezza dell’esistenza. Essere figli 188. Parliamo innanzitutto dei genitori stessi. Gesù ricordò ai farisei che l’abbandono del genitori è contro la Legge di Dio (cfr Mc 7,8-13). Non fa bene a nessuno perdere la consapevolezza di essere figlio. In ogni persona, «anche quando si raggiunge l’età adulta o anziana, anche se si diventa padre, se si occupa un posto di responsabilità, al di sotto di tutto questo rimane l’identità di figlio. Tutti siamo figli. E questo ci riporta sempre al fatto che non abbiamo dato la vita a noi stessi, ma l’abbiamo ricevuta. Il grande dono della vita è il primo dono che ci è stato fatto»[209]. 20:12). Questo comandamento viene subito dopo quelli che si riferiscono a Dio stesso. Contiene infatti qualcosa di sacro, qualcosa di divino, qualcosa che è alla radice di ogni altro tipo di rispetto tra gli uomini. E nella formulazione biblica del quarto comandamento si aggiunge: «affinché si prolunghino i tuoi giorni nella terra che il Signore, tuo Dio, sta per darti». Il legame virtuoso tra le generazioni è garanzia di futuro, ed è garanzia di una storia veramente umana. Una società di figli che non onorano i genitori è una società senza onore […] È una società destinata a popolarsi di giovani antipatici e avidi»[210]. 190. Ma la medaglia ha un’altra faccia: «L’uomo abbandonerà suo padre e sua madre» (Gen 2,24), dice la Parola di Dio. Ciò a volte non si realizza e il matrimonio non è pienamente accettato perché non è stata fatta quella rinuncia e quella resa. IL I genitori non vanno abbandonati o trascurati, ma per unirsi in matrimonio vanno lasciati, affinché la nuova casa sia la dimora, la protezione, la piattaforma e il progetto, e sia possibile diventare veramente «una sola carne» (ibid.). In alcuni matrimoni capita che molte cose vengano nascoste agli stessi coniugi, che vengono invece discusse con i propri genitori, al punto che le opinioni dei genitori contano più dei sentimenti e delle opinioni del coniuge. Non è facile sostenere a lungo questa situazione, ed è possibile solo temporaneamente, mentre si creano le condizioni per crescere nella fiducia e nella comunicazione. Il matrimonio ci sfida a trovare un nuovo modo di essere figli. Gli anziani 191. «Non respingermi ormai nella mia vecchiaia, le mie forze vengono meno, non abbandonarmi» (Sal 71,9). È il grido del vecchio, che teme l’oblio e il disprezzo. Come Dio ci invita ad essere suoi strumenti per ascoltare la supplica dei poveri, così si aspetta che ascoltiamo anche il grido degli anziani[211]. Ciò interpella le famiglie e le comunità, perché “la Chiesa non può e non vuole conformarsi a una mentalità di intolleranza, e ancor meno di indifferenza e di disprezzo, rispetto alla vecchiaia. Dobbiamo risvegliare quel senso collettivo di gratitudine, di valorizzazione e di ospitalità che faccia sentire gli anziani parte viva della loro comunità. Gli anziani sono uomini e donne, padri e madri che sono stati prima di noi sulla nostra stessa strada, nella nostra stessa casa, nella nostra battaglia quotidiana per una vita dignitosa»[212]. Per questo «quanto vorrei una Chiesa che sfidi la cultura dello scarto con la gioia traboccante di un nuovo abbraccio tra giovani e anziani!»[213]. 192. San Giovanni Paolo II invitava a prestare attenzione al posto degli anziani nella famiglia, perché ci sono culture che «come conseguenza del disordinato sviluppo industriale e urbano, hanno portato e continuano a portare gli anziani a forme inaccettabili di emarginazione»[214]. Gli anziani aiutano a percepire «la continuità delle generazioni», con «il carisma di servire da ponte»[215]. Molte volte sono i nonni che assicurano la trasmissione di grandi valori ai nipoti, e «molte persone possono riconoscere che devono proprio ai nonni la loro iniziazione alla vita cristiana»[216]. Le loro parole, le loro carezze o la loro semplice presenza aiutano i bambini a riconoscere che la storia non comincia con loro, che sono eredi di un cammino antico e che è necessario rispettare il contesto che ci precede. Chi rompe i legami con la storia avrà difficoltà a creare relazioni stabili e a riconoscere di non essere padrone della realtà. Allora «la cura degli anziani parla della qualità di una civiltà. C’è attenzione agli anziani in una civiltà? C’è spazio per gli anziani? Questa civiltà continuerà se saprà rispettare la saggezza, la saggezza degli anziani».[217] 193. L’assenza di memoria storica è una grave difetto della nostra società. È la mentalità immatura del “era già”. Conoscere e saper prendere posizione rispetto agli eventi passati è l’unica possibilità per costruire un futuro significativo. Non si può educare senza memoria: «Ricordate quei primi giorni» (Eb 10,32). I racconti degli anziani fanno molto bene ai bambini e ai giovani, poiché li collegano alla storia vissuta sia della famiglia, del quartiere e del paese. Una famiglia che non rispetta e non si prende cura dei nonni, che sono la sua memoria viva, è una famiglia disintegrata; ma una famiglia che ricorda è una famiglia che ha futuro. Pertanto, «in una civiltà in cui non c’è posto per gli anziani o vengono scartati perché creano problemi, questa società porta con sé il virus della morte»[218], poiché «si strappa dalle proprie radici»[219]. Il fenomeno dell’orfanotrofio contemporaneo, in termini di discontinuità, sradicamento e caduta delle certezze che modellano la vita, ci sfida a fare delle nostre famiglie un luogo dove i bambini possano radicarsi nel terreno di una storia collettiva. Essere fratelli 194. Il rapporto tra fratelli si approfondisce con il passare del tempo, e «il legame di fraternità che si forma nella famiglia tra i figli, se avviene in un clima di educazione aperta agli altri, è una grande scuola di libertà e di pace. Nella famiglia, tra fratelli, impariamo la convivenza umana […] Forse non sempre ne siamo consapevoli, ma è proprio la famiglia che introduce la fratellanza nel mondo. Da questa prima esperienza di fraternità, alimentata dall’affetto e dall’educazione familiare, lo stile di fraternità si irradia come una promessa sull’intera società»[220]. 195. Crescere tra fratelli offre la bella esperienza di prendersi cura gli uni degli altri, di aiutarsi e di essere aiutati. Per questo «la fraternità in famiglia risplende in modo speciale quando vediamo la cura, la pazienza e l’affetto di cui è circondato il fratellino più debole, malato o disabile»[221]. riconosciuto che «avere un fratello, una sorella che ti ama, è un’esperienza forte, preziosa, insostituibile»[222], ma bisogna insegnare pazientemente ai figli a trattarsi come fratelli. Questo apprendimento, talvolta costoso, è una vera scuola di socialità. In alcuni paesi è forte la tendenza ad avere un figlio solo, per cui l’esperienza di essere fratelli comincia a essere rara crescere soli o isolati Un cuore grande 196. Oltre alla piccola cerchia costituita dai coniugi e dai loro figli, c’è la grande famiglia che non può essere ignorata, perché «l’amore tra un uomo e una donna nel matrimonio e, derivatamente e più ampiamente, l’amore tra i membri di una stessa famiglia – tra genitori e figli, tra fratelli e sorelle, tra parenti e affini – è animato e animato da una dinamica. interiore e incessante che conduce la famiglia ad una comunione sempre più profonda e intensa, fondamento e anima della comunità coniugale e familiare»[223]. Vi si integrano anche amici e famiglie amiche, e anche comunità di famiglie che si sostengono nelle difficoltà, nell’impegno sociale e nella fede. 197. Questa grande famiglia dovrebbe integrare con amore le madri adolescenti, i bambini senza genitori, le donne sole che devono provvedere all’educazione dei propri figli, le persone con disabilità che necessitano di molto affetto e vicinanza, i giovani che lottano con la dipendenza, le persone sole, separate o vedove che soffrono di solitudine, gli anziani e i malati che non ricevono il sostegno dei propri figli, e al suo interno c’è posto «anche per i più disastrosi nel comportamento dei loro figli». vita»[224]. Può inoltre contribuire a compensare le fragilità dei genitori, oppure individuare e denunciare in tempo possibili situazioni di violenza o addirittura di abuso subite dai figli, donando loro amore sano e tutela familiare quando i genitori non possono assicurarlo. 198. Infine, non possiamo dimenticare che in questa grande famiglia sono presenti anche il suocero, la suocera e tutti i parenti del coniuge. Una delicatezza d’amore consiste nell’evitare di vederli come concorrenti, come esseri pericolosi, come invasori. L’unione coniugale richiede il rispetto delle loro tradizioni e costumi, cercando di comprendere il loro linguaggio, contenendo le critiche, prendendosi cura di loro e integrarli in qualche modo nel proprio cuore, anche quando occorre preservare la legittima autonomia e l’intimità della coppia. Questi atteggiamenti sono anche un modo squisito per esprimere la generosità della dedizione amorosa al proprio coniuge. Capitolo Sesto ALCUNE PROSPETTIVE PASTORALI 199. Il dialogo del cammino sinodale ha portato alla necessità di elaborare nuovi cammini pastorali, che ora cercherò di raccogliere in modo generale. Saranno le diverse comunità a dover elaborare proposte più pratiche ed efficaci, che tengano conto sia degli insegnamenti della Chiesa che dei bisogni e delle sfide locali. Senza voler presentare qui una pastorale della famiglia, voglio solo fermarmi a raccogliere alcune grandi sfide pastorali. Annunciare oggi il Vangelo della famiglia 200. I Padri sinodali hanno insistito sul fatto che le famiglie cristiane, mediante la grazia del sacramento nuziale, sono soggetti principali della pastorale familiare, soprattutto offrendo «la testimonianza gioiosa dei coniugi e delle famiglie, Chiese domestiche»[225]. Per questo hanno sottolineato che «si tratta di far sperimentare che il Vangelo della famiglia è gioia che «riempie il cuore e tutta la vita», perché in Cristo siamo «liberati dal peccato, dalla tristezza, dal vuoto interiore, dall’isolamento» (Evangelii gaudium, 1). Alla luce della parabola del seminatore (cfr Mt 13,3-9), nostro compito è cooperare alla semina: il resto è opera di Dio. Né dobbiamo dimenticare che la Una Chiesa che predica la famiglia è segno di contraddizione»[226], ma le coppie sono grate che i pastori offrano loro motivazioni per un impegno coraggioso verso un amore forte, solido, duraturo, capace di affrontare tutto ciò che incontra loro. La Chiesa vuole raggiungere le famiglie con umile comprensione, e il suo desiderio «è accompagnare ciascuna e ciascuna famiglia affinché scopra la strada migliore per superare le difficoltà che si trovano sul loro cammino»[227]. Non basta inserire una generica preoccupazione per la famiglia nei grandi progetti pastorali. Affinché le famiglie siano soggetti sempre più attivi della pastorale familiare, è necessario «uno sforzo evangelizzatore e catechetico rivolto alla famiglia»[228], che le orienti in questo senso. 201. «Ciò richiede una conversione missionaria da parte di tutta la Chiesa: è necessario che non rimanga un annuncio meramente teorico e slegato dai problemi reali delle persone»[229]. La pastorale familiare «deve far sperimentare che il Vangelo della famiglia risponde alle attese più profonde della persona umana: alla sua dignità e alla sua piena realizzazione nella reciprocità, nella comunione e nella fecondità. Non si tratta solo di presentare norme, ma di proporre valori, rispondendo al bisogno che si avverte oggi, anche nei Paesi più secolarizzati, di tali valori»[230]. condizioni culturali, sociali, politiche ed economiche, come l’eccessivo spazio concesso alle logiche di mercato, che impediscono un’autentica vita familiare, determinando discriminazioni, povertà, esclusioni e violenza. Per fare ciò occorre instaurare il dialogo e la cooperazione con le strutture sociali, nonché incoraggiare e sostenere i laici che si impegnano, come cristiani, in ambito culturale e socio-politico»[231]. 202. «Il contributo principale alla pastorale familiare è offerto dalla parrocchia, che è una famiglia di famiglie, dove si armonizzano gli apporti delle piccole comunità, dei movimenti e delle associazioni ecclesiali»[232]. Accanto ad una pastorale specificatamente orientata alle famiglie, ci troviamo di fronte all’esigenza di «una formazione più adeguata dei sacerdoti, dei diaconi, dei religiosi e delle religiose, dei catechisti e degli altri operatori pastorali»[233]. Nelle risposte alle consultazioni inviate in tutto il mondo, è stato evidenziato che i ministri ordinati spesso non hanno una formazione adeguata per affrontare i complessi problemi familiari di oggi. In questo senso può essere utile anche l’esperienza della lunga tradizione orientale dei preti sposati. 203. I seminaristi dovrebbero accedere a una formazione interdisciplinare più ampia sulla frequentazione e il matrimonio, e non solo in termini di dottrina. Inoltre, la formazione non sempre permette loro di dispiegare il loro mondo psico-affettivo. Alcuni portano con sé nella propria vita l’esperienza personale famiglia ferita, con assenza dei genitori e instabilità emotiva. La maturazione dovrà essere garantita nel corso della formazione affinché i futuri ministri abbiano l’equilibrio psicologico che il loro compito esige da loro. I legami familiari sono essenziali per rafforzare la sana autostima dei seminaristi. Per questo è importante che le famiglie accompagnino tutto il cammino seminariale e sacerdotale, poiché aiutano a rafforzarlo in modo realistico. In questo senso è salutare coniugare un periodo della vita in seminario con un altro della vita parrocchiale, che permette un maggiore contatto con la realtà concreta delle famiglie. Nel corso della sua vita pastorale, infatti, il sacerdote incontra soprattutto le famiglie. «La presenza dei laici e delle famiglie, in particolare quella femminile, nella formazione sacerdotale, favorisce la valorizzazione della varietà e della complementarità delle diverse vocazioni nella Chiesa»[234]. 204. Le risposte ai quesiti esprimono con insistenza anche la necessità di formare operatori laici di pastorale familiare con l’ausilio di psicologi dell’educazione, medici di famiglia, medici di comunità, assistenti sociali, avvocati delle minoranze e della famiglia, con disponibilità a ricevere contributi dalla psicologia, dalla sociologia, dalla sessuologia e anche dal counseling. I professionisti, soprattutto quelli con esperienza di accompagnamento, aiutano a concretizzare le proposte pastorali in situazioni e preoccupazioni reali. specificità delle famiglie. «Percorsi formativi e corsi specificatamente pensati per gli operatori pastorali potranno renderli idonei a inserire lo stesso cammino di preparazione al matrimonio nella dinamica più ampia della vita ecclesiale»[235]. Una buona formazione pastorale è importante «soprattutto in considerazione delle particolari situazioni di emergenza derivanti dai casi di violenza domestica e di abusi sessuali»[236]. Tutto ciò non diminuisce in alcun modo, ma anzi integra il valore fondamentale della direzione spirituale, delle inestimabili risorse spirituali della Chiesa e della Riconciliazione sacramentale. Orientare i fidanzati nel cammino di preparazione al matrimonio 205. I Padri sinodali hanno affermato in vari modi che occorre aiutare i giovani a scoprire il valore e la ricchezza del matrimonio[237]. Essi devono saper percepire il fascino di un’unione piena che eleva e perfeziona la dimensione sociale dell’esistenza, dà alla sessualità il suo significato più grande, promuovendo nel contempo il bene dei figli e offrendo loro il contesto migliore per la loro maturazione ed educazione. 206. «La complessa realtà sociale e le sfide che la famiglia è chiamata oggi ad affrontare richiedono un maggiore impegno da parte dell’intera comunità cristiana nella preparazione dei fidanzati al matrimonio. È necessario ricordare l’importanza delle virtù. Tra queste, la castità è una condizione preziosa per la crescita genuina dell’amore interpersonale. Riguardo a questa esigenza, I Padri sinodali sono stati concordi nel sottolineare l’esigenza di un maggiore coinvolgimento dell’intera comunità, privilegiando la testimonianza delle famiglie, oltre a radicare la preparazione al matrimonio nel cammino dell’iniziazione cristiana, sottolineando il legame tra matrimonio e battesimo e gli altri sacramenti. Parimenti, è stata evidenziata la necessità di programmi specifici di preparazione al matrimonio, che costituiscano un’autentica esperienza di partecipazione alla vita ecclesiale e approfondiscano i diversi aspetti della vita familiare».[238] 207. Invito le comunità cristiane a riconoscere che accompagnare il cammino d’amore della coppia fa bene a loro stesse. Come hanno giustamente affermato i Vescovi d’Italia, coloro che si sposano costituiscono per la loro comunità cristiana «una risorsa preziosa, perché, sforzandosi sinceramente di crescere nell’amore e nel dono reciproco, possono contribuire a rinnovare il tessuto stesso dell’intero corpo ecclesiale: la particolare forma di amicizia che vivono può contagiare e far crescere nell’amicizia e nella fraternità la comunità cristiana di cui fanno parte»[239]. Esistono diverse modalità legittime per organizzare la preparazione al matrimonio, e ciascuna Chiesa locale discernerà ciò che è meglio, ricercando una formazione adeguata che allo stesso tempo non allontani i giovani dal sacramento. Non si tratta di dare loro l’intero Catechismo o di saturarli di troppi argomenti. Perché anche qui vale che «non Basta molta conoscenza e appaga l’anima, ma piuttosto il sentimento e il gusto delle cose interiormente»[240]. La qualità è più importante della quantità, e bisogna dare priorità – insieme ad un rinnovato annuncio del kerygma – a quei contenuti che, comunicati in modo attraente e cordiale, aiutino ad impegnarsi in un cammino per tutta la vita «con grande spirito e liberalità»[241]. Si tratta di una sorta di «iniziazione» al sacramento del matrimonio che fornisce gli elementi necessari per poterla ricevere. farlo con le migliori disposizioni e iniziare la vita familiare con una certa solidità. 208. È opportuno anche trovare modalità, attraverso le famiglie missionarie, le famiglie proprie e le varie risorse pastorali, per offrire una preparazione a distanza che maturi l’amore reciproco, con un accompagnamento ravvicinato e testimoniale e proposte di colloqui facoltativi su diversi temi che interessano realmente ai giovani con cui intendono condividere tutta la vita. Imparare ad amare qualcuno non è una cosa improvvisata, né può essere l’obiettivo di un breve corso prima della celebrazione del matrimonio. In realtà, ogni persona si prepara al matrimonio fin dalla nascita. Tutto ciò che la sua famiglia gli ha dato deve permettergli di imparare dalla propria storia e abilitarvi ad un impegno pieno e definitivo. Probabilmente chi arriva al matrimonio più preparato è chi ha imparato dai propri genitori cos’è il matrimonio cristiano, dove entrambi si sono scelti senza condizioni, e continua a rinnovare quella decisione. In questo senso, tutte le azioni pastorali volte ad aiutare le coppie a crescere nell’amore e a vivere il Vangelo in famiglia costituiscono un aiuto prezioso affinché i loro figli si preparino alla futura vita matrimoniale. Né vanno dimenticate le preziose risorse della pastorale popolare. Per fare un semplice esempio, ricordo il giorno di San Valentino, che in alcuni paesi viene speso meglio dai commercianti che dalla creatività dei pastori. 209. La preparazione di coloro che hanno già formalizzato un corteggiamento, quando la comunità parrocchiale riesce ad accompagnarli con largo anticipo, dovrebbe dare loro anche la possibilità di riconoscere incompatibilità o rischi. In questo modo ci si può rendere conto che non è ragionevole scommettere su quella relazione, per non esporsi a un prevedibile fallimento che avrà conseguenze molto dolorose. Il problema è che lo abbaglio iniziale porta a cercare di nascondere o relativizzare molte cose, evitando il disaccordo, e così spingendo solo in avanti le difficoltà. I coniugi vanno incoraggiati e aiutati affinché possano parlare di ciò che ciascuno di loro si aspetta da un possibile matrimonio, del loro modo di intendere cosa sono l’amore e l’impegno, cosa ciò che si desidera dall’altro, il tipo di vita in comune che si vorrebbe progettare. Queste conversazioni possono aiutarti a capire che in realtà ci sono pochi punti di contatto e che la semplice attrazione reciproca non sarà sufficiente a sostenere l’unione. Niente è più volatile, precario e imprevedibile del desiderio, e la decisione di sposarsi non dovrebbe mai essere incoraggiata se non sono state esplorate altre motivazioni che diano a quell’impegno reali possibilità di stabilità. 210. In ogni caso, se si riconoscono con chiarezza i punti deboli dell’altro, è necessario che ci sia una realistica fiducia nella possibilità di aiutarlo a sviluppare il meglio della sua persona per contrastare il peso delle sue fragilità, con un fermo interesse a promuoverlo come essere umano. Ciò implica accettare con solida volontà la possibilità di affrontare alcune rassegnazioni, momenti difficili e situazioni conflittuali, e la ferma decisione di prepararsi a ciò. I segnali di pericolo che la relazione poteva avere devono essere individuati, per trovare prima del matrimonio le risorse che permettano di affrontarli con successo. Purtroppo molti arrivano alle nozze senza conoscersi. Si sono solo divertiti insieme, hanno fatto esperienze insieme, ma non hanno affrontato la sfida di mostrarsi e di imparare chi è veramente l’altro. 211. Sia la preparazione immediata che l’accompagnamento più lungo devono far sì che gli sposi non vedano il matrimonio come la fine del cammino, ma piuttosto lo assumano come una vocazione che li lancia avanti, con la decisione ferma e realistica di attraversare insieme tutte le prove e i momenti difficili. La pastorale prematrimoniale e la pastorale matrimoniale devono essere, soprattutto, una pastorale del vincolo, dove vengono forniti elementi che aiutino sia a maturare l’amore sia a superare i momenti difficili. Questi apporti non sono solo convinzioni dottrinali, non possono nemmeno ridursi alle preziose risorse spirituali che la Chiesa sempre offre, ma devono essere anche percorsi pratici, consigli ben incarnati, tattiche desunte dall’esperienza, orientamenti psicologici. Tutto ciò configura una pedagogia dell’amore che non può ignorare la sensibilità attuale dei giovani, per mobilitarli interiormente. Allo stesso tempo, nella preparazione degli sposi, deve essere possibile indicare luoghi e persone, consulenze o famiglie disponibili, a cui rivolgersi per chiedere aiuto in caso di difficoltà. Ma non dobbiamo mai dimenticare la proposta della riconciliazione sacramentale, che ci permette di porre i peccati e gli errori della vita passata, e della relazione stessa, sotto l’influenza del perdono misericordioso di Dio e della sua forza risanatrice. Preparazione alla celebrazione 212. La preparazione al matrimonio tende a concentrarsi sugli inviti, sull’abbigliamento, sulla festa e sugli innumerevoli dettagli che consumano budget, energie e gioia. Gli sposi invece arrivano al matrimonio sopraffatti ed esausti Dedicate i vostri migliori sforzi per prepararvi come coppia al grande passo che farete insieme. Questa mentalità si riflette anche in alcune unioni di fatto che non arrivano mai al matrimonio perché pensano a festeggiamenti troppo costosi, invece di dare priorità all’amore reciproco e alla sua formalizzazione rispetto ad altre. Cari sposi: «Abbiate il coraggio di essere diversi, non lasciatevi divorare dalla società del consumo e dell’apparenza. Ciò che conta è l’amore che vi unisce, rafforzato e santificato dalla grazia. “Sei capace di optare per una celebrazione austera e semplice, per mettere l’amore al di sopra di tutto”. Gli operatori pastorali e l’intera comunità possono contribuire a rendere questa priorità la norma e non l’eccezione. 213. Nella preparazione più immediata è importante illuminare i coniugi a vivere molto profondamente la celebrazione liturgica, aiutandoli a percepire e vivere il significato di ogni gesto. Ricordiamo che un impegno così grande come quello espresso dal consenso matrimoniale, e l’unione dei corpi che consuma il matrimonio, quando coinvolge due battezzati, non possono essere interpretati che come segni dell’amore del Figlio di Dio fatto carne e unito alla sua Chiesa in un’alleanza di amore. Nei battezzati parole e gesti diventano linguaggio eloquente della fede. Il corpo, con i significati che Dio ha voluto infondergli creandolo «diventa il linguaggio dei ministri del sacramento, consapevoli che nell’Alleanza la relazione coniugale si manifesta e il mistero si realizza»[242]. 214. Talvolta i coniugi non percepiscono il peso teologico e spirituale del consenso, che illumina il significato di tutti i gesti successivi. È necessario sottolineare che queste parole non possono essere ridotte al presente; implicano una totalità che include il futuro: «finché morte non ci separi». Pensiamo infatti ai danni provocati, nella civiltà della comunicazione globale, dall’inflazione delle promesse non mantenute […] L’onore della parola data, la fedeltà alla promessa, non si compra né si vende. Non possono essere imposte con la forza, ma non possono nemmeno essere custodite senza sacrificio».[243] 215. I Vescovi keniani avvertono che, «troppo concentrati sul giorno delle nozze, i futuri sposi dimenticano che si stanno preparando a un impegno per tutta la vita».[244] Dobbiamo aiutare a comprendere che il sacramento non è solo un momento che poi diventa parte del passato e dei ricordi, perché esercita la sua influenza su tutta la vita coniugale, in modo permanente.[245] Il significato procreativo della sessualità, il linguaggio della il corpo, i gesti d’amore vissuti nella storia di un matrimonio diventano una “continuità ininterrotta del linguaggio liturgico” e “lo diventa, ad un certo punto, la vita matrimoniale”. significato, liturgia»[246]. 216. Puoi anche meditare con letture bibliche e arricchire la tua comprensione degli anelli che vengono scambiati, o di altri segni che fanno parte del rito. Ma non sarebbe bello sposarsi senza aver pregato insieme, l’uno per l’altro, chiedendo a Dio l’aiuto per essere fedeli e generosi, chiedendo insieme a Dio cosa si aspetta da loro, e addirittura consacrando il loro amore davanti a un’immagine di Maria. Coloro che li accompagnano nella preparazione al matrimonio devono guidarli affinché sappiano vivere quei momenti di preghiera che possono far loro tanto bene. «La liturgia nuziale è un evento unico, che si vive nel contesto familiare e sociale di una festa. Gesù ha iniziato i suoi miracoli al banchetto di nozze di Cana: il vino buono del miracolo del Signore, che favorisce la nascita di una nuova famiglia, è il vino nuovo dell’Alleanza di Cristo con gli uomini e le donne di tutti i tempi […] In genere, il celebrante ha la possibilità di rivolgersi a un’assemblea composta da persone che partecipano poco alla vita ecclesiale o che appartengono ad un’altra confessione cristiana o comunità religiosa. Si tratta, pertanto, di un’occasione imperdibile per annunciare il Vangelo di Cristo»[247]. Accompagnare i primi anni di vita coniugale 217. Dobbiamo riconoscere come un grande valore la consapevolezza che il matrimonio è una questione di amore, che solo coloro che liberamente si scelgono e si amano possono sposarsi. si trasforma in mera attrazione o in un’affettività diffusa, ciò fa sì che i coniugi soffrano di straordinaria fragilità quando l’affettività entra in crisi o quando l’attrazione fisica diminuisce. Poiché queste confusioni sono frequenti, diventa essenziale accompagnarli nei primi anni di vita matrimoniale per arricchire e approfondire la decisione consapevole e libera di appartenersi e di amarsi fino alla fine. Molte volte il tempo degli appuntamenti non basta, la decisione di sposarsi è affrettata per vari motivi e, come se non bastasse, la maturazione dei giovani è ritardata. Quindi, gli sposi devono completare quel processo che avrebbe dovuto essere fatto durante il corteggiamento. 218. D’altra parte, voglio insistere sul fatto che una sfida della pastorale matrimoniale è quella di aiutare a scoprire che il matrimonio non può essere compreso come qualcosa di finito. L’unione è reale, è irrevocabile, ed è stata confermata e consacrata dal sacramento del matrimonio. Ma unendosi, gli sposi diventano protagonisti, proprietari della loro storia e artefici di un progetto che deve essere portato avanti insieme. Lo sguardo è rivolto al futuro che deve essere costruito giorno dopo giorno con la grazia di Dio e, per questo, al coniuge non è richiesto di essere perfetto. Dobbiamo mettere da parte le illusioni e accettarlo così com’è: incompiuto, chiamato a crescere, in divenire. Quando lo sguardo verso il coniuge è costantemente critico, ciò indica che anche il matrimonio non è stato assunto come tale progetto da costruire insieme, con pazienza, comprensione, tolleranza e generosità. Ciò porta a far sì che l’amore venga a poco a poco sostituito da uno sguardo curioso e implacabile, dal controllo dei meriti e dei diritti di ciascuno, dalle rivendicazioni, dalla competizione e dall’autodifesa. Diventano così incapaci di prendersi cura l’uno dell’altro per la maturazione di entrambi e per la crescita dell’unione. Questo va mostrato alle nuove coppie con realistica chiarezza fin dall’inizio, affinché prendano coscienza che stanno “incominciando”. Il sì che hanno dato è l’inizio di un itinerario, con un obiettivo capace di superare qualunque circostanza pongano e gli ostacoli che si frappongono. La benedizione ricevuta è una grazia e uno slancio per quel cammino sempre aperto. Di solito aiuta se si siedono a parlare per sviluppare il loro progetto specifico in termini di obiettivi, strumenti, dettagli. 219. Ricordo un detto che diceva che l’acqua stagnante si corrompe, si guasta. Questo è ciò che accade quando quella vita d’amore nei primi anni di matrimonio ristagna, smette di essere in movimento, smette di avere quell’inquietudine che la spinge avanti. La danza in avanti con quel giovane amore, la danza con quegli occhi meravigliati verso la speranza, non deve fermarsi. Nel corteggiamento e nei primi anni di matrimonio, la speranza è ciò che porta con sé la forza del lievito, ciò che ci fa guardare oltre le contraddizioni, i conflitti, le situazioni, ciò che Ti fa sempre vedere più lontano. È ciò che mette in moto ogni preoccupazione per restare su un cammino di crescita. La stessa speranza ci invita a vivere pienamente il presente, mettendo il cuore nella vita familiare, perché il modo migliore per preparare e consolidare il futuro è vivere bene il presente. 220. Il cammino prevede di attraversare diverse tappe che invitano a donarsi con generosità: dall’impatto iniziale, caratterizzato da un’attrazione marcatamente sensibile, si passa al bisogno dell’altro percepito come parte della propria vita. Da lì si passa al gusto dell’appartenenza reciproca, poi alla comprensione della propria intera vita come progetto per entrambi, alla capacità di mettere la felicità dell’altro al di sopra dei propri bisogni, e alla gioia di vedere il proprio matrimonio come un bene per la società. La maturazione dell’amore implica anche imparare a “negoziare”. Non è un atteggiamento interessato o un gioco commerciale, ma in definitiva un esercizio di amore reciproco, perché questa negoziazione è un intreccio di offerte e rinunce reciproche per il bene della famiglia. In ogni nuova fase della vita matrimoniale bisogna sedersi e rinegoziare gli accordi, affinché non ci siano vincitori e vinti ma vincano entrambi. In casa le decisioni non vengono prese unilateralmente ed entrambi condividono la responsabilità della famiglia, ma ogni casa è unica e ogni sintesi matrimoniale è diversa. 221. Una delle cause che portano alle rotture coniugali è l’avere aspettative troppo alte sulla vita matrimoniale. Quando si scopre la realtà, più limitata e impegnativa di quanto si era sognato, la soluzione non è pensare in modo frettoloso e irresponsabile alla separazione, ma assumere il matrimonio come un cammino di maturazione, dove ciascuno dei coniugi è strumento di Dio per far crescere l’altro. Il cambiamento, la crescita e lo sviluppo delle potenzialità buone che ogni persona porta dentro di sé è possibile. Ogni matrimonio è una “storia di salvezza”, e questo significa che si parte da una fragilità che, grazie al dono di Dio e ad una risposta creativa e generosa, lascia il posto a una realtà sempre più solida e preziosa. Forse la missione più grande di un uomo e di una donna innamorati è quella di rendere l’altro più uomo o più donna. Crescere è aiutare gli altri a modellarsi nella propria identità. Ecco perché l’amore è artigianale. Quando si legge il brano biblico sulla creazione dell’uomo e della donna, si vede che Dio prima plasma l’uomo (cfr Gen 2,7), poi si accorge che manca qualcosa di essenziale e plasma la donna, e poi si sente la sorpresa dell’uomo: “Ah, adesso sì, questa!” E poi sembra di sentire quel bellissimo dialogo in cui l’uomo e la donna si scoprono. Perché anche nei momenti difficili l’altro sorprende ancora e nuove porte si aprono per ritrovarsi, come se fosse la prima volta; e in ogni nuova fase si “riflettono” nuovamente a vicenda. l’amore ne fa uno Aspettare l’altro ed esercitare quella pazienza tipica dell’artigiano che è stata ereditata da Dio. 222. L’accompagnamento dovrebbe incoraggiare i coniugi ad essere generosi nella comunicazione della vita. «Conformemente al carattere personale e umanamente completo dell’amore coniugale, il percorso adeguato di pianificazione familiare presuppone il dialogo consensuale tra i coniugi, il rispetto del tempo e la considerazione della dignità di ciascuno dei membri della coppia. In questo senso è necessario riscoprire il messaggio dell’Enciclica Humanae vitae (cfr 10-14) e dell’Esortazione apostolica Familiaris consortio (cfr 14; 28-35) per contrastare una mentalità spesso ostile alla vita […] La scelta responsabile della genitorialità presuppone la formazione della coscienza che è «il nucleo più segreto e il santuario dell’uomo, nel quale egli si sente solo con Dio, la cui voce risuona nel recinto più intimo di essa» (Gaudium et spes, 16). Quanto più i coniugi cercheranno di ascoltare maggiormente nella loro coscienza Dio e i suoi comandamenti (cfr Rm 2,15), e di farsi accompagnare spiritualmente, tanto più la loro decisione sarà intimamente libera da discrezionalità soggettive e da adattamenti ai modi di comportarsi nel loro ambiente»[248]. Resta valido ciò che è stato chiaramente affermato nel Concilio Vaticano II: «Essi adempiranno il loro compito […] di comune accordo e con comune impegno, formeranno un giudizio retto, tenendo conto non solo del proprio bene, ma anche del bene dei figli, sia nati che futuri, discernendo le condizioni dei tempi e dello stato di vita, sia materiale che spirituale, e, infine, tenendo conto del bene della comunità familiare, della società temporale e della stessa Chiesa. In definitiva, sono gli stessi coniugi che devono formarsi questo giudizio davanti a Dio»[249]. D’altro canto, «deve essere promosso l’uso di metodi basati sui «ritmi naturali della fecondità» (Humanae vitae, 11). Va anche notato che «questi metodi rispettano il corpo dei coniugi, favoriscono l’affetto tra loro e favoriscono l’educazione all’autentica libertà» (Catechismo della Chiesa Cattolica, 2370), insistendo sempre sul fatto che i figli sono un meraviglioso dono di Dio, una gioia per i genitori. e per la Chiesa. Attraverso di essi il Signore rinnova il mondo»[250]. Alcune risorse 223. I Padri sinodali hanno indicato che «i primi anni di matrimonio sono un periodo vitale e delicato durante il quale i coniugi crescono nella consapevolezza delle sfide e del significato del matrimonio. Di qui l’esigenza di un accompagnamento pastorale che continui dopo la celebrazione del sacramento (cfr Familiaris consortio, 3a parte). In questa pastorale è di grande importanza la presenza di mariti esperti. La parrocchia è considerata il luogo dove i coniugi esperti possono offrire la loro disponibilità per aiutare i più piccoli, con l’eventuale sostegno di associazioni, movimenti ecclesiali e nuove comunità. I mariti devono essere incoraggiati a farlo atteggiamento fondamentale di accoglienza del grande dono dei figli. È necessario sottolineare l’importanza della spiritualità familiare, della preghiera e della partecipazione all’Eucaristia domenicale, e incoraggiare i coniugi ad incontrarsi regolarmente affinché la vita spirituale e la solidarietà crescano nelle esigenze concrete della vita. Le liturgie, le pratiche devozionali e le eucaristiche celebrate per le famiglie, soprattutto nell’anniversario del matrimonio, sono state citate come occasioni vitali per promuovere l’evangelizzazione attraverso la famiglia»[251]. 224. Questo cammino è una questione di tempo. L’amore ha bisogno di disponibilità e di tempo libero, che metta le altre cose in secondo piano. Ci vuole tempo per parlarsi, per abbracciarsi senza fretta, per condividere progetti, per ascoltarsi, per guardarsi, per valorizzarsi, per rafforzare il rapporto. A volte il problema è la frenesia ritmi della società, o i tempi imposti dagli impegni di lavoro. Altre volte, il problema è che il tempo trascorso insieme non è di qualità. Si condivide solo uno spazio fisico, ma senza prestare attenzione all’altro. Gli operatori pastorali e i gruppi matrimoniali dovrebbero aiutare le coppie giovani o fragili a imparare a ritrovarsi in questi momenti, a fermarsi l’uno di fronte all’altro, e anche a condividere momenti di silenzio che costringano a sperimentare la presenza del coniuge risorse pratiche che sono state loro utili: programmazione di momenti per stare insieme gratuitamente, momenti ricreativi con i propri figli, diverse modalità per celebrare le cose importanti, spazi di spiritualità condivisa. Ma possono anche insegnare risorse che aiutano a riempire quei momenti di contenuto e significato, per imparare a comunicare meglio. Questo è estremamente importante quando la novità del corteggiamento è svanita. Perché, quando non si sa cosa fare con il tempo condiviso, l’uno o l’altro dei coniugi finirà per rifugiarsi nella tecnologia, inventarsi altri impegni, cercare altre braccia, o fuggire da un’intimità scomoda. 226. I giovani sposi devono anche essere incoraggiati a creare una propria routine, che dia un sano sentimento di stabilità e di sicurezza, e che si costruisca con una serie di rituali quotidiani condivisi. È bello darsi sempre un bacio al mattino, benedirsi ogni sera, aspettarsi e riceversi quando arrivano, fare qualche uscita insieme, condividere le faccende domestiche. Ma allo stesso tempo è bene rompere la routine con la festa, per non perdere la capacità di festeggiare in famiglia, di essere felici e di celebrare belle esperienze. Hanno bisogno di sorprendersi insieme dai doni di Dio e di alimentare insieme l’entusiasmo di vivere. Quando sai festeggiare, questa capacità rinnova l’energia dell’amore, la libera dalla monotonia e riempie di colore e speranza la routine quotidiana. 227. Noi pastori dobbiamo incoraggiare le famiglie a crescere nella fede. Per fare ciò è bene incoraggiare la confessione frequente, la direzione spirituale e la partecipazione ai ritiri. Ma non dobbiamo smettere di invitare le persone a creare spazi settimanali per la preghiera familiare, perché “la famiglia che prega insieme resta unita”. A nostra volta, quando visitiamo le case, dovremmo invitare tutti i membri della famiglia a pregare gli uni per gli altri e a rimettere la famiglia nelle mani del Signore. Allo stesso tempo, è opportuno incoraggiare ciascuno degli sposi a vivere momenti di preghiera in solitudine davanti a Dio, perché ognuno ha le sue croci segrete. Perché non dire a Dio ciò che turba il tuo cuore, o chiedergli la forza di guarire le tue ferite, e implorare la luce necessaria per poter mantenere il tuo impegno? I Padri sinodali hanno inoltre sottolineato che «la Parola di Dio è fonte di vita e di spiritualità per la famiglia. Ogni pastorale familiare deve lasciarsi modellare al proprio interno e formare i membri della Chiesa domestica attraverso la lettura orante ed ecclesiale della Sacra Scrittura. La Parola di Dio non è solo una buona notizia per la vita privata delle persone, ma anche criterio di giudizio e luce di discernimento sulle diverse sfide che i coniugi e le famiglie devono affrontare»[252]. 228. È possibile che uno dei due coniugi non sia battezzato, o non voglia vivere gli impegni di fede. In tal caso, è il desiderio dell’altro di vivere e crescere come cristiano L’indifferenza di quel coniuge sia vissuta con dolore. Tuttavia è possibile trovare alcuni valori comuni che possono essere condivisi e coltivati con entusiasmo. In ogni caso, amare il coniuge non credente, donargli la felicità, alleviare le sue sofferenze e condividere con lui la vita è un vero cammino di santificazione. D’altra parte, l’amore è un dono di Dio, e ovunque si effonde fa sentire la sua forza trasformatrice, in modi talvolta misteriosi, al punto che «il marito non credente è santificato dalla moglie non credente, e la moglie non credente è santificata dal marito credente» (1 Cor 7,14). 229. Parrocchie, movimenti, scuole e altre istituzioni della Chiesa possono mettere in campo diverse mediazioni per prendersi cura e rilanciare le famiglie. Ad esempio, attraverso risorse come: incontri di coppie sposate o di amici, brevi ritiri per coppie sposate, conferenze di specialisti su problemi molto specifici della vita familiare, centri di consulenza matrimoniale, agenti missionari volti a parlare con le coppie sposate sulle loro difficoltà e desideri, consultazioni su diverse situazioni familiari (dipendenze, infedeltà, violenza familiare), spazi di spiritualità, laboratori di formazione per genitori con figli problematici, assemblee familiari. La segreteria parrocchiale deve avere la possibilità di accogliere cordialmente e di provvedere alle emergenze familiari, o di indirizzarle facilmente a chi può aiutarle. Anche C’è un sostegno pastorale che viene dato nei gruppi matrimoniali, sia di servizio che di missione, di preghiera, di formazione o di sostegno reciproco. Questi gruppi offrono l’opportunità di donare, di sperimentare l’apertura della famiglia verso gli altri, di condividere la fede, ma allo stesso tempo sono un mezzo per rafforzare il matrimonio e farlo crescere. 230. È vero che molte coppie scompaiono dalla comunità cristiana dopo il matrimonio, ma molte volte sprechiamo alcune occasioni in cui sono nuovamente presenti, dove potremmo riproporre loro in modo attraente l’ideale del matrimonio cristiano e avvicinarli a spazi di accompagnamento: mi riferisco, ad esempio, al battesimo di un bambino, alla prima comunione, o quando partecipano a un funerale o al matrimonio di un parente o di un amico. Quasi tutti i matrimoni rinascono in quelle occasioni, che potrebbero essere sfruttate meglio. Un altro approccio è la benedizione delle case o la visita di un’immagine della Vergine, che offrono l’opportunità di sviluppare un dialogo pastorale sulla situazione familiare. Può essere utile anche affidare alle coppie anziane il compito di accompagnare le nuove coppie nel proprio quartiere, visitarle, accompagnarle nel loro inizio e proporre un cammino di crescita. Con l’attuale ritmo di vita, la maggior parte delle coppie non sarà disposta a incontrarsi frequentemente e non possiamo ridurci a una pastorale di piccole élite. Oggi la pastorale familiare deve essere fondamentalmente missionario, in uscita, vicino, invece di ridursi ad essere una fabbrica di corsi a cui pochi partecipano. Illumina crisi, angosce e difficoltà 231. Una parola a chi nell’amore ha già invecchiato il vino nuovo del corteggiamento. Quando il vino invecchia con questa esperienza della strada, la fedeltà dei piccoli momenti della vita appare e fiorisce in tutta la sua pienezza. È la fedeltà dell’attesa e della pazienza. Quella fedeltà, piena di sacrifici e di gioie, sembra fiorire nell’età in cui tutto diventa stantio e gli occhi si illuminano quando contemplano i figli dei propri figli. Così è stato fin dall’inizio, ma che è già diventato cosciente, consolidato, maturato nella quotidiana sorpresa di riscoprirlo giorno dopo giorno, anno dopo anno. Come insegnava San Giovanni della Croce, «i vecchi amanti sono quelli già formati e provati». Essi «non hanno più quei bolli sensibili né quelle furie e fuochi che ribollono all’esterno, ma gustano piuttosto la morbidezza del vino dell’amore già ben cotto nella sua sostanza […] depositato lì dentro nell’anima»[253]. Ciò significa aver saputo superare insieme crisi e momenti di angoscia, senza fuggire dalle sfide né nascondere le difficoltà. La sfida delle crisi 232. La storia di una famiglia è segnata da crisi di ogni genere, che fanno anche parte della sua drammatica bellezza. Dobbiamo aiutarli a scoprire che una crisi superata non porta ad un rapporto con minore intensità ma piuttosto a migliorare, stabilire e maturare il vino dell’unione. Non viviamo insieme per essere sempre meno felici, ma per imparare ad essere felici in un modo nuovo, in base alle possibilità che una nuova tappa apre. Ogni crisi implica un apprendimento che ci permetta di aumentare l’intensità della vita condivisa, o almeno di trovare un nuovo significato all’esperienza coniugale. Non dobbiamo in alcun modo rassegnarci a una curva discendente, a un inevitabile deterioramento, a una mediocrità sopportabile. Al contrario, quando il matrimonio viene assunto come un compito, che comporta anche il superamento di ostacoli, ogni crisi viene percepita come l’occasione per bere insieme il vino migliore. È bene accompagnare i coniugi affinché possano accettare le crisi che si presentano, raccogliere la sfida e dare loro un posto nella vita familiare. Le coppie esperte e formate devono essere disposte ad accompagnare gli altri in questa scoperta, affinché le crisi non li spaventino e non li portino a prendere decisioni affrettate. Ogni crisi nasconde una buona notizia che bisogna saper ascoltare sintonizzando le orecchie del cuore. 233. La reazione immediata è resistere alla sfida di una crisi, mettersi sulla difensiva perché senti che sfugge al tuo controllo, perché mostra l’insufficienza del tuo modo di vivere e questo ti mette a disagio. Allora si ricorre alla risorsa di negare i problemi, di nasconderli, di relativizzarne l’importanza, scommettendo solo sul passare del tempo. Ma ciò ritarda la soluzione e porta a consumare molte energie in inutili occultamenti. il che complicherà ancora di più le cose. I legami si deteriorano e si consolida un isolamento che danneggia l’intimità. In una crisi non scontata, ciò che viene più danneggiato è la comunicazione. In questo modo, a poco a poco, qualcuno che era “la persona che amo” diventa “quello che mi accompagna sempre nella vita”, poi solo “il padre o la madre dei miei figli”, e, alla fine, “uno sconosciuto”. 234. Per affrontare una crisi è necessario essere presenti. È difficile, perché a volte le persone si isolano per non esprimere ciò che sentono, si isolano in un silenzio meschino e ingannevole. In questi momenti è necessario creare spazi per comunicare cuore a cuore. Il problema è che diventa più difficile comunicare in questo modo in un momento di crisi se non hai mai imparato a farlo. È un’arte che si impara nei momenti tranquilli, per metterla in pratica nei momenti difficili. Dobbiamo aiutare a scoprire le cause più nascoste nel cuore degli sposi, e ad affrontarle come una nascita che passa e lascia un nuovo tesoro. Ma le risposte alle consultazioni effettuate evidenziano che in situazioni difficili o critiche la maggioranza non ricorre all’accompagnamento pastorale, poiché non lo sente comprensivo, vicino, realistico, incarnato. Cerchiamo quindi ora di affrontare le crisi coniugali con uno sguardo che non ignori il loro carico di dolore e di angoscia. 235. Ci sono crisi comuni che tendono a verificarsi in tutti i matrimoni, come la crisi iniziale, quando bisogna imparare a conciliare le differenze e lasciare andare i genitori; oppure la crisi dell’arrivo del figlio, con le sue nuove sfide emotive; la crisi della genitorialità, che cambia le abitudini matrimoniali; la crisi dell’adolescenza del bambino, che richiede molte energie, destabilizza i genitori e talvolta li mette gli uni contro gli altri; la crisi del “nido vuoto”, che costringe la coppia a rivedere sé stessa; la crisi che ha origine nell’età avanzata dei genitori dei coniugi, che chiedono più presenza, cura e decisioni difficili. Sono situazioni impegnative che provocano paura, sensi di colpa, depressione o stanchezza che possono compromettere seriamente l’unione. 236. A queste si aggiungono le crisi personali che colpiscono la coppia, legate a difficoltà economiche, lavorative, affettive, sociali e spirituali. E si aggiungono circostanze impreviste che possono alterare la vita familiare, e che richiedono un cammino di perdono e di riconciliazione. Nello stesso tempo in cui cercano di fare il passo del perdono, ciascuno deve chiedersi con serena umiltà se non ha creato le condizioni per esporre l’altro a certi errori. Alcune famiglie soccombono quando i coniugi si incolpano a vicenda, ma «l’esperienza dimostra che, con un aiuto adeguato e l’azione riconciliatrice della grazia, una grande percentuale delle crisi coniugali viene superata con successo. Saper perdonare e sentirsi perdonati è un’esperienza fondamentale nella vita familiare»[254]. “Lui difficile arte della riconciliazione, che richiede il sostegno della grazia, ha bisogno della collaborazione generosa dei familiari e degli amici, e talvolta anche dell’aiuto esterno e professionale»[255]. 237. È diventato comune che, quando si sente che non si ottiene ciò che si desidera, o che ciò che si sognava non si sta realizzando, ciò sembra sufficiente per porre fine a un matrimonio. In questo modo non ci sarà nessun matrimonio che duri. A volte, per decidere che tutto è finito, basta un’insoddisfazione, un’assenza in un momento in cui c’era bisogno dell’altro, un orgoglio ferito o una paura diffusa. Ci sono situazioni tipiche dell’inevitabile fragilità umana, a cui viene data una carica emotiva troppo grande. Ad esempio, il sentimento di non essere completamente ricambiati, la gelosia, le differenze che nascono tra i due, l’attrattiva che suscitano le altre persone, i nuovi interessi che tendono a prendere il sopravvento sul cuore, i cambiamenti fisici del coniuge, e tante altre cose che, più che attacchi contro l’amore, sono opportunità che invitano a ricrearlo ancora una volta. 238. In queste circostanze, alcuni hanno la maturità necessaria per scegliere ancora una volta l’altro come compagno di viaggio, oltre i limiti della relazione, e accettare realisticamente di non poter soddisfare tutti i loro sogni più cari. Evitano di considerarsi gli unici martiri, valorizzano le piccole o limitate possibilità che la vita familiare offre loro e si impegnano a rafforzare il legame in una costruzione che richiederà tempo e fatica. Perché in fondo Riconoscono che ogni crisi è come un nuovo «sì» che permette all’amore di rinascere rafforzato, trasfigurato, maturato, illuminato. Partendo da una crisi si ha il coraggio di cercare le radici profonde di ciò che sta accadendo, di rinegoziare gli accordi fondamentali, di trovare un nuovo equilibrio e di percorrere insieme una nuova tappa. Con questo atteggiamento di costante apertura si possono affrontare molte situazioni difficili. In ogni caso, riconoscendo che la riconciliazione è possibile, scopriamo oggi che «sembra particolarmente urgente un ministero dedicato a coloro il cui rapporto coniugale è rotto»[256]. Vecchie ferite 239. È comprensibile che ci siano molte crisi nelle famiglie quando uno dei suoi membri non è maturo nel modo di relazionarsi, perché non ha rimarginato le ferite di qualche fase della sua vita. La propria infanzia o adolescenza vissuta male è terreno fertile per crisi personali che finiscono per incidere sul matrimonio. Se tutti fossero persone maturate normalmente, le crisi sarebbero meno frequenti e meno dolorose. Ma il fatto è che a volte le persone hanno bisogno di compiere una maturazione ritardata all’età di quaranta anni che avrebbero dovuto essere raggiunte entro la fine dell’adolescenza. A volte si ama con un amore egocentrico tipico di un bambino, ambientato in una scena in cui la realtà è distorta e si vive il capriccio che tutto ruoti attorno a sé stessi. È un amore insaziabile, che urla o piange quando non ha ciò che vuole. Altre volte ama con un amore fissato in una fase adolescenziale, segnata dal confronto, dalla critica acida, dall’abitudine di incolpare gli altri, dalla logica del sentimento e della fantasia, dove gli altri devono riempire i propri vuoti o seguire i propri capricci. 240. Molti concludono la loro infanzia senza essersi mai sentiti amati incondizionatamente, e questo ferisce la loro capacità di fidarsi e di donarsi. Un rapporto mal vissuto con i propri genitori e fratelli, mai sanato, si ripresenta e danneggia la vita coniugale. Allora bisogna fare un processo di liberazione che non è mai stato affrontato prima. Quando il rapporto tra i coniugi non funziona bene, prima di prendere decisioni importanti è opportuno accertarsi che ciascuno abbia intrapreso questo percorso di guarigione della propria storia. Ciò richiede di riconoscere il bisogno di guarire, di chiedere con insistenza la grazia di perdonare e di perdonarsi, di accettare l’aiuto, di cercare motivazioni positive e di riprovarci ancora e ancora. Ciascuna persona deve essere molto onesta con se stessa per riconoscere che il suo modo di vivere l’amore presenta queste immaturità. Anche se può sembrare ovvio che la colpa sia tutta dell’altra persona, non è mai possibile superare una crisi aspettandosi che sia solo l’altra persona a cambiare. Devi anche chiederti quali cose potresti maturare o guarire per superare il conflitto. Accompagnamento dopo separazioni e divorzi 241. In alcuni casi, valorizzare la propria dignità e il bene dei propri figli richiede di porre un limite fermo alla alle eccessive pretese dell’altro, alle grandi ingiustizie, alla violenza o alla mancanza di rispetto divenuta cronica. Bisogna riconoscere che «vi sono casi in cui la separazione è inevitabile. Talvolta può divenire perfino moralmente necessaria, quando proprio si tratta di proteggere il coniuge più debole, o i figli piccoli, dalle ferite più gravi provocate dall’arroganza e dalla violenza, dallo scoraggiamento e dallo sfruttamento, dall’alienazione e dall’indifferenza».[257] Ma «deve essere considerata come un rimedio estremo, dopo che ogni ragionevole tentativo è stato vano».[258] 242. I Padri hanno indicato che “un particolare discernimento è essenziale per accompagnare pastoralmente coloro che sono separati, divorziati o abbandonati. Dobbiamo soprattutto accogliere e valorizzare il dolore di coloro che hanno subito ingiustamente la separazione, il divorzio o l’abbandono, o sono stati costretti a rompere la convivenza a causa di abusi da parte del coniuge. Il perdono per l’ingiustizia subita non è facile, ma è un cammino che la grazia rende possibile. Da qui la necessità di una pastorale di riconciliazione e di mediazione, attraverso centri specializzati di ascolto che devono essere insediati nelle diocesi»[259]. Allo stesso tempo, «i divorziati non risposati – che spesso sono testimoni della fedeltà coniugale – devono essere incoraggiati a trovare nell’Eucaristia il nutrimento che li sostiene nel loro stato. La comunità locale e i pastori devono accompagnare cura di queste persone, soprattutto quando ci sono figli o la loro situazione di povertà è grave»[260]. Il fallimento familiare diventa molto più traumatico e doloroso quando c’è povertà, perché ci sono molte meno risorse per riorientare la propria esistenza. Una persona povera che perde l’ambito della tutela familiare è doppiamente esposta all’abbandono e a ogni genere di rischi per la sua integrità. 243. Per i divorziati che vivono in una nuova unione, è importante farli sentire parte della Chiesa, che «sono non scomunicati» e non sono trattati come tali, perché fanno sempre parte della comunione ecclesiale.[261] Queste situazioni «richiedono un attento discernimento e un accompagnamento con grande rispetto, evitando ogni linguaggio e atteggiamento che li faccia sentire discriminati, e promuovendo la loro partecipazione alla vita della comunità. Per la comunità cristiana, prendersi cura di loro non implica un indebolimento della propria fede e della propria testimonianza riguardo all’indissolubilità del matrimonio; infatti, in questa cura esprimono proprio la loro carità. 244. D’altro canto, un gran numero di Padri «ha sottolineato la necessità di rendere le procedure per il riconoscimento delle cause di nullità più accessibili e agili, possibilmente del tutto gratuite»[263]. La lentezza dei processi irrita e stanca le persone. I miei due recenti documenti in materia[264] hanno portato ad una semplificazione delle procedure per un’eventuale dichiarazione di annullamento coniugale. attraverso di loro Ho voluto anche «mettere in evidenza che il Vescovo stesso, nella sua Chiesa, della quale è costituito pastore e capo, è proprio per questo giudice tra i fedeli a lui affidati»[265]. Per questo, “l’applicazione di questi documenti costituisce una grande responsabilità per gli Ordinari diocesani, chiamati a giudicare essi stessi alcuni casi e a garantire, in tutti i modi, un più facile accesso dei fedeli alla giustizia. Ciò implica la preparazione di un numero sufficiente di personale, composto da clero e laici, che si dedichi prioritariamente a questo servizio ecclesiale. Sarà quindi necessario mettere a disposizione delle persone separate o delle coppie in crisi un servizio di informazione, consulenza e mediazione, legato alla pastorale familiare, che possa accogliere anche persone in vista di l’indagine preliminare del processo matrimoniale (cfr Mitis Iudex Dominus Iesus, art. 2-3)»[266]. bambino in ostaggio. Vi siete separati per tante difficoltà e motivi, la vita vi ha dato questa prova, ma non siano i figli a portare il peso di questa separazione, non siano loro usati come ostaggi contro l’altro coniuge. Crescano sentendo che la madre parla bene del padre, anche se non stanno insieme, e che il padre parla bene della madre».[268] È irresponsabile danneggiare l’immagine del padre o della madre per monopolizzare l’affetto del figlio, per vendicarsi o per difendersi, perché ciò inciderà sulla vita interiore di quel figlio e causerà ferite difficili da rimarginare. 246. La Chiesa, pur comprendendo le situazioni conflittuali che i matrimoni devono attraversare, non può fare a meno di essere voce dei più fragili, che sono i figli che soffrono, spesso in silenzio. Oggi, «nonostante la nostra sensibilità apparentemente evoluta, e tutte le nostre raffinate analisi psicologiche, mi chiedo se non ci siamo anestetizzati anche rispetto alle ferite dell’anima dei bambini […] Sentiamo il peso della montagna che schiaccia l’anima di un bambino, nelle famiglie dove si cura il male e si fa il male, fino a spezzare il legame di fedeltà coniugale?»[269]. per essere capaci di impegni definitivi. Per questo le comunità cristiane non devono lasciare soli i genitori divorziati nella nuova unione, anzi, devono includerli e accompagnarli nella loro funzione educativa, perché «come possiamo raccomandare a questi genitori di fare tutto il possibile per educare i loro figli alla vita cristiana, dando loro l’esempio di una fede convinta e praticata, se li teniamo lontani dalla vita comunitaria? come se fossero scomunicati? Dobbiamo fare in modo che non si aggiungano altri pesi oltre a quelli che i figli, in queste situazioni, già devono portare»[270]. Contribuire a sanare le ferite dei genitori e aiutarli spiritualmente fa bene anche ai figli, che hanno bisogno che il volto familiare della Chiesa li sostenga in questa esperienza traumatica. Il divorzio è un male, e la crescita del numero dei divorzi è molto preoccupante. Perciò, senza dubbio, il nostro compito pastorale più importante nei confronti delle famiglie è rafforzare l’amore e l’aiuto sanare le ferite, affinché si possa impedire l’avanzare di questo dramma del nostro tempo. Alcune situazioni complesse 247. «I problemi relativi ai matrimoni misti richiedono un’attenzione specifica. I matrimoni tra cattolici e altri battezzati «presentano, pur nel loro aspetto particolare, numerosi elementi che devono essere valorizzati e sviluppati, sia per il loro valore intrinseco sia per il contributo che possono dare al movimento ecumenico». A tal fine «va ricercata una cordiale collaborazione tra il ministro cattolico e quello non cattolico, dal momento della preparazione fino al matrimonio e alle nozze» (Familiaris consortio, 78). Per quanto riguarda la partecipazione eucaristica, si ricorda che «la decisione se consentire o meno la comunione eucaristica agli sposi non cattolici deve essere presa nel rispetto delle norme vigenti in materia, sia per i cristiani orientali che per gli altri cristiani». cristiani, e tenendo conto di questa situazione particolare, cioè che due cristiani battezzati ricevono il sacramento del matrimonio. Sebbene i coniugi di matrimonio misto abbiano in comune i sacramenti del battesimo e del matrimonio, la condivisione dell’Eucaristia non può che essere eccezionale e, in ogni caso, devono essere osservate le disposizioni stabilite» (Pontificio Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani, Direttorio per l’applicazione dei principi e delle norme sull’ecumenismo, 25 marzo 1993, 159-160)»[271]. 248. «I matrimoni con disparità di culto costituiscono un luogo privilegiato del dialogo interreligioso […] Essi comportano alcune particolari difficoltà, sia in relazione all’identità cristiana della famiglia, sia in relazione all’educazione religiosa dei figli […] Il numero delle famiglie composte da unioni coniugali con disparità di culto, in aumento nei territori di missione, e anche nei paesi di lunga tradizione cristiana, richiede urgentemente un’attenzione pastorale differenziata a seconda dei diversi contesti sociali e culturali. In alcuni paesi, dove non esiste la libertà di religione, il coniuge cristiano è obbligato a cambiare religione per potersi sposare, e non può celebrare il matrimonio canonico con disparità di culto né battezzare i figli. Dobbiamo quindi riaffermare la necessità che la libertà religiosa sia rispettata per tutti»[272]. matrimoni, non solo nel periodo precedente alle nozze. Sfide peculiari si trovano ad affrontare le coppie e le famiglie in cui uno dei coniugi è cattolico e l’altro non credente. In questi casi è necessario testimoniare la capacità del Vangelo di immergersi in queste situazioni per rendere possibile l’educazione dei figli alla fede cristiana»[273]. 249. «Le situazioni relative all’accesso al battesimo per persone che si trovano in una condizione matrimoniale complessa presentano particolari difficoltà. Si tratta di persone che sono entrate in un’unione matrimoniale stabile in un momento in cui almeno uno di loro non conosceva ancora la fede cristiana. I Vescovi sono chiamati ad esercitare, in questi casi, il discernimento pastorale secondo il loro bene spirituale»[274]. 250. La Chiesa fa propria il comportamento del Signore Gesù che, nell’amore illimitato, si offre a tutti gli uomini senza eccezione[275]. Con i Padri sinodali ho preso in considerazione la situazione delle famiglie che vivono l’esperienza di avere al loro interno persone con tendenze omosessuali, esperienza non facile né per i genitori né per i loro figli. Per questo desideriamo soprattutto ribadire che ogni persona, indipendentemente dal suo orientamento sessuale, deve essere rispettata nella sua dignità e accolta con rispetto, cercando di evitare «qualsiasi segno di ingiusta discriminazione»[276], e particolarmente ogni forma di aggressione e violenza. Per quanto riguarda le famiglie si tratta di garantire a accompagnamento rispettoso, affinché coloro che manifestano una tendenza omosessuale possano avere l’aiuto necessario per comprendere pienamente e realizzare la volontà di Dio nella loro vita[277]. 251. Nel corso del dibattito sulla dignità e sulla missione della famiglia, i Padri sinodali hanno constatato che nei progetti di equiparazione delle unioni tra persone omosessuali al matrimonio «non vi è alcuna base per assimilare o stabilire analogie, anche remote, tra le unioni omosessuali e il disegno di Dio sul matrimonio e sulla famiglia […] È inaccettabile che le Chiese locali subiscano pressioni in materia e che le organizzazioni internazionali condizionino l’aiuto finanziario ai Paesi poveri all’introduzione di leggi che istituiscono il “matrimonio” tra persone della stessa famiglia. sesso»[278]. Qualunque sia la causa, il genitore che convive con il figlio deve trovare sostegno e conforto nelle famiglie che compongono la comunità cristiana, nonché negli organismi pastorali delle parrocchie. Inoltre, queste famiglie spesso affrontano altri problemi, come difficoltà economiche, incertezza del lavoro precario, difficoltà nel mantenere i figli, mancanza di alloggi»[279]. Quando la morte punge 253. Talvolta la vita familiare è messa alla prova dalla morte di una persona cara. Non possiamo non offrire la luce della fede per accompagnare le famiglie che soffrono in questi momenti[280]. Abbandonare una famiglia quando una morte le ferisce sarebbe una mancanza di misericordia, una perdita di un’opportunità pastorale, e questo atteggiamento può chiudere le porte a qualsiasi altra azione evangelizzatrice. 254. Capisco l’angoscia di qualcuno. che ha perso una persona molto amata, un coniuge con cui hanno condiviso tante cose. Gesù stesso si è commosso e si è messo a piangere al risveglio di un amico (cfr Gv 11,33.35). Dio”[281]. «La vedovanza è un’esperienza particolarmente difficile […] Alcuni, quando devono vivere questa esperienza, dimostrano di saper riversare ancor più pienamente le proprie energie nei figli e nei nipoti, e trovano in questa esperienza di amore una nuova missione educativa […] A coloro che non hanno la presenza di familiari ai quali dedicarsi e dai quali ricevere affetto e vicinanza, la comunità cristiana deve sostenerli con particolare attenzione e disponibilità, soprattutto se si trovano in condizioni di indigenza»[282]. 255. In generale, il lutto per un defunto può richiedere molto tempo, e quando un pastore vuole accompagnare questo processo, deve adattarsi alle esigenze di ciascuna delle sue fasi. L’intero processo è attraversato da domande, sulle cause della morte, su cosa si sarebbe potuto fare, su ciò che una persona sperimenta nel momento prima della morte. Con un cammino sincero e paziente di preghiera e di liberazione interiore, ritorna la pace. Ad un certo punto del dolore dobbiamo aiutare chi di noi ha perso una persona cara a scoprire che abbiamo ancora una missione da compiere e che non ci fa bene voler prolungare la sofferenza, come se fosse un tributo. La persona amata non ha bisogno della nostra sofferenza né trova lusinghiero che gli roviniamo la vita. Né è la migliore espressione d’amore ricordarlo e nominarlo continuamente, perché significa essere consapevoli di un passato che non esiste più, invece di amare quell’essere reale che ora è nell’aldilà. La sua presenza fisica non è più possibile, ma se la morte è qualcosa di potente, «forte come la morte è l’amore» (Ct 8,6). L’amore ha un’intuizione che gli permette di sentire senza suoni e di vedere nell’invisibile. Cioè non immaginare la persona amata com’era, ma poterla accogliere trasformata, così come è adesso. Gesù risorto, quando la sua amica Maria volle abbracciarlo forte, le chiese di non toccarlo (cfr Gv 20,17), per portarla a un incontro diverso. 256. Ci consola sapere che non esiste la distruzione totale di chi muore, e la fede ci assicura che il Risorto non ci abbandonerà mai. In questo modo possiamo evitare che la morte «avveleni la nostra vita, renda vani i nostri affetti, ci faccia cadere nel vuoto più oscuro»[283]. La Bibbia parla di un Dio che ci ha creato per amore, e che ci ha fatto in modo tale che la nostra vita non finisca con la morte (cfr Sap 3,2-3). San Paolo si riferisce all’incontro con Cristo subito dopo la morte: «Voglio partire per essere con Cristo» (Fil 1,23). Con Lui, dopo la morte ci attende «ciò che Dio ha preparato per quelli che lo amano» (1 Cor 2,9). La prefazione della Liturgia dei Morti afferma magnificamente: «Sebbene la certezza di morire ci rattristi, ci consola la promessa dell’immortalità futura. Perché la vita di chi crede in te, Signore, non finisce, si trasforma. Perché «i nostri cari non sono scomparsi nelle tenebre del nulla: la speranza ci assicura che sono nelle mani buone e forti di Dio»[284]. 257. Un modo per comunicare con i cari defunti è pregare per loro[285]. La Bibbia dice che «pregare per i morti» è «santo e pio» (2 M 12,44-45). Pregare per loro «può non solo aiutarli, ma anche rendere efficace la loro intercessione a nostro favore»[286]. Hanno confortato i loro cari promettendo che sarebbero stati vicini per aiutarli. Santa Teresa di Lisieux sentiva il desiderio di continuare a fare il bene dal cielo[287]. San Domenico affermava che «sarebbe stato più utile dopo la morte […] Più potente nell’ottenere grazie»[288]. Sono legami d’amore[289]. perché «l’unione dei membri della Chiesa pellegrinante con i fratelli che dormono nella pace di Cristo non viene in alcun modo interrotta […] Essa si rafforza con la comunicazione dei beni spirituali»[290]. 258. Se accettiamo la morte possiamo prepararci. Il cammino è crescere nell’amore per chi cammina con noi, fino al giorno in cui «non ci sarà più la morte, né lutto, né grido, né dolore» (Ap 21,4). In questo modo ci prepareremo anche a ricongiungerci con i nostri cari defunti. Come Gesù ha dato il figlio morto a sua madre (cfr Lc 7,15), così farà con noi. Non sprechiamo energie restando anni e anni nel passato. Meglio viviamo su questa terra, maggiore sarà la felicità che potremo condividere con i nostri cari in cielo. Più riusciremo a maturare e a crescere, più cose belle potremo portare loro per il banchetto celeste. Capitolo settimo RAFFORZARE L’EDUCAZIONE DEI FIGLI 259. I genitori influiscono sempre sullo sviluppo morale dei figli, nel bene e nel male. Pertanto, è molto opportuno che accettino questa inevitabile funzione e la svolgano in modo consapevole, entusiasta, ragionevole e appropriato. Poiché questa funzione l’educazione familiare è tanto importante ed è diventata molto complessa, voglio soffermarmi soprattutto su questo punto. Dove sono i bambini? 260. La famiglia non può rinunciare ad essere luogo di sostegno, accompagnamento e guida, anche se deve reinventare i suoi metodi e trovare nuove risorse. Devi considerare a cosa vuoi esporre i tuoi figli. Per fare questo non dobbiamo smettere di chiederci chi si occupa di regalare loro divertimento e intrattenimento, chi entra nelle loro stanze attraverso gli schermi, a chi li affidano per guidarli nel tempo libero. Solo i momenti che trascorriamo con loro, parlando con semplicità e affetto di cose importanti, e le sane possibilità che creiamo loro per occupare il loro tempo, ci permetteranno di evitare una dannosa invasione. La vigilanza è sempre necessaria. L’abbandono non è mai salutare. I genitori devono orientare e avvisare i bambini e gli adolescenti affinché sappiano affrontare situazioni in cui possono esserci rischi, ad esempio, aggressione, abuso o dipendenza dalla droga. 261. Ma l’ossessione non è educativa e non è possibile avere il controllo di tutte le situazioni che un bambino potrebbe attraversare. Qui vale il principio che «il tempo è superiore allo spazio»[291]. Si tratta cioè di generare processi piuttosto che di dominare gli spazi. Se un genitore è ossessionato dal sapere dove si trova il proprio figlio e dal controllare ogni suo movimento, cercherà solo di dominare il suo spazio. In questo modo non lo educherà, non lo rafforzerà, non lo preparerà affrontare le sfide. Ciò che importa soprattutto è generare nel bambino, con molto amore, processi di maturazione della libertà, di formazione, di crescita integrale e di coltivazione di un’autentica autonomia. Solo allora quel bambino avrà dentro di sé gli elementi necessari per sapersi difendere e per agire con intelligenza e astuzia in circostanze difficili. Quindi la grande domanda non è dove si trova fisicamente il bambino, con chi è in questo momento, ma dove si trova in senso esistenziale, dove si posiziona dal punto di vista delle sue convinzioni, dei suoi obiettivi, dei suoi desideri, del suo progetto di vita. Pertanto, le domande che rivolgo ai genitori sono: «Cerchiamo di capire “dove” si trovano realmente i figli nel loro cammino? Dov’è veramente la sua anima, lo sappiamo? E, soprattutto, vogliamo sapere?»[292]. 262. Se la maturità fosse solo lo sviluppo di qualcosa già contenuto nel codice genetico, non ci sarebbe molto da fare. La prudenza, il buon giudizio e il buon senso non dipendono da fattori meramente quantitativi di crescita, ma da tutta una catena di elementi che si sintetizzano all’interno della persona; per essere più precisi, al centro della tua libertà. È inevitabile che ogni bambino ci sorprenda con i progetti che nascono da quella libertà, che rompe i nostri schemi, ed è bene che ciò accada. L’educazione comporta il compito di promuovere le libertà responsabili, che scelgono al crocevia con senso e intelligenza; persone che capiscono senza tagli che la tua vita e quella della tua comunità è nelle tue mani e che la libertà è un dono immenso. Formazione etica dei figli 263. Anche se i genitori hanno bisogno della scuola per assicurare l’educazione di base ai propri figli, non possono mai delegare completamente la loro formazione morale. Lo sviluppo emotivo ed etico di una persona richiede un’esperienza fondamentale: credere che i propri genitori siano affidabili. Ciò costituisce una responsabilità educativa: generare fiducia nei bambini con l’affetto e la testimonianza, suscitare in loro un rispetto amoroso. Quando un bambino non si sente più prezioso per i suoi genitori, anche se è imperfetto, o non percepisce che hanno una sincera preoccupazione per lui, ciò crea ferite profonde che causano molte difficoltà nella sua maturazione. Quell’assenza, quell’abbandono emotivo, provoca un dolore più intimo di ogni eventuale correzione che riceve per una cattiva azione. 264. Compito dei genitori comprende l’educazione della volontà e lo sviluppo delle buone abitudini e delle inclinazioni affettive in favore del bene. Ciò implica che i comportamenti da apprendere e le inclinazioni da sviluppare siano presentati come desiderabili. Ma è sempre un processo che va dall’imperfetto al più completo. Il desiderio di adattamento alla società, ovvero l’abitudine a rinunciare alla soddisfazione immediata per adeguarsi a una norma e assicurarsi una buona convivenza, è già di per sé un valore iniziale che crea disposizioni a trascendere successivamente verso valori superiori. IL La formazione morale va sempre realizzata con metodi attivi e con un dialogo educativo che integri la sensibilità e il linguaggio proprio dei figli. Inoltre, questa formazione deve essere effettuata in modo induttivo, in modo che il bambino possa scoprire da solo l’importanza di determinati valori, principi e norme, invece di imporgliele come verità inconfutabili. 265. Per agire bene, non basta «giudicare adeguatamente» o sapere chiaramente cosa fare, anche se questa è una priorità. Molte volte siamo incoerenti con le nostre convinzioni, anche quando sono solide. Per quanto la nostra coscienza ci imponga un certo giudizio morale, a volte altre cose che ci attraggono hanno più potere, se non siamo riusciti a far sì che il bene catturato dalla mente si radichi in noi come una profonda inclinazione emotiva, come un gusto per il bene che prevale su altre attrazioni, e che ci porta a percepire che ciò che percepiamo come buono è bene anche “per noi” qui e ora. Una formazione etica efficace implica mostrare alla persona fino a che punto sia nel suo interesse fare del bene. Oggi di solito è inefficace chiedere qualcosa che richiede impegno e sacrificio, senza mostrare chiaramente il bene che con esso si può ottenere. 266. È necessario sviluppare abitudini. Le consuetudini acquisite da bambini hanno anche una funzione positiva, aiutando i grandi valori interiorizzati a tradursi in comportamenti esterni sani e stabili. qualcuno può provare sentimenti socievole e con una buona disposizione verso gli altri, ma se da tempo non si è abituato all’insistenza dei suoi anziani nel dire “per favore”, “scusate”, “grazie”, la sua buona disposizione interna non si tradurrà facilmente in queste espressioni. Il rafforzamento della volontà e la ripetizione di determinate azioni costruiscono comportamenti morali, e senza la ripetizione consapevole, libera e valorizzata di certi comportamenti buoni, tali comportamenti non possono essere pienamente educati. Le motivazioni, ovvero l’attrazione che proviamo verso un certo valore, non diventano virtù senza quegli atti adeguatamente motivati. 267. La libertà è una grande cosa, ma possiamo rovinarla. L’educazione morale è coltivazione della libertà attraverso proposte, motivazioni, applicazioni pratiche, stimoli, ricompense, esempi, modelli, simboli, riflessioni, esortazioni, revisioni del modo di agire e dialoghi che aiutano le persone a sviluppare quei principi interiori stabili che le muovono a fare spontaneamente il bene. La virtù è una convinzione che è stata trasformata in un principio d’azione interno e stabile. La vita virtuosa, quindi, costruisce la libertà, la rafforza e la educa, evitando che la persona diventi schiava di inclinazioni compulsive disumanizzanti e antisociali. Perché la stessa dignità umana esige che ciascuno «agisca secondo una scelta consapevole e libera, cioè mossa e indotta personalmente dal di dentro»[293]. Valore del La sanzione come incentivo 268. Allo stesso modo, è essenziale sensibilizzare i bambini o gli adolescenti affinché si rendano conto che le cattive azioni hanno delle conseguenze. Dobbiamo risvegliare la capacità di metterci nei panni degli altri e di provare dolore per la loro sofferenza quando sono stati feriti. Alcune sanzioni, per comportamenti antisociali aggressivi, possono parzialmente raggiungere questo scopo. È importante guidare con fermezza il bambino a chiedere perdono e riparare il danno arrecato agli altri. Quando il percorso educativo mostra i suoi frutti in una maturazione della libertà personale, il bambino stesso inizierà ad un certo punto a riconoscere con gratitudine che è stato un bene per lui crescere in una famiglia e anche a subire le esigenze che ogni processo educativo pone. 269. La correzione è uno stimolo quando anche gli sforzi sono valorizzati e riconosciuti e quando il bambino scopre che i suoi genitori mantengono viva una fiducia paziente. Un bambino corretto con amore si sente preso in considerazione, percepisce che è qualcuno, nota che i suoi genitori riconoscono le sue possibilità. Ciò non richiede che i genitori siano immacolati, ma che sappiano riconoscere umilmente i propri limiti e mostrare i propri sforzi per essere migliori. Ma una delle testimonianze di cui i figli hanno bisogno da parte dei genitori è che non si lascino trasportare dalla rabbia. Il bambino che commette una cattiva azione va corretto, ma mai come un nemico o come colui sul quale sfogare la propria aggressività. Inoltre, un adulto deve riconoscere che alcuni sono cattivi le azioni hanno a che fare con la fragilità e i limiti dell’età. Ecco perché sarebbe dannoso un atteggiamento costantemente sanzionatorio, che non aiuterebbe a notare la diversa gravità delle azioni e provocherebbe scoraggiamento e irritazione: «Padri, non esasperate i vostri figli» (Ef 6,4; cfr Col 3,21). 270. La cosa fondamentale è che la disciplina non diventi una mutilazione del desiderio, ma piuttosto uno stimolo ad andare sempre oltre. Come integrare la disciplina con l’inquietudine interiore? Come fare in modo che la disciplina sia un limite costruttivo al cammino che il bambino deve compiere e non un muro che lo annulla o una dimensione educativa che lo rende complesso? Dobbiamo saper trovare un equilibrio tra due estremi ugualmente dannosi: uno sarebbe cercare di costruire un mondo a misura dei desideri del bambino, che cresce sentendosi soggetto a diritti ma non a responsabilità. L’altro estremo sarebbe portarlo a vivere senza consapevolezza della sua dignità, della sua identità unica e dei suoi diritti, torturato dai doveri e in attesa della realizzazione dei desideri altrui. Realismo paziente 271. L’educazione morale implica chiedere al bambino o al giovane solo ciò che non comporti un sacrificio sproporzionato, esigendo solo una quota di sforzo che non susciti risentimenti o azioni puramente forzate. La via ordinaria è proporre piccoli passi che possano essere compresi, accettati e valorizzati, e comportino una rinuncia proporzionata. Altrimenti, chiedendo troppo, non abbiamo ottenuto nulla. Non appena la persona riesce a liberarsi dall’autorità, probabilmente smetterà di fare il bene. 272. La formazione etica suscita talvolta disprezzo a causa di esperienze di abbandono, di delusione, di mancanza emotiva o di una cattiva immagine dei genitori. Le immagini distorte della figura del padre e della madre, o le debolezze degli adulti, vengono proiettate su valori etici. Bisogna quindi aiutare gli adolescenti a praticare l’analogia: i valori si realizzano soprattutto in alcune persone molto esemplari, ma lo sono anche in modo imperfetto e in misura diversa. Allo stesso tempo, poiché la resistenza dei giovani è strettamente legata alle brutte esperienze, è necessario aiutarli a intraprendere un cammino di guarigione di quel mondo interiore ferito, affinché possano fare un passo per comprendere e riconciliarsi con l’essere umano e con la società. 273. Quando si propongono dei valori bisogna andare lentamente, avanzare in modi diversi a seconda dell’età e delle possibilità specifiche delle persone, senza tentare di applicare metodologie rigide e immutabili. I preziosi contributi della psicologia e delle scienze dell’educazione mostrano la necessità di un processo graduale nel raggiungimento dei cambiamenti comportamentali, ma la libertà richiede anche canali e stimoli, perché abbandonarla a se stessa non garantisce la maturazione. La libertà concreta, reale, è limitata e condizionata. Non è una pura capacità di scegliere il bene con totale spontaneità. NO esiste sempre una doverosa distinzione tra atto “volontario” e atto “libero”. Qualcuno potrebbe desiderare qualcosa di brutto con grande forza di volontà, ma a causa di una passione irresistibile o di una cattiva educazione. In quel caso la sua decisione è molto volontaria, non contraddice l’inclinazione della sua volontà, ma non è libera, perché gli è diventato quasi impossibile non scegliere quel male. Questo è ciò che accade con un tossicodipendente compulsivo. Quando lo vuole lo fa con tutte le sue forze, ma è talmente condizionato che al momento non è in grado di prendere altra decisione. Pertanto, la tua decisione è volontaria, ma non è gratuita. Non ha senso “lasciargli scegliere liberamente”, poiché in realtà non può scegliere, ed esporlo al farmaco non fa altro che aumentare la dipendenza. Ha bisogno dell’aiuto degli altri e di un percorso educativo. La vita familiare come contesto educativo 274. La famiglia è la prima scuola di valori umani, nella quale impariamo il buon uso della libertà. Ci sono inclinazioni sviluppate nell’infanzia, che permeano l’intimità di una persona e permangono per tutta la vita come emozione favorevole verso un valore o come rifiuto spontaneo di determinati comportamenti. Molte persone agiscono in un certo modo per tutta la vita perché ritengono prezioso quel modo di agire che è stato incorporato in loro fin dall’infanzia, come per osmosi: “Mi hanno insegnato così”; “Questo è quello che mi hanno instillato.” Nell’ambiente familiare si può anche imparare a discernere criticamente i messaggi degli altri. vari media. Purtroppo, molte volte alcuni programmi televisivi o certe forme di pubblicità hanno un impatto negativo e indeboliscono i valori ricevuti nella vita familiare. 275. In questo tempo, in cui regnano l’ansia e la fretta tecnologica, un compito molto importante per le famiglie è quello di educare alla capacità di aspettare. Non si tratta di vietare ai bambini di giocare con i dispositivi elettronici, ma di trovare il modo di generare in loro la capacità di differenziare le diverse logiche e di non applicare la velocità digitale a tutti gli ambiti della vita. Rimandare non è negare il desiderio ma differirne la soddisfazione. Quando i bambini o gli adolescenti non sono educati ad accettare che alcune cose devono aspettare, diventano dei violentatori, che sottopongono tutto alla soddisfazione dei loro bisogni immediati e crescono con il vizio del “voglio e ho”. Questo è un grande inganno che non favorisce la libertà, ma anzi la rende malata. Quando invece ti educhi per imparare a rimandare alcune cose e ad aspettare il momento giusto, insegni a te stesso cosa significa essere padrone di te stesso, autonomo di fronte ai propri impulsi. Così, quando il bambino sperimenta che può prendersi cura di se stesso, la sua autostima si arricchisce. A sua volta, questo gli insegna a rispettare la libertà degli altri. Ciò non significa, naturalmente, richiedere ai bambini di comportarsi da adulti, ma non va nemmeno sottovalutata la loro capacità di crescere nella maturazione della libertà. responsabile. In una famiglia sana questo apprendimento avviene in modo ordinario per le esigenze della convivenza. 276. La famiglia è l’ambito di socializzazione primaria, perché è il primo luogo dove impariamo a stare di fronte agli altri, ad ascoltare, a condividere, a sopportare, a rispettare, ad aiutare, a convivere. Il compito educativo deve risvegliare il sentimento del mondo e della società come casa, è educare a saper “vivere”, oltre i limiti della propria casa. Nel contesto familiare si insegna a recuperare la vicinanza, la cura e l’accoglienza. Lì si rompe il primo steccato dell’egoismo mortale per riconoscere che viviamo accanto agli altri, con gli altri, che sono degni della nostra attenzione, della nostra gentilezza, del nostro affetto. Non esiste legame sociale senza questa prima dimensione quotidiana, quasi microscopica: stare insieme nel quartiere, incrociarsi nei diversi momenti della giornata, preoccuparsi di ciò che ci riguarda tutti, aiutarsi nelle piccole cose quotidiane. La famiglia deve inventare ogni giorno nuovi modi per promuovere il riconoscimento reciproco. 277. Anche in casa, le abitudini di consumo possono essere riconsiderate per prendersi cura insieme della casa comune: «La famiglia è protagonista di un’ecologia integrale, perché è il soggetto sociale primario, che racchiude in sé i due principi fondamentali della civiltà umana sulla terra: il principio di comunione e il principio di fecondità»[294]. Allo stesso modo, i momenti i momenti difficili e duri della vita familiare possono essere molto istruttivi. È ciò che accade, ad esempio, quando arriva una malattia, perché «di fronte alla malattia sorgono difficoltà anche in famiglia, a causa della debolezza umana. Ma, in generale, il tempo della malattia fa crescere la forza dei legami familiari […] Un’educazione che lascia da parte la sensibilità alla malattia umana inaridisce il cuore; e rende i giovani “anestetizzati” rispetto alla sofferenza degli altri, incapaci di affrontare la sofferenza e di vivere l’esperienza del limite»[295]. 278. L’incontro educativo tra genitori e figli i bambini possono essere agevolati o danneggiati da tecnologie di comunicazione e di distrazione sempre più sofisticate. Se ben utilizzate, possono essere utili per connettere i familiari nonostante la distanza. I contatti possono essere frequenti e aiutare a risolvere le difficoltà[296]. l’altro, che trascorre ore intrattenendosi con un dispositivo elettronico, anche questo deve essere motivo di dialogo e di accordi, che consentano di stabilire delle priorità. incontrare i suoi membri senza cadere in divieti irrazionali. In ogni caso, non si possono ignorare i rischi delle nuove forme di comunicazione per bambini e adolescenti, che a volte li rendono apatici, disconnessi dal mondo reale. Questo “autismo tecnologico” li espone più facilmente alle manipolazioni di coloro che cercano di entrare nella loro privacy con interessi egoistici. 279. Non è bene nemmeno che i genitori diventino esseri onnipotenti per i propri figli, che possono solo fidarsi di loro, perché ciò impedisce un adeguato processo di socializzazione e di maturazione emotiva. Per rendere effettivo questo prolungamento della genitorialità in una realtà più ampia, «le comunità cristiane sono chiamate a offrire il loro sostegno alla missione educativa delle famiglie»[297], particolarmente attraverso la catechesi di iniziazione. Per promuovere un’educazione integrale occorre «ravvivare l’alleanza tra la famiglia e la comunità cristiana»[298]. Il Sinodo ha voluto sottolineare l’importanza della scuola cattolica, che «svolge un ruolo vitale nell’aiutare i genitori nel loro dovere di educare i figli […] Le scuole cattoliche dovrebbero essere incoraggiate nella loro missione di aiutare gli studenti a crescere come adulti maturi che possono vedere il mondo attraverso lo sguardo amorevole di Gesù e comprendere la vita come chiamata a servire Dio»[299]. Per fare questo «occorre affermare con decisione la libertà della Chiesa di insegnare la propria dottrina e il diritto di opposizione consapevolezza da parte degli educatori»[300]. Sì all’educazione sessuale 280. Il Concilio Vaticano II ha sollevato la necessità di «un’educazione sessuale positiva e prudente», che raggiunga i bambini e gli adolescenti «con l’avanzare della loro età» e «tenendo conto dei progressi della psicologia, della pedagogia e della didattica»[301]. Dovremmo chiederci se le nostre istituzioni educative hanno raccolto questa sfida. È difficile pensare all’educazione sessuale in un’epoca in cui la sessualità tende ad essere banalizzata e impoverita. Essa può essere compresa solo nel quadro di un’educazione all’amore, alla donazione reciproca. In questo modo il linguaggio della sessualità non risulta tristemente impoverito, ma illuminato. La pulsione sessuale può essere coltivata in un percorso di conoscenza di sé e nello sviluppo di una capacità di autocontrollo, che può aiutare a far emergere preziose capacità di gioia e di incontro amoroso. 281. L’educazione sessuale informa, ma senza dimenticare che i bambini e i giovani non hanno raggiunto la piena maturità. L’informazione deve arrivare al momento opportuno e in modo adeguato alla fase in cui vivono. È inutile saturarli di dati senza sviluppare senso critico di fronte all’invasione di proposte, di fronte alla pornografia incontrollata e al sovraccarico di stimoli che possono mutilare la sessualità. I giovani devono poter rendersi conto che sono bombardati da messaggi che non cercano il loro bene e la loro maturazione. È necessario aiutarli a riconoscere e cercare il influenze positive, allontanandosi allo stesso tempo da tutto ciò che sfigura la loro capacità di amare. Allo stesso modo, bisogna accettare che «la necessità di un linguaggio nuovo e più appropriato si pone soprattutto nel momento in cui si avvicinano i bambini e gli adolescenti al tema della sessualità»[302]. 282. L’educazione sessuale che promuove una sana modestia ha un valore immenso, anche se oggi alcuni ritengono che sia una questione d’altri tempi. È una difesa naturale della persona che ne protegge l’interiorità ed evita di convertirsi in puro oggetto. Senza modestia, possiamo ridurre l’affetto e la sessualità a ossessioni che si concentrano solo sulla genitalità, a morbilità che sfigurano la nostra capacità di amare e a varie forme di violenza sessuale che ci portano a essere trattati in modo disumano o a danneggiare gli altri. 283. L’educazione sessuale si concentra spesso sull’invito a «prendersi cura di sé», ricercando il «sesso sicuro». Questa espressione trasmette un atteggiamento negativo nei confronti della naturale finalità procreativa della sessualità, come se un possibile figlio fosse un nemico dal quale bisogna proteggersi. Ciò promuove l’aggressività narcisistica invece dell’accoglienza. Qualsiasi invito rivolto agli adolescenti a giocare con il proprio corpo e i propri desideri, come se avessero la maturità, i valori, l’impegno reciproco e gli obiettivi del matrimonio, è irresponsabile. In questo modo sono felicemente incoraggiati a utilizzare un’altra persona come oggetto di ricerche compensative per mancanza o grandi limiti. È importante, piuttosto, insegnare loro un percorso attorno alle diverse espressioni dell’amore, della cura reciproca, della tenerezza rispettosa e della comunicazione ricca di significato. Perché tutto ciò prepara a un dono di sé totale e generoso che si esprimerà, dopo un impegno pubblico, nella consegna delle salme. L’unione sessuale nel matrimonio apparirà così come il segno di un impegno totalizzante, arricchito da tutto il percorso precedente. 284. I giovani non devono lasciarsi ingannare da piani confusi: l’attrazione «crea, per un momento, l’illusione dell’unione, ma, senza amore, tale unione lascia gli estranei separati come prima»[303]. Il linguaggio del corpo richiede un apprendimento paziente che ti permetta di interpretare ed educare i tuoi desideri ad arrenderti veramente. Quando provi a consegnare tutto in una volta, è possibile che non venga consegnato nulla. Una cosa è comprendere le fragilità dell’età o le sue confusioni, un’altra è incoraggiare gli adolescenti a prolungare l’immaturità del loro modo di amare. Ma chi parla di queste cose oggi? Chi è capace di prendere sul serio i giovani? Chi ti aiuta a prepararti seriamente ad un amore grande e generoso? L’educazione sessuale viene presa troppo alla leggera. 285. L’educazione sessuale deve comprendere anche il rispetto e la valorizzazione della differenza, che mostri a ciascuno la possibilità di superare la reclusione nei propri limiti per aprirsi all’accoglienza dell’altro. Oltre il comprensibile difficoltà che ciascuno può sperimentare, dobbiamo aiutare ad accettare il proprio corpo così come è stato creato, perché «una logica di dominio sul proprio corpo si trasforma in una logica, talvolta sottile, di dominio sul creato […] Anche valorizzare il proprio corpo nella sua femminilità o mascolinità è necessario per riconoscersi nell’incontro con il diverso. In questo modo è possibile accogliere con gioia il dono specifico dell’altro, opera del Dio creatore, e arricchirsi reciprocamente»[304]. Solo perdendo la paura della differenza ci si può finalmente liberare dall’immanenza del proprio essere e dall’incanto di sé. L’educazione sessuale deve aiutare ad accettare il proprio corpo, affinché la persona non cerchi di «annullare la differenza sessuale perché non sa più come affrontarla»[305. Né si può ignorare che nella configurazione del proprio modo di essere, femminile o maschile, confluiscono non solo fattori biologici o genetici, ma anche elementi molteplici». che hanno a che fare con il temperamento, la storia familiare, la cultura, le esperienze vissute, la formazione ricevuta, le influenze di amici, familiari e persone ammirate e altre circostanze specifiche che richiedono uno sforzo di adattamento. È vero che non possiamo separare ciò che è maschile e femminile dall’opera creata da Dio, che è anteriore a tutte le nostre decisioni ed esperienze, dove ci sono elementi biologici che è impossibile ignorare È vero che il maschile e il femminile non sono qualcosa di rigido. Ecco perché è possibile, ad esempio, che il modo di essere maschile del marito possa essere adattato in modo flessibile alla situazione lavorativa della moglie. Affrontare le faccende domestiche o alcuni aspetti della genitorialità non ti rende meno mascolino né significa fallimento, rinuncia o vergogna. I figli vanno aiutati ad accettare normalmente questi “scambi” sani, che non tolgono alcuna dignità alla figura paterna. La rigidità diventa un’esagerazione del maschile e del femminile e non educa i bambini e i giovani alla reciprocità incarnata nelle condizioni reali del matrimonio. Questa rigidità, a sua volta, può impedire lo sviluppo delle capacità di ciascuno, al punto da considerare poco virile dedicarsi all’arte o alla danza e poco femminile svolgere qualsiasi compito di guida. Ciò, grazie a Dio, è cambiato, ma in alcuni luoghi certe concezioni inadeguate continuano a condizionare la legittima libertà e a mutilare l’autentico sviluppo dell’identità concreta dei bambini o delle loro potenzialità. Trasmissione della fede 287. L’educazione dei figli deve essere segnata da un cammino di trasmissione della fede, reso difficile dall’attuale stile di vita, dagli orari di lavoro e dalla complessità del mondo di oggi, dove molti conducono ritmi frenetici per sopravvivere[306]. La casa, però, deve continuare ad essere il luogo in cui si insegna a percepire le ragioni e la bellezza della fede, per pregare e servire gli altri. Essa comincia con il battesimo, dove, come diceva sant’Agostino, le madri che portano in grembo i figli «cooperano al parto santo»[307]. Allora inizia il percorso di crescita di quella nuova vita. La fede è un dono di Dio, ricevuto nel battesimo, e non è il risultato dell’azione umana, ma i genitori sono strumenti di Dio per la sua maturazione e il suo sviluppo. Perciò «è bello quando le mamme insegnano ai loro bambini a mandare un bacio a Gesù o alla Vergine. Quanta tenerezza in questo! In quel momento il cuore dei bambini diventa uno spazio di preghiera»[308]. La trasmissione della fede implica che i genitori vivano l’esperienza reale di confidare in Dio, di cercarlo, di aver bisogno di Lui, perché solo così «una generazione loda all’altra le tue opere e racconta le tue imprese» (Sal 144,4) e «il padre insegna ai suoi figli la tua fedeltà» (Is 38,19). Ciò richiede che imploriamo l’azione di Dio nei cuori, dove non possiamo arrivare. Il granello di senape, così piccolo, diventa un grande cespuglio (cfr Mt 13,31-32), e così riconosciamo la sproporzione tra l’azione e il suo effetto. Allora sappiamo che non siamo i proprietari del dono, ma i suoi attenti amministratori. Ma il nostro sforzo creativo è un’offerta che ci permette di collaborare all’iniziativa di Dio. Per questo «i coniugi, le madri e i padri devono essere valorizzati come soggetti attivi della catechesi […] La catechesi è di grande aiuto famiglia, come metodo efficace per formare i giovani genitori e renderli consapevoli della loro missione di evangelizzatori della propria famiglia»[309]. 288. L’educazione alla fede sa adattarsi a ciascun bambino, perché le risorse apprese o le ricette talvolta non funzionano. I bambini hanno bisogno di simboli, di gesti, di narrazioni. Gli adolescenti spesso entrano in crisi con l’autorità e con le regole, per questo è opportuno stimolare le proprie esperienze di fede e offrire loro testimonianze luminose, che si distinguono per la loro bellezza. Genitori che vogliono accompagnare la fede dei propri figli siano attenti ai loro cambiamenti, perché sanno che l’esperienza spirituale non è imposta ma proposta per la loro libertà. È essenziale che i figli vedano concretamente che la preghiera è veramente importante per i loro genitori. Per questo i momenti di preghiera familiare e le espressioni di pietà popolare possono avere una forza evangelizzatrice maggiore di tutti i catechismi e di tutti i discorsi L’esercizio di trasmettere la fede ai figli, nel senso di facilitarne l’espressione e la crescita, aiuta la famiglia a diventare evangelizzatrice, e comincia spontaneamente a trasmetterla a tutti coloro che si avvicinano ad essa e anche al di fuori dell’ambiente familiare, spesso i bambini che crescono in famiglie missionarie lo diventano missionari, se i genitori sanno vivere questo compito in modo tale che gli altri si sentano vicini e amichevoli, affinché i loro figli crescano in quel modo di relazionarsi con il mondo, senza rinunciare alla loro fede e alle loro convinzioni. Ricordiamo che Gesù stesso mangiava e beveva con i peccatori (cfr Mc 2,16; Mt 11,19), poteva fermarsi a conversare con la samaritana (cfr Gv 4,7-26), ricevere di notte Nicodemo (cfr Gv 3,1-21), si lasciava ungere i piedi da una prostituta (cfr Lc 7,36-50), si fermava a toccare i malati (cfr Mc 1,40-45; 7,33). Lo stesso facevano i suoi apostoli, che non disprezzavano gli altri, non si limitavano a piccoli gruppi di persone selezionate, isolati dalla vita della loro gente. Mentre le autorità li vessavano, essi godevano della simpatia «di tutto il popolo» (At 2,47; cfr 4,21.33; 5,13). 290. «La famiglia diventa soggetto di azione pastorale attraverso l’annuncio esplicito del Vangelo e l’eredità di molteplici forme di testimonianza, tra cui: la solidarietà con i poveri, l’apertura alla diversità delle persone, la custodia del creato, la solidarietà morale e materiale verso le altre famiglie, soprattutto verso quelle più bisognose, l’impegno per la promozione del bene comune, anche attraverso la trasformazione delle strutture sociali ingiuste, a partire dal territorio in cui vive la famiglia, praticando le opere corporali e spirituali»[310]. Ciò va collocato nel quadro della convinzione più preziosa del Cristiani: l’amore del Padre che ci sostiene e ci promuove, manifestato nell’abbandono totale di Gesù Cristo, vivo tra noi, che ci rende capaci di affrontare insieme tutte le tempeste e tutte le tappe della vita. Anche nel cuore di ogni famiglia dobbiamo far risuonare il kerygma, nel tempo e fuori dal tempo, affinché illumini il cammino. Tutti dovremmo poter dire, a partire da quanto abbiamo sperimentato nelle nostre famiglie: «Abbiamo conosciuto l’amore che Dio ha per noi» (1 Gv 4,16). Solo a partire da questa esperienza la pastorale familiare potrà far sì che le famiglie siano allo stesso tempo chiese domestiche e fermento evangelizzatore nella società. Capitolo Ottavo ACCOMPAGNARE, DISCERNERE E INTEGRARE LA FRAGILITÀ 291. I Padri sinodali hanno espresso che, sebbene la Chiesa comprenda che ogni rottura del vincolo coniugale « va contro la volontà di Dio, essa è anche consapevole della fragilità di non pochi suoi figli ».311 Illuminata dallo sguardo di Gesù Cristo, essa « guarda con amore quanti partecipano in modo incompleto alla sua vita, riconoscendo che la grazia di Dio opera anche in loro vita, donando loro il coraggio di fare il bene, di prendersi cura con amore gli uni degli altri e di essere al servizio della comunità in cui vivono e operano»[312]. D’altro canto, questo atteggiamento si rafforza nel contesto di un Anno giubilare dedicato alla misericordia. Pur proponendo sempre la perfezione e invitando a una risposta più piena a Dio, “la Chiesa deve accompagnare con attenzione e cura i suoi figli più amorevoli”. fragili, segnati dall’amore ferito e perduto, ridando loro fiducia e speranza, come la luce di un faro del porto o di una fiaccola portata tra la gente per illuminare chi ha smarrito la strada o si trova in mezzo alla tempesta»[313]. Non dimentichiamo che, spesso, il compito della Chiesa è simile a quello di un ospedale da campo. 292. Il matrimonio cristiano, riflesso dell’unione tra Cristo e la sua Chiesa, si realizza pienamente nell’unione tra un uomo e una donna, che si donano reciprocamente in modo esclusivo amore e fedeltà gratuita, si appartengono gli uni agli altri fino alla morte e si aprono alla comunicazione della vita, consacrati dal sacramento che conferisce loro la grazia di diventare Chiesa domestica e fermento di vita nuova per la società. Altre forme di unione contraddicono radicalmente questo ideale, ma alcune lo realizzano almeno parzialmente e analogamente 293. I Padri hanno messo lo sguardo anche sulla situazione particolare di un matrimonio solo civile o, nonostante le differenze, anche di una mera convivenza in cui, «quando l’unione raggiunge notevole stabilità mediante un vincolo pubblico, si connota di profondo affetto, di responsabilità verso la prole, di capacità di superare le prove, può essere vista come occasione di accompagnamento nell’evoluzione verso il sacramento del matrimonio»[315]. D’altra parte, è preoccupante che molti giovani oggi diffidano del matrimonio e convivono, rinviando indefinitamente l’impegno coniugale, mentre altri mettono fine all’impegno preso e ne stabiliscono subito uno nuovo. Essi, «che fanno parte della Chiesa, hanno bisogno di una pastorale misericordiosa e incoraggiante»[316]. Perché i pastori sono responsabili non solo della promozione del matrimonio cristiano, ma anche del «discernimento pastorale delle situazioni di tante persone che non vivono più questa realtà», per «entrare in dialogo pastorale con loro per evidenziare gli elementi della loro vita che possono condurre ad una maggiore apertura al Vangelo del matrimonio nella sua pienezza»[317]. Nel discernimento pastorale è importante «individuare gli elementi che favoriscono l’evangelizzazione e la crescita umana e spirituale»[318]. 294. «La scelta del matrimonio civile o, in altri casi, della semplice convivenza, spesso non è motivata da pregiudizi o resistenze all’unione sacramentale, ma da situazioni culturali o contingenti»[319]. In queste situazioni possono essere valorizzati quei segni di amore che in qualche modo riflettono l’amore di Dio[320]. Sappiamo che “è in continuo aumento il numero di coloro che, dopo aver convissuto per lungo tempo, chiedono la celebrazione del matrimonio nella Chiesa. Spesso si sceglie la convivenza semplice a causa della mentalità generale contraria alle istituzioni e agli impegni definitivi, ma anche perché si attende l’acquisizione di maggiori sicurezze esistenziali (lavoro e stipendio fisso). In altri Paesi, infine, le unioni di fatto sono molto numerose, non solo a causa del rifiuto dei valori della famiglia e del matrimonio, ma soprattutto per il fatto che sposarsi è considerato un lusso, a causa delle condizioni sociali, per cui la miseria materiale spinge le persone a vivere in unioni di fatto»[321]. Ma «è necessario affrontare tutte queste situazioni in modo costruttivo, cercando di trasformarle in opportunità nel cammino verso la pienezza del matrimonio e della famiglia alla luce del Vangelo. Si tratta di accoglierle e accompagnarle con pazienza e delicatezza»[322]. Così ha fatto Gesù con la Samaritana (cfr Gv 4,1-26): ha rivolto una parola al suo desiderio di amore vero, per liberarla da tutto ciò che oscurava la sua vita e condurla alla gioia piena del Vangelo. 295. In questa linea san Giovanni Paolo II ha proposto la cosiddetta «legge della gradualità», con la consapevolezza che l’essere umano «conosce, ama e realizza il bene morale secondo diverse tappe di crescita»[323]. Non si tratta di una “gradualità della legge”, ma di una gradualità nell’esercizio prudenziale degli atti liberi in soggetti che non sono in grado di comprendere, valutare o praticare pienamente le esigenze oggettive della legge. Perché anche la legge è un dono di Dio che indica la strada, un dono per tutti nessuno escluso che può essere vissuto. con la forza della grazia, anche se ogni essere umano «avanza gradualmente con la progressiva integrazione dei doni di Dio e delle esigenze del suo amore definitivo e assoluto in tutta la vita personale e sociale»[324]. Discernimento delle situazioni cosiddette “irregolari”[325] 296. Il Sinodo ha fatto riferimento a diverse situazioni di fragilità o di imperfezione. A questo proposito, voglio ricordare qui qualcosa che ho voluto affermare con chiarezza a tutta la Chiesa affinché non si imbocchi una strada sbagliata: «Due logiche attraversano tutta la storia della Chiesa: l’emarginazione e il reinserimento […] La strada della Chiesa, dal Concilio di Gerusalemme in poi, è sempre la strada di Gesù, quella della misericordia e dell’integrazione […] La strada della Chiesa è non condannare nessuno per sempre e diffondere la misericordia di Dio a tutte le persone che la chiedono con cuore sincero […] Perché la carità vera è sempre immeritata, incondizionata e gratuita»[326]. Pertanto «dobbiamo evitare giudizi che non tengano conto della complessità delle diverse situazioni, e dobbiamo essere attenti al modo in cui le persone vivono e soffrono a causa della loro condizione»[327]. 297. Si tratta di integrare tutti, ciascuno deve essere aiutato a trovare il proprio modo di partecipare alla comunità ecclesiale, affinché possa sentirsi oggetto di misericordia «immeritata, incondizionata e gratuita». Nessuno può essere condannato per sempre, perché questa non è la logica del Vangelo. Non mi riferisco solo al divorziati in una nuova unione ma a tutti, in qualunque situazione si trovino. Ovviamente, se qualcuno mostra un peccato oggettivo come se fosse parte dell’ideale cristiano, o vuole imporre qualcosa di diverso da ciò che insegna la Chiesa, non può pretendere di fare catechismo o predicare, e in questo senso c’è qualcosa che lo separa dalla comunità (cfr Mt 18,17). Occorre riascoltare l’annuncio del Vangelo e l’invito alla conversione. Ma anche per lui può esserci qualche modo di partecipare alla vita della comunità, sia negli impegni sociali, negli incontri di preghiera o nel modo che la sua propria iniziativa suggerisce, insieme al discernimento del pastore. Riguardo al modo di affrontare le diverse situazioni cosiddette «irregolari», i Padri sinodali hanno raggiunto un consenso generale, che sostengo: «Per quanto riguarda una pastorale rivolta alle persone che hanno contratto matrimonio civile, che sono divorziate risposate, o che semplicemente convivono, spetta alla Chiesa rivelare loro la divina pedagogia della grazia nella loro vita e aiutarle a realizzare la pienezza del disegno che Dio ha su di loro»[328], sempre possibile con la forza dello Spirito Santo. 298. I divorziati in nuove unioni, ad esempio, possono trovarsi in situazioni molto diverse, che non vanno catalogate o racchiuse in affermazioni troppo rigide senza lasciare spazio ad un adeguato discernimento personale e pastorale. C’è il caso di una seconda unione consolidata nel tempo, con nuovi figli, con fedeltà provata, dedizione generosa, impegno cristiano, consapevolezza dell’irregolarità della propria situazione e grande difficoltà a tornare indietro senza sentire coscientemente di cadere in nuove colpe. La Chiesa riconosce le situazioni in cui «quando l’uomo e la donna, per gravi motivi – come, ad esempio, l’educazione dei figli – non possono adempiere all’obbligo di separazione”[329]. C’è anche il caso di coloro che hanno fatto grandi sforzi per salvare il primo matrimonio e hanno subito un ingiusto abbandono, o quello di «coloro che hanno contratto una seconda unione allo scopo di allevare figli, e talvolta hanno soggettivamente la certezza in coscienza che il matrimonio precedente, irrimediabilmente distrutto, non era mai stato valido»[330]. Ma altra cosa è una nuova unione che nasce da un recente divorzio, con tutte le conseguenze di sofferenza e confusione che colpiscono figli e intere famiglie, o la situazione di chi è venuto più volte meno ai propri impegni familiari. Deve essere chiaro che non è questo l’ideale che il Vangelo propone per il matrimonio e la famiglia. I Padri sinodali hanno espresso che il discernimento dei pastori deve essere sempre fatto «distinguendo bene»[331], con uno sguardo che «discerne bene le situazioni»[332]. Sappiamo che non esistono «ricette semplici»[333]. 299. Accolgo le considerazioni di molti Padri sinodali, che hanno voluto esprimere che «i battezzati divorziati risposati Civilmente devono integrarsi maggiormente nella comunità cristiana nei vari modi possibili, evitando ogni occasione di scandalo. La logica dell’integrazione è la chiave del loro accompagnamento pastorale, affinché non solo sappiano di appartenere al Corpo di Cristo, che è la Chiesa, ma possano fare un’esperienza felice e fruttuosa. Sono battezzati, sono fratelli e sorelle, lo Spirito Santo riversa in loro doni e carismi per il bene di tutti. La loro partecipazione può esprimersi in diversi servizi ecclesiali: è quindi necessario discernere quali tra le diverse forme di esclusione attualmente praticate in ambito liturgico, pastorale, educativo e istituzionale possono essere superate. Non solo non devono sentirsi scomunicati, ma possono vivere e maturare come membra vive della Chiesa, sentendola come una madre che sempre li accoglie, si prende cura di loro con affetto e li incoraggia nel cammino della vita e del Vangelo. Questa integrazione è necessaria anche per la cura e l’educazione cristiana dei figli, che devono essere considerati i più importanti»[334]. 300. Se si tiene conto delle innumerevoli diversità di situazioni concrete, come quelle prima menzionate, si comprende che dal Sinodo e da questa Esortazione non ci si deve aspettare una nuova regolamentazione di tipo canonico generale, applicabile a tutti i casi. C’è solo un nuovo soffio di responsabile discernimento personale e pastorale dei casi particolari, che dovrebbe riconoscere che, poiché che «il grado di responsabilità non è lo stesso in tutti i casi»[335], le conseguenze o gli effetti di una norma non devono necessariamente essere sempre gli stessi[336]. I sacerdoti hanno il compito di “accompagnare le persone interessate nel cammino del discernimento secondo l’insegnamento della Chiesa e gli orientamenti del Vescovo. In questo processo sarà utile un esame di coscienza, attraverso momenti di riflessione e di pentimento. I divorziati risposati dovrebbero chiedersi come si sono comportati con i figli quando l’unione coniugale è entrata in crisi; se ci sono stati tentativi di riconciliazione; qual è la situazione del coniuge abbandonato; quali conseguenze ha il nuovo rapporto sul resto della famiglia e la comunità dei fedeli? Quale esempio offre questo rapporto ai giovani che devono prepararsi al matrimonio? Una sincera riflessione può rafforzare la fiducia nella misericordia di Dio, che non si nega a nessuno»[337]. Si tratta di un itinerario di accompagnamento e discernimento che «guida questi fedeli a prendere coscienza della loro situazione davanti a Dio. Il colloquio con il sacerdote, interiormente, contribuisce a formare un giudizio corretto su ciò che ostacola la possibilità di una più piena partecipazione alla vita della Chiesa e sui passi che possono favorirla e farla crescere. Poiché nella legge stessa non esiste gradualità (cfr Familiaris consortio, 34), questo discernimento non può mai prescindere dalla esigenze di verità e di carità del Vangelo proposte dalla Chiesa. Perché ciò avvenga, devono essere garantite le necessarie condizioni di umiltà, di riservatezza, di amore alla Chiesa e al suo insegnamento, nella sincera ricerca della volontà di Dio e nel desiderio di giungere ad una risposta più perfetta ad essa»[338]. Questi atteggiamenti sono essenziali per evitare il grave rischio di messaggi sbagliati, come l’idea che qualche sacerdote possa concedere rapidamente «eccezioni», o che ci siano persone che possano ottenere privilegi sacramentali in cambio di favori. Quando una persona responsabile e discreta, che non intende esprimere i propri desideri, al di sopra del bene comune della Chiesa, si trova con un pastore che sa riconoscere la gravità della questione, si evita il rischio che un certo discernimento possa portare a pensare che la Chiesa mantenga una doppia morale nel discernimento pastorale 301. Per comprendere adeguatamente perché è possibile e necessario un discernimento speciale in alcune situazioni cosiddette “irregolari”, c’è una questione di cui si deve sempre tenere conto, affinché non si pensi mai che si tenti di sminuire le esigenze della Chiesa. Vangelo La Chiesa ha una riflessione solida sui condizionamenti e sulle circostanze attenuanti. Pertanto, non è più possibile dire che tutti coloro che si trovano in una situazione cosiddetta “irregolare” vivano in una situazione di peccato mortale, privati del peccato. grazia santificante. I limiti non riguardano solo l’eventuale ignoranza della norma. Un soggetto, pur conoscendo bene la norma, può avere grandi difficoltà a comprendere «i valori inerenti alla norma»[339] o può trovarsi in condizioni specifiche che non gli consentono di agire diversamente e di prendere altre decisioni senza nuovi sensi di colpa. Come hanno giustamente espresso i Padri sinodali, «vi possono essere fattori che limitano la capacità decisionale»[340]. Già san Tommaso d’Aquino riconosceva che qualcuno può avere grazia e carità, ma non saper esercitare bene nessuna delle virtù[341], tanto che, pur possedendo tutte le virtù morali infuse, non manifesta chiaramente l’esistenza di nessuna di esse, perché l’operato esterno di quella virtù è difficile: «Si dice che alcuni santi non abbiano alcune virtù, in quanto provano difficoltà nelle loro azioni, pur avendo gli abiti di tutte le virtù»[342]. 302. Rispetto a queste condizioni, il Catechismo della Chiesa Cattolica si esprime con forza: «L’imputabilità e la responsabilità di un atto possono essere diminuite e perfino soppresse a causa dell’ignoranza, della disattenzione, della violenza, della paura, delle abitudini, degli affetti disordinati e di altri fattori psichici o sociali»[343]. In un altro paragrafo fa ancora riferimento a circostanze che attenuano la responsabilità morale, e menziona a lungo «l’immaturità emotiva, la forza delle abitudini morali». contratta, lo stato di angoscia o altri fattori psicologici o sociali»[344]. Per questo motivo, un giudizio negativo su una situazione oggettiva non implica un giudizio sull’imputabilità o sulla colpevolezza della persona coinvolta[345]. Nel contesto di queste convinzioni, ritengo molto opportuno ciò che molti Padri sinodali hanno voluto sostenere: «In determinate circostanze, le persone trovano grandi difficoltà ad agire in modo diverso […] Il discernimento pastorale, anche tenendo conto della coscienza rettamente formata delle persone, deve farsi carico di queste situazioni. Né le conseguenze degli atti compiuti sono necessariamente le stesse in tutti i casi»[346]. 303. Dal riconoscimento del peso delle condizioni concrete, possiamo aggiungere che la coscienza delle persone deve essere meglio incorporata nella prassi della Chiesa in alcune situazioni che non soddisfano oggettivamente la nostra concezione del matrimonio. Certamente dobbiamo favorire la maturazione di una coscienza illuminata, formata e accompagnata dal discernimento responsabile e serio del pastore, e proporre una fiducia sempre maggiore nella grazia. Ma quella coscienza può riconoscere non solo che una situazione non risponde oggettivamente alla proposta generale del Vangelo. Potete anche riconoscere con sincerità e onestà quella che, per ora, è la risposta generosa che si può offrire a Dio, e scoprire con una certa sicurezza morale che quella è la risposta consegna che Dio stesso esige in mezzo alla complessità concreta dei limiti, anche se non è ancora pienamente l’ideale oggettivo. In ogni caso ricordiamoci che questo discernimento è dinamico e deve rimanere sempre aperto a nuove tappe di crescita e a nuove decisioni che permettano di realizzare più pienamente l’ideale. Norme e discernimento 304. È meschino fermarsi solo a considerare se le azioni di una persona rispondono o meno a una legge o norma generale, perché ciò non basta per discernere e assicurare la piena fedeltà a Dio nell’esistenza concreta dell’essere umano. Prego fortemente che ricordiamo sempre qualcosa che insegna san Tommaso d’Aquino, e che impariamo a incorporarlo nel discernimento pastorale: «Sebbene ci sia necessità nei principi generali, quanto più si affrontano le cose particolari, tanto più c’è indeterminatezza […] Nell’ambito dell’azione, la verità o la rettitudine pratica non sono le stesse in tutte le applicazioni particolari, ma solo nei principi generali; e in coloro per i quali la rettitudine è identica nelle proprie azioni, non è ugualmente conosciuta da tutti […] Quanto più si scende al particolare, tanto più l’indeterminatezza aumenta»[347]. È vero che le regole generali presentano un bene che non dovrebbe mai essere trascurato o trascurato, ma nella loro formulazione non possono coprire assolutamente tutte le situazioni particolari Per questo motivo, ciò che fa parte di un discernimento pratico in una situazione particolare non può essere elevato alla categoria di una norma. Ciò non solo darebbe luogo ad una casistica insopportabile, ma metterebbe a rischio i valori che devono essere preservati con particolare cura[348]. 305. Pertanto, un pastore non può sentirsi soddisfatto solo applicando le leggi morali a coloro che vivono situazioni “irregolari”, come se fossero pietre scagliate contro la vita delle persone. È il caso dei cuori chiusi, che spesso si nascondono dietro gli insegnamenti della Chiesa «per sedersi sulla cattedra di Mosè e giudicare, talvolta con superiorità e superficialità, i casi difficili e le famiglie ferite»[349]. Sulla stessa linea si è espressa la Commissione Teologica Internazionale: «La legge naturale non va presentata come un insieme di regole già costituite, che si impongono a priori al soggetto morale, ma piuttosto come fonte di ispirazione oggettiva per il suo processo decisionale eminentemente personale»[350]. A causa di fattori condizionanti o attenuanti, è possibile che, in mezzo a una situazione oggettiva di peccato – non soggettivamente colpevole o non pienamente colpevole – si possa vivere nella grazia di Dio, si possa amare, e si possa anche crescere nella vita di grazia e di carità, ricevendo a questo scopo l’aiuto della Chiesa[351]. Il discernimento deve aiutare a trovare le vie possibili di risposta a Dio e di crescita mezzo ai limiti. Credendo che tutto sia bianco o nero, a volte chiudiamo il cammino della grazia e della crescita e scoraggiamo percorsi di santificazione che danno gloria a Dio. Ricordiamo che «un piccolo passo, in mezzo ai grandi limiti umani, può essere più gradito a Dio della vita esteriormente corretta di chi attraversa le sue giornate senza affrontare difficoltà importanti»[352]. La pastorale concreta dei ministri e delle comunità non può non incorporare questa realtà. 306. In ogni circostanza, per coloro che hanno difficoltà a vivere pienamente la legge divina, deve risuonare l’invito a seguire la via caritatis. La carità fraterna è la prima legge dei cristiani (cfr Gv 15,12; Gal 5,14). Non dimentichiamo la promessa delle Scritture: «Mantenete tra voi una carità intensa, perché la carità copre una moltitudine di peccati» (1 Pt 4,8); «Espiare i vostri peccati con l’elemosina e i vostri delitti aiutando i poveri» (Dn 4,24). «L’acqua spegne il fuoco ardente e l’elemosina rimette i peccati» (Si 3,30). Questo è anche ciò che insegna sant’Agostino: «Come, nel pericolo di un incendio, correremmo a cercare l’acqua per spegnerlo […], allo stesso modo, se dalla nostra paglia nasce la fiamma del peccato, e per questo siamo turbati, quando ci viene offerta l’occasione di un’opera piena di misericordia, gioiamo in essa come se ci fosse offerta una fonte nella quale possiamo spegnere il fuoco»[353]. La logica della misericordia pastorale 307. Evitare ogni interpretazione deviato, ricordo che in nessun modo la Chiesa deve rinunciare a proporre l’ideale pieno del matrimonio, progetto di Dio in tutta la sua grandezza: «I giovani battezzati devono essere incoraggiati a non dubitare della ricchezza che il sacramento del matrimonio offre ai loro progetti di amore, con la forza del sostegno che ricevono dalla grazia di Cristo e della possibilità di partecipare pienamente alla vita della Chiesa»[354]. La tiepidezza, qualsiasi forma di relativismo, o un eccessivo rispetto nel proporlo, sarebbe una mancanza di fedeltà al Vangelo e anche una mancanza di amore da parte della Chiesa verso i giovani stessi. Comprendere le situazioni eccezionali non implica mai nascondere la luce dell’ideale più pieno o proporre meno di ciò che Gesù offre agli esseri umani. Oggi, più importante di una pastorale dei fallimenti è lo sforzo pastorale per consolidare i matrimoni e prevenire così le rotture. 308. Ma dalla nostra consapevolezza del peso delle attenuanti – psicologiche, storiche e anche biologiche – consegue che, «senza sminuire il valore dell’ideale evangelico, dobbiamo accompagnare con misericordia e pazienza le possibili tappe di crescita delle persone che si costruiscono giorno dopo giorno», suscitando «la misericordia del Signore che incoraggia a compiere il bene possibile»[355]. Capisco chi preferisce una pastorale più rigida che non dia adito ad alcuna confusione. Ma credo sinceramente che Gesù Cristo voglia una Chiesa attenta al bene dello Spirito si riversa in mezzo alle fragilità: una Madre che, nello stesso tempo in cui esprime con chiarezza il suo insegnamento oggettivo, «non rinuncia al bene possibile, anche se corre il rischio di macchiarsi del fango della strada»[356]. I pastori, che propongono ai fedeli l’ideale pieno del Vangelo e la dottrina della Chiesa, devono aiutarli anche ad assumere la logica della compassione verso i fragili e ad evitare persecuzioni o giudizi troppo duri o impazienti. Il Vangelo stesso ci chiede di non giudicare né condannare (cfr Mt 7,1; Lc 6,37). Gesù «ci aspetta che rinunciamo a cercare quei rifugi personali o comunitari che ci permettano di tenerci lontani dal nocciolo della tempesta umana, affinché accettiamo veramente di entrare in contatto con l’esistenza concreta degli altri e di conoscere la forza della tenerezza. Quando lo facciamo, la vita diventa sempre meravigliosamente complicata»[357]. 309. È provvidenziale che queste riflessioni si sviluppino nel contesto di un Anno giubilare dedicato alla misericordia, perché anche di fronte alle situazioni più diverse che toccano la famiglia, «la Chiesa ha la missione di annunciare la misericordia di Dio, cuore pulsante del Vangelo, che attraverso di essa deve raggiungere la mente e il cuore di ogni persona. La Sposa di Cristo fa suo il comportamento del Figlio di Dio che va incontro a tutti, nessuno escluso»[358]. Sa bene che Gesù stesso si presenta come il pastore di cento pecore, non di novantanove. Li vuole tutti. Da Questa consapevolezza farà sì che «il balsamo della misericordia raggiunga tutti, credenti e lontani, come segno del Regno di Dio che è già presente in mezzo a noi»[359]. 310. Non possiamo dimenticare che «la misericordia non è solo opera del Padre, ma diventa il criterio per conoscere chi sono realmente i suoi veri figli. Perciò siamo chiamati a vivere di misericordia, perché la misericordia è stata applicata a noi in primo luogo»[360]. Non si tratta di una proposta romantica né di una debole risposta all’amore di Dio, che vuole sempre promuovere le persone, poiché «la misericordia è la trave principale che sorregge la vita della Chiesa. Tutto nella sua azione pastorale deve essere rivestito dalla tenerezza con cui si rivolge ai credenti; nulla nel suo annuncio e nella sua testimonianza al mondo può mancare di misericordia»[361]. È vero che a volte «ci comportiamo come controllori della grazia e non come facilitatori. Ma la Chiesa non è una dogana, è la casa del padre dove c’è un posto per ciascuno con la vita sulle spalle»[362]. 311. L’insegnamento della teologia morale non deve mancare di incorporare queste considerazioni, perché, se è vero che va curata l’integrità dell’insegnamento morale della Chiesa, deve sempre essere posta particolare cura nel mettere in luce e incoraggiare i valori più alti e centrali del Vangelo[363], in particolare il primato della carità come risposta alla libera iniziativa dell’amore di Dio. A A volte è molto difficile per noi fare spazio all’amore incondizionato di Dio nel nostro lavoro pastorale[364]. Mettiamo così tante condizioni alla misericordia che la svuotiamo di significato concreto e di significato reale, e questo è il modo peggiore per liquefare il Vangelo. È vero, ad esempio, che la misericordia non esclude la giustizia e la verità, ma soprattutto dobbiamo dire che la misericordia è la pienezza della giustizia e la manifestazione più luminosa della verità di Dio. Per questo è sempre opportuno considerare «inadeguata ogni concezione teologica che, in ultima analisi, metta in discussione l’onnipotenza di Dio e, soprattutto, la sua misericordia»[365]. 312. Ciò ci offre un quadro e un clima che ci impediscono di sviluppare una fredda morale da scrivania quando parliamo dei temi più delicati, e ci colloca piuttosto nel contesto di un discernimento pastorale carico di amore misericordioso, che è sempre incline a comprendere, a perdonare, ad accompagnare, ad aspettare e, soprattutto, a integrare. Questa è la logica che deve predominare nella Chiesa, per «realizzare l’esperienza dell’apertura del cuore a quanti vivono nelle periferie esistenziali più contraddittorie»[366]. Invito i fedeli che vivono situazioni complesse ad accostarsi con fiducia al dialogo con i loro pastori o con i laici che vivono dediti al Signore. Non sempre troverai in essi una conferma delle tue idee o dei tuoi desideri, ma sicuramente riceverai una luce che ti permetterà di comprendere meglio ciò che ti sta accadendo e potrai scoprire un percorso di maturazione personale. E invito i pastori ad ascoltarsi con affetto e serenità, con il desiderio sincero di entrare nel vivo del dramma delle persone e di comprendere il loro punto di vista, per aiutarle a vivere meglio e a riconoscere il proprio posto nella Chiesa. Capitolo Nono SPIRITUALITÀ MATRIMONIO E FAMIGLIA 313. La carità assume sfumature diverse, a seconda dello stato di vita al quale ciascuno è stato chiamato. Diversi decenni fa, quando il Concilio Vaticano II si riferì all’apostolato dei laici, mise in risalto la spiritualità che scaturisce dalla vita familiare. Affermava che la spiritualità dei laici «deve assumere caratteristiche peculiari dovute allo stato matrimoniale e familiare»[367] e che le preoccupazioni familiari non devono essere qualcosa di estraneo «al loro stile di vita spirituale»[368]. Vale allora la pena soffermarsi brevemente a descrivere alcune note fondamentali di questa specifica spiritualità che si sviluppa nel dinamismo delle relazioni della vita familiare. Spiritualità della comunione soprannaturale 314. Abbiamo sempre parlato dell’inabitazione divina nel cuore della persona che vive in grazia. Anche oggi possiamo dire che la Trinità è presente nel tempio della comunione coniugale. Come dimora nella lode del suo popolo (cfr Sal 22,4), vive intimamente nell’amore coniugale che gli dà gloria. 315. La presenza del Signore abita nella famiglia reale e concreta, con tutte le sue sofferenze, fatiche, gioie e tentativi ogni giorno. Quando si vive in famiglia è difficile fingere e mentire, non possiamo mostrare una maschera. Se l’amore anima quella autenticità, lì il Signore regna con la sua gioia e la sua pace. La spiritualità dell’amore familiare è fatta di mille gesti veri e concreti. In quella varietà di doni e di incontri che matura la comunione, Dio ha la sua dimora. Questa dedizione associa «sia l’umano che il divino»[369], perché è piena dell’amore di Dio. In breve, la spiritualità coniugale è una spiritualità del legame abitato dall’amore divino. 316. Una comunione familiare ben vissuta è un vero cammino di santificazione nella vita ordinaria e di crescita mistica, mezzo di intima unione con Dio. Perché le esigenze fraterne e comunitarie della vita familiare sono occasione per aprire sempre di più il cuore, e ciò rende possibile un incontro sempre più pieno con il Signore. La Parola di Dio dice che «chi odia suo fratello è nelle tenebre» (1 Gv 2,11), «rimane nella morte» (1 Gv 3,14) e «non ha conosciuto Dio» (1 Gv 4,8). Il mio predecessore Benedetto XVI ha detto che «chiudere gli occhi al prossimo ci rende anche ciechi davanti a Dio»[370], e che l’amore è, in definitiva, l’unica luce che «illumina costantemente un mondo oscuro»[371]. Solo «se ci amiamo gli uni gli altri, Dio rimane in noi e il suo amore ha raggiunto in noi la sua pienezza» (1 Gv 4,12). Poiché «la persona umana possiede una dimensione sociale innata e strutturale»[372], e «la prima e originaria espressione della dimensione sociale della persona è il matrimonio e la famiglia»[373], la spiritualità si incarna nella comunione familiare. Pertanto, coloro che hanno profondi desideri spirituali non devono sentire che la famiglia allontana dalla crescita nella vita dello Spirito, ma che è una via che il Signore utilizza per condurli all’altezza dell’unione mistica. Insieme in preghiera alla luce della Pasqua 317. Se la famiglia riesce a focalizzarsi su Cristo, egli unifica e illumina tutta la vita familiare. Il dolore e l’angoscia si sperimentano nella comunione con la croce del Signore, e abbracciarlo ci permette di sopportare i momenti peggiori. Nei giorni amari della famiglia c’è l’unione con Gesù abbandonato che può evitare la rottura. Le famiglie raggiungono poco a poco, «con la grazia dello Spirito Santo, la santità attraverso la vita matrimoniale, partecipando anche al mistero della croce di Cristo, che trasforma le difficoltà e le sofferenze in offerta di amore»[374]. D’altra parte, i momenti di gioia, di riposo o di festa, e anche la sessualità, sono vissuti come partecipazione alla vita piena della sua risurrezione. I coniugi compongono con diversi gesti quotidiani quello «spazio teologale in cui si può sperimentare la presenza mistica del Signore risorto»[375]. 318. La preghiera familiare è un mezzo privilegiato per esprimere e rafforzare questa fede pasquale[376]. Puoi trovare qualche minuto ogni giorno per essere unito prima del Signore vivente, raccontagli le cose che lo riguardano, prega per le necessità familiari, prega per qualcuno che sta attraversando un momento difficile, chiedigli aiuto per amare, ringrazialo per la vita e per le cose buone, chiedi alla Vergine che lo protegga con il suo manto materno. Con parole semplici, quel momento di preghiera può fare tanto bene alla famiglia. Le diverse espressioni della pietà popolare costituiscono un tesoro di spiritualità per tante famiglie. Il cammino comunitario di preghiera raggiunge il suo culmine nella partecipazione comune all’Eucaristia, soprattutto nel mezzo del riposo domenicale. Gesù bussa alla porta della famiglia per condividere con loro il pasto eucaristico (cfr Ap 3,20). Lì gli sposi potranno sempre suggellare l’Alleanza pasquale che li ha uniti e che riflette l’Alleanza che Dio ha sigillato con l’umanità sulla CROCE[377]. L’Eucaristia è il sacramento della nuova Alleanza, dove si attualizza l’azione redentrice di Cristo (cfr Lc 22,20). Si rilevano così gli intimi legami che esistono tra la vita coniugale e l’Eucaristia[378]. Il cibo dell’Eucaristia è forza e incoraggiamento a vivere ogni giorno l’alleanza coniugale come «chiesa domestica»[379]. Spiritualità dell’amore esclusivo e libero 319. Nel matrimonio si sperimenta anche il senso di appartenenza totale ad una sola persona. I coniugi accettano la sfida e il desiderio di invecchiare e logorarsi insieme e riflettere così la fedeltà di Dio. Questa ferma decisione, che segna uno stile di vita, è un «esigenza interiore del patto d’amore coniugale»[380], perché «chi non si decide ad amare per sempre, difficilmente potrà amare veramente un solo giorno»[381]. Ma questo non avrebbe alcun significato spirituale se fosse soltanto una legge vissuta con rassegnazione. È un’appartenenza del cuore, dove solo Dio vede (cfr Mt 5,28). Ogni mattina, quando ti alzi, prendi di nuovo questa decisione di fedeltà davanti a Dio, qualunque cosa accada durante la giornata. E ciascuno, quando va a dormire, spera di alzarsi per continuare quest’avventura, confidando nell’aiuto del Signore. Ciascuno dei coniugi, così, è per l’altro segno e strumento della vicinanza del Signore, che non lascia soli: «Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Mt 28,20). 320. C’è un punto in cui l’amore della coppia raggiunge la sua più grande liberazione e diventa uno spazio di sana autonomia: quando ciascuno scopre che l’altro non è suo, ma ha un proprietario molto più importante, il suo unico Signore. Nessun altro può pretendere di impossessarsi dell’intimità più personale e segreta della persona amata e solo lui o lei può occupare il centro della sua vita. Allo stesso tempo, il principio del realismo spirituale significa che il coniuge non si aspetta più che l’altro soddisfi completamente i suoi bisogni. È necessario che il cammino spirituale di ciascuno – come giustamente indicava Dietrich Bonhoeffer – lo aiuti a «disillusi» nei confronti dell’altro[382], a smettere di aspettarsi da lui ciò che è solo proprio dell’amore di Dio. Ciò richiede uno espropriazione interna. Lo spazio L’esclusività che ciascuno dei coniugi riserva al rapporto solitario con Dio, non solo permette di sanare le ferite della convivenza, ma permette anche di ritrovare il senso della propria esistenza nell’amore di Dio. Occorre invocare ogni giorno l’azione dello Spirito affinché questa libertà interiore sia possibile. Spiritualità della cura, della consolazione e dell’incoraggiamento 321. «I coniugi cristiani sono reciprocamente, per se stessi, per i figli e per gli altri familiari, cooperatori della grazia e testimoni della fede»[383]. Dio li chiama a generare e a prendersi cura. Per questo la famiglia «è sempre stata l’“ospedale” più vicino»[384]. Curiamoci, conteniamoci e stimoliamoci a vicenda, e viviamolo come parte della nostra spiritualità familiare. La vita di coppia è partecipazione all’opera feconda di Dio, e ciascuno è per l’altro una permanente provocazione dello Spirito. L’amore di Dio si esprime «attraverso le parole vive e concrete con cui l’uomo e la donna dichiarano il loro amore coniugale»[385]. Così, i due sono riflessi dell’amore divino che consola con la parola, lo sguardo, l’aiuto, la carezza, l’abbraccio. Per questo «voler formare una famiglia è osare di far parte del sogno di Dio, è osare sognare con Lui, è osare costruire con Lui, è osare giocare con Lui questa storia di costruire un mondo dove nessuno si senta solo»[386]. 322. Tutta la vita della famiglia è una «pastoralità» misericordiosa. Ognuno, con cura, dipinge e scrive nella vita dall’altro: «Tu sei la nostra lettera, scritta nei nostri cuori […] non con inchiostro, ma con lo Spirito del Dio vivente» (2 Cor 3,2-3). Ognuno è un «pescatore di uomini» (Lc 5,10) che, nel nome di Gesù, «getta le reti» (cfr Lc 5,5) sugli altri, oppure un agricoltore che lavora quella terra fresca che sono i suoi cari, stimolando in loro il meglio. La fecondità coniugale implica promuovere, perché «amare un essere è aspettarsi da lui qualcosa di indefinibile e imprevedibile; ed è, allo stesso tempo, fornirgli in qualche modo i mezzi per rispondere a questa attesa»[387]. Questo è un culto di Dio, perché è Lui che ha piantato negli altri tante cose buone aspettando che noi le facciamo crescere. 323. È una profonda esperienza spirituale contemplare ciascuna persona cara con gli occhi di Dio e riconoscere Cristo in lui. Ciò esige una disponibilità gratuita che permetta di valorizzare la loro dignità. Puoi essere pienamente presente davanti all’altro se ti doni “solo perché”, dimenticando tutto ciò che ti circonda. La persona amata merita tutta l’attenzione. Gesù è stato modello perché, quando qualcuno si avvicinava per parlargli, fermava lo sguardo, guardava con amore (cfr Mc 10,21). Nessuno si sentiva trascurato in sua presenza, poiché le sue parole e i suoi gesti erano espressione di questa domanda: “Che cosa vuoi che io faccia per te?” (Mc 10,51). Ciò viene sperimentato nel mezzo della vita quotidiana della famiglia. Lì ricordiamo che la persona che vive con noi merita tutto, poiché ha una dignità infinita di esserne oggetto amore immenso del Padre. Emerge così la tenerezza, capace di «risvegliare nell’altro la gioia di sentirsi amato». Essa si esprime, in particolare, rivolgendosi con squisita attenzione ai limiti dell’altro, soprattutto quando essi si presentano in modo evidente»[388]. 324. Sotto l’impulso dello Spirito, il nucleo familiare non solo accoglie la vita generandola nel proprio seno, ma si apre, esce da se stesso per riversare la sua bontà sugli altri, per prendersi cura di loro e ricercare la loro felicità. Questa apertura si esprime particolarmente nell’ospitalità[389], incoraggiata dalla Parola di Dio in modo suggestivo modo: «non dimenticate l’ospitalità: per mezzo di essa alcuni, senza saperlo, ospitavano gli angeli» (Eb 13,2). Quando la famiglia accoglie e si rivolge agli altri, soprattutto ai poveri e agli abbandonati, essa è «simbolo, testimonianza e partecipazione alla maternità della Chiesa»[390]. spiritualità, essendo allo stesso tempo Chiesa domestica e cellula vitale per trasformare il mondo[391]. * * * 325. Le parole del Maestro (cfr Mt 22,30) e quelle di san Paolo (cfr 1 Cor 7,29-31) sul matrimonio si inseriscono – non a caso – nella dimensione ultima e definitiva della nostra esistenza, che dobbiamo recuperare. Perché, come ricordiamo più volte in questa Esortazione, nessuna famiglia è una realtà celeste creata una volta per tutte, ma richiede una progressiva maturazione della sua capacità di amare. C’è una chiamata costante che viene dalla piena comunione della Trinità, dalla preziosa unione tra Cristo e la sua Chiesa, da quella bella comunità che è la famiglia di Nazaret e dalla fraternità immacolata che esiste tra i santi in cielo. Ma, inoltre, contemplare la pienezza che non abbiamo ancora raggiunto ci permette di relativizzare il cammino storico che stiamo facendo come famiglie, di smettere di esigere dai rapporti interpersonali la perfezione, una purezza di intenzioni e una coerenza che possiamo trovare solo nel Regno definitivo. Ci impedisce anche di giudicare duramente chi vive in condizioni di grande fragilità. Tutti siamo chiamati a mantenere viva la tensione verso il superamento di noi stessi e dei nostri limiti, e ogni famiglia deve vivere in questo costante stimolo. Camminiamo famiglie, continuiamo a camminare. Ciò che ci viene promesso è sempre di più. Non disperiamo per i nostri limiti, ma non rinunciamo a cercare la pienezza dell’amore e della comunione che ci è stata promessa. del Vangelo e le piccole chiese domestiche. Santa Famiglia di Nazareth, non si verifichino mai più episodi di violenza, di chiusura e di divisione nelle famiglie; Chiunque è stato ferito o scandalizzato sia presto consolato e guarito. Santa Famiglia di Nazaret, rendi tutti consapevoli del carattere sacro e inviolabile della famiglia, della sua bellezza nel disegno di Dio. Gesù, Maria e Giuseppe, ascoltate, accogliete la nostra supplica. Amen. Dato a Roma, insieme a San Pietro, nel Giubileo straordinario della Misericordia, il 19 marzo, Solennità di San Giuseppe, dell’anno 2016, quarto del mio Pontificato. Francesco (22 settembre 2015): L’Osservatore Romano, ed. settimanale in lingua spagnola, 25 settembre 2015, p. 12. [5] Jorge Luis Borges, «Via sconosciuta», in Fervor de Buenos Aires, Buenos Aires 2011, 23. [6] Omelia nell’Eucaristia celebrata a Puebla de los Ángeles (28 gennaio 1979), 2: AAS 71 (1979), 184. [7] Cfr. ibid. [8] Giovanni Paolo II, Esort. ap. Familiaris consortio (22 novembre 1981), 4: AAS 74 (1982), 84. [9] Relatio synodi 2014, 5. [10] Conferenza Episcopale Spagnola, Matrimonio e famiglia (6 luglio 1979), 3.16.23. [11] Relazione finale 2015, 5. [12] Relatio synodi 2014, 5. [13] Relazione finale 2015, 8. [14] Discorso al Congresso degli Stati Uniti d’America (24 settembre 2015): L’Osservatore Romano, ed. settimanale in lingua spagnola, 25 settembre 2015, p. 18. [15] Final Relatio 2015, 29. [16] Relatio synodi 2014, 10. [17] III Assemblea Generale Straordinaria del Sinodo dei Vescovi, Messaggio (18 ottobre 2014). [18] Relatio synodi 2014, 10. [19] Relatio final 2015, 7. [20] Ibid., 63. [21] Conferenza dei Vescovi cattolici di Corea, Verso una cultura della vita! (15 marzo 2007). [22] Relatio synodi 2014, 6. [23] Pontificio Consiglio per la Famiglia, Carta dei diritti della famiglia (22 ottobre 1983), art. 11. [24] Cfr. Rapporto finale 2015, 11-12. [25] Pontificio Consiglio per la Famiglia, Carta dei diritti della famiglia (22 ottobre 1983), Intr. [26] Ibid., 9. [27] Relatio final 2015, 14. [28] Relatio synodi 2014, 8. [29] Cfr. Relatio final 2015, 78. [30] Relatio sinodi 2014, 8. [31] Rapporto finale 2015, 23; cfr. Messaggio per la Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato 2016 (12 settembre 2015): L’Osservatore Romano, ed. settimanale in lingua spagnola, 2 ottobre 2015, p. 22-23. [32] Ibid., 24. [33] Ibid., 21. [34] Ibid., 17. [35] Ibid., 20. [36] Cfr. ibid., 15. [37] Discorso di chiusura della XIV Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi (24 ottobre 2015): L’Osservatore Romano, ed. settimanale in lingua spagnola, 30 ottobre 2015, p. 4. [38] Conferenza Episcopale Argentina, Salpa nel mare profondo (31 maggio 2003), 42. [39] Conferenza dell’Episcopato Messicano, Che in Cristo nostra pace il Messico abbia una vita dignitosa (15 febbraio 2009), 67. [40] Relazione finale 2015, 25. [41] Ibid., 10. [42] Catechesi (22 aprile 2015): L’Osservatore Romano, ed. settimanale in lingua spagnola, 24 aprile 2015, p. 12. [43] Catechesi (29 aprile 2015): L’Osservatore Romano, ed. settimanale in lingua spagnola, 1 maggio 2015, p. 12. [44] Relatio final 2015, 28. [45] Ibid., 8. [46] Ibid., 58. [47] Ibid., 33. [48] Relatio synodi 2014, 11. [49] Conferenza Episcopale della Colombia, In tempi difficili, nuovi colombiani (13 febbraio 2003), 3. [50] Esortare. ap. Evangelii gaudium (24 novembre 2013), 35: AAS 105 (2013), 1034. [51] Ibid., 164: AAS 105 (2013), 1088. [52] Ibid. [53] Ibid., 165: AAS 105 (2013), 1089. [54] Relatio synodi 2014, 12. [55] Ibid., 14. [56] Ibid., 16. [57] Relazione finale 2015, 41. [58] Ibid., 38. [59] Relatio synodi 2014, 17. [60] Relazione final 2015, 43. [61] Relatio synodi 2014, 18. [62] Ibid., 19. [63] Relatio final 2015, 38. [64] Giovanni Paolo II, Esort. ap. Familiaris consortio (22 novembre 1981), 13: AAS 74 (1982), 94. [65] Relatio synodi 2014, 21. [66] Catechismo della Chiesa Cattolica, 1642. [67] Ibid. [68] Catechesi (6 maggio 2015): L’Osservatore Romano, ed. settimanale in lingua spagnola, 8 maggio 2015, p. 16. [69] Leone Magno, Epistula Rustico narbonensi episcopo, inquis. IV: PL54, 1205A; cfr. Incmaro di Reims, Epist. 22: PL 126, 142. [70] Cfr. Pio XII, Lettera enc. Mystici Corporis Christi (29 giugno 1943): AAS35 (1943), 202: «Matrimonio enim quo coniuges sibiinvicem sunt ministri gratiae…»: [71] cfr. Codice di Diritto Canonico, cc. 1116. 1161-1165; Codice dei Canoni delle Chiese Orientali, cc. 832. 848-852. [72] Ibid., c. 1055 § 2. [73] Relatio synodi 2014, 23. [74] Giovanni Paolo II, Esort. ap. Familiaris consortio (22 novembre 1981), 9: AAS 74 (1982), 90. [75] Rapporto finale 2015, 47. [76] Ibid. [77] Cfr. Omelia alla Santa Messa di chiusura dell’VIII Incontro Mondiale delle Famiglie a Filadelfia (27 settembre 2015): L’Osservatore Romano, ed. settimanale in lingua spagnola, 2 ottobre 2015, p. 20. [78] Rapporto finale 2015, 53-54. [79] Ibid., 51. [80] Secondo Iva. Ecum. Conc., Cost. passato Gaudium et spes, sulla Chiesa nel mondo d’oggi, 48. [81] cfr. Codice di diritto canonico, c. 1055 § 1: «Ad bonum coniugum atque ad prolis generationem et educationem ordinatum». [82] Catechismo della Chiesa Cattolica, 2360. [83] Ibid., 1654. [84] Secondo Iva. Ecum. Conc., Cost. passato Gaudium et spes, sulla Chiesa nel mondo oggi, 48. [85] Catechismo della Chiesa Cattolica, 2366. [86] Cfr. Paolo VI, Lettera enc. Humanae vitae (25 luglio 1968), 11-12: AAS 60 (1968), 488-489. [87] Catechismo della Chiesa Cattolica, 2378. [88] Congregazione per la Dottrina della Fede, Istruzione Donum vitae (22 febbraio 1987), II, 8: AAS 80 (1988), 97. [89] Relatio final 2015, 63. [90] Relatio synodi 2014, 57. [91] Ibid., 58. [92] Ibid., 57. [93] Relatio final 2015, 64. [94] Relatio synodi 2014, 60. [95] Ibid., 61. [96] Codice di diritto canonico, c. 1136; cfr. Codice dei Canoni delle Chiese Orientali, c. 627. [97] Pontificio Consiglio per la Famiglia, La sessualità umana: verità e significato (8 dicembre 1995), 23. [98] Catechesi (20 maggio 2015): L’Osservatore Romano, ed. settimanale in lingua spagnola, 22 maggio 2015, p. 16. [99] Cfr. Giovanni Paolo II, Esortazione. ap. Familiaris consortio (22 novembre 1981), 38: AAS 74 (1982), 129. [100] Cfr. Discorso all’Assemblea Diocesana di Roma (14 giugno 2015): L’Osservatore Romano, ed. settimanale in lingua spagnola, 19 giugno 2015, p. 6. [101] Relatio synodi 2014, 23. [102] Relazione finale 2015, 52. [103] Ibid., 49-50. [104] Catechismo della Chiesa Cattolica, 1641. [105] Cfr. Benedetto XVI, Enc. Lettera. Deus caritas est (25 dicembre 2005), 2: AAS98 (2006), 218. [106] Esercizi spirituali, La contemplazione per raggiungere l’amore, 230. [107] Octavio Paz, La doppia fiamma, Barcellona 1993, 35. [108] Tommaso d’Aquino, Summa Theologiae II-II, q. 114, a. 2, ad 1. [109] Catechesi (13 maggio 2015): L’Osservatore Romano, ed. settimanale in lingua spagnola, 15 maggio 2015, p. 9. [110] Summa TheologiaeII-II, q. 27, a. 1, ad 2. [111] Ibid., II-II, q. 27, a. 1. [112] Catechesi (13 maggio 2015): L’Osservatore Romano, ed. settimanale in lingua spagnola, 15 maggio 2015, p. 9. [113] Giovanni Paolo II, Esort. ap. Familiaris consortio (22 novembre 1981), 21: AAS 74 (1982), 106. [114] Sermone nella chiesa battista di Dexter Avenue, Montgomery, Alabama, 17 novembre 1957. [115] San Tommaso d’Aquino intende l’amore come «vis unitiva» (Summa Theologiae I, a. 20, 1, ad 3), riprendendo una espressione di Dionisio Sal. Areopagite (De divinis nominibus, 4, 12: PG, 709). [116] Tommaso d’Aquino, Summa Theologiae II-II, q. 27, a. 2. [117] Lettera inc. Casti connubii (31 dicembre 1930): AAS 22 (1930), 547-548. [118] Giovanni Paolo II, Esort. ap. Familiaris consortio (22 novembre 1981), 13: AAS 74 (1982), 94. [119] Catechesi (2 aprile 2014): L’Osservatore Romano, ed. settimanale in lingua spagnola, 4 aprile 2014, p. 16. [120] Ibid. [121] Giovanni Paolo II, Esort. ap. Familiaris consortio (22 novembre 1981), 9: AAS 74 (1982), 90. [122] Tommaso d’Aquino, Summa contra Gentiles, III, 123; cfr. Aristotele, Etica Nicomachea, 8, 12 (ed. Bywater, Oxford 1984), 174. [123] Lettera enc. Lumen fidei (29 giugno 2013), 52: AAS 105 (2013), 590. [124] De sacramento matrimonii, 1, 2: in Id., Disputationes, III, 5, 3 (ed. Giuliano, Napoli 1858), 778. [125] Secondo Vat. Ecum. Conc., Cost. passato Gaudium et spes, sulla Chiesa nel mondo oggi, 50. [126] Ibid., 49. [127] Cfr. Summa Theologiae I-II, q. 31, a. 3, ad 3. [128] Concilio Ecumenico Vaticano II, Cost. past Gaudium et spes, sulla Chiesa nel mondo moderno, 48. [129] cfr. Summa Theologiae I-II, q. 26, a. 3. [130] Ibid., q. 110, a. 1. [131] Confessioni, 8, 3, 7: PL 32, 752. [132] Discorso alle famiglie del mondo in occasione del pellegrinaggio a Roma nell’Anno della fede (26 ottobre 2013): AAS (2013), 980. [133] Angelus (29 dicembre 2013): L’Osservatore Romano, ed. settimanale in lingua spagnola, 3 gennaio 2014, p. 2. [134] Discorso alle famiglie del mondo in occasione del pellegrinaggio a Roma nell’Anno della fede (26 ottobre 2013): AAS (2013), 978. [135] Summa TheologiaeII-II, q. 24, a. 7. [136] Concilio Ecumenico Vaticano II, Cost. in passato Gaudium et spes, sulla Chiesa nel mondo d’oggi, 48. [137] Conferenza Episcopale del Cile, Vita e famiglia: doni di Dio per ciascuno di noi (21 ottobre 2014). [138] Cost. passato Gaudium et spes, sulla Chiesa nel mondo oggi, 49. [139] A. Sertillanges, L’amour chrétien, Paris 1920, 174. [140] Cfr. Tommaso d’Aquino, Summa Theologiae I-II, q. 24, a. 1. [141] Cfr. ibid., q. 59, a. 5. [142] All. lettera. Deus caritas est (25 dicembre 2005), 3: AAS 98 (2006), 219-220. [143] Ibidem, 4: AAS 98 (2006), 220. [144] Cfr. Tommaso d’Aquino, Summa Theologiae I-II, q. 32, a. 7. [145] Cfr. ibid., II-II, q. 153, a. 2, ad 2: «Abundantia delectationis quae est in actu venereo secundum rationem ordinato, noncontratur medio virtutis» . [146] Giovanni Paolo II, Catechesi (22 ottobre 1980), 5: L’Osservatore Romano, ed. settimanale in lingua spagnola, 26 ottobre 1980, p. 3. [147] Ibid., 3. [148] Id., Catechesi (24 settembre 1980), 4: L’Osservatore Romano, ed. settimanale in lingua spagnola, 28 settembre 1980, p. 3. [149] Catechesi (12 novembre 1980), 2: L’Osservatore Romano, ed. settimanale in lingua spagnola, 16 novembre 1980, p. 3. [150] Ibid., 4. [151] Ibid., 5. [152] Ibid., 1: L’Osservatore Romano, ed. settimanale in lingua spagnola, 16 novembre 1980, p. 3. [153] Id., Catechesi (16 gennaio 1980), 1: L’Osservatore Romano, ed. settimanale in lingua spagnola, 20 gennaio 1980, p. 3. [154] Josef Pieper, Über die Liebe, Monaco 2014, 174-175. [155] Giovanni Paolo II, Lettera Enc. Evangelium vitae (25 marzo 1995), 23: AAS87 (1995), 427. [156] Paolo VI, Lettera Enc. Humanae vitae (25 luglio 1968), 13: AAS 60 (1968), 489. [157] Secondo Vat. Ecum. Conc., Cost. passato Gaudium et spes, sulla Chiesa nel mondo d’oggi, 49. [158] Catechesi (18 giugno 1980), 5: L’Osservatore Romano, ed. settimanale in lingua spagnola, 22 giugno 1980, p. 3. [159] Ibidem, 6. [160] Cfr. Catechesi (30 luglio 1980), 1: L’Osservatore Romano, ed. settimanale in lingua spagnola, 3 agosto 1980, p. 3. [161] Catechesi (8 aprile 1981), 3: L’Osservatore Romano, ed. settimanale in lingua spagnola, 12 aprile 1981, pag. 3. [162] Catechesi (11 agosto 1982), 4: L’Osservatore Romano, ed. settimanale in lingua spagnola, 15 agosto 1982, p. 3. [163] Lettera inc. Deus caritas est (25 dicembre 2005), 5: AAS 98 (2006), 221. [164] Ibid., 7: AAS 98 (2006), 224. [165] Relazione finale 2015, 22. [166] Catechesi (14 aprile 1982), 1: L’Osservatore Romano, ed. settimanale in lingua spagnola, 18 aprile 1982, p. 3. [167] Glossa in quatuor libros sententiarum Petri Lombardi, 4, 26, 2 (Quaracchi 1957, 446). [168] Giovanni Paolo II, Catechesi (7 aprile 1982), 2: L’Osservatore Romano, ed. settimanale in lingua spagnola, 11 aprile 1982, p. 3. [169] Id., Catechesi (14 aprile 1982), 3: L’Osservatore Romano, ed. settimanale in lingua spagnola, 18 aprile 1982, p. 3. [170] Ibid. [171] Id., Lettera inc. Redemptor hominis (4 marzo 1979), 10: AAS 71 (1979), 274. [172] Cfr. Tommaso d’Aquino, Summa Theologiae II-II, q. 27, a. 1. [173] Pontificio Consiglio per la Famiglia, Famiglia, matrimonio e unioni di fatto (26 luglio 2000), 40. [174] Giovanni Paolo II, Catechesi (31 ottobre 1984), 6: L’Osservatore Romano, ed. settimanale in lingua spagnola, 4 novembre 1984, p. 3. [175] Benedetto XVI, Lettera Enc. Deus caritas est (25 dicembre 2005), 8: AAS 98 (2006), 224. [176] Giovanni Paolo II, Esort. ap. Familiaris consortio (22 novembre 1981), 14: AAS 74 (1982), 96. [177] Catechesi (11 febbraio 2015): L’Osservatore Romano, ed. settimanale in lingua spagnola, 13 febbraio 2015, p. 12. [178] Ibidem. [179] Catechesi (8 aprile 2015): L’Osservatore Romano, ed. settimanale in lingua spagnola, 10 aprile 2015, p. 16. [180] Ibid. [181] Cfr. IVA Ecum. Concilio II, Cost. oltre Gaudium et spes, sulla Chiesa nel mondo d’oggi, 51: «Sia chiaro a tutti che la vita degli uomini e il compito di trasmetterla non si limita solo a questo mondo e non può essere misurata o compresa solo da esso, ma guarda sempre al destino eterno degli uomini». [182] Giovanni Paolo II, Lettera al Segretario generale della Conferenza internazionale dell’Organizzazione delle Nazioni Unite sulla popolazione e lo sviluppo (18 marzo 1994): L’Osservatore Romano, ed. settimanale in lingua spagnola, 8 aprile 1994, p. 11. [183] Id., Catechesi (12 marzo 1980), 3: L’Osservatore Romano, ed. settimanale in lingua spagnola, 16 marzo 1980, p. 3. [184] Ibid. [185] Discorso all’Incontro con le famiglie a Manila (16 gennaio 2015): AAS 107 (2015), 176. [186] Catechesi (11 febbraio 2015): L’Osservatore Romano, ed. settimanale in lingua spagnola, 13 febbraio 2015, p. 12. [187] Catechesi (14 ottobre 2015): L’Osservatore Romano, ed. settimanale in lingua spagnola, 16 ottobre 2015, p. 12. [188] Conferenza Episcopale Australiana, Lettera passata. Non si scherza con il matrimonio (24 novembre 2015), 13. [189] Seconda Iva. Ecum. Conc., Cost. passato Gaudium et spes, sulla Chiesa nel mondo d’oggi, 50. [190] Giovanni Paolo II, Catechesi (12 marzo 1980), 2: L’Osservatore Romano, ed. settimanale in lingua spagnola, 16 marzo 1980, p. 3. [191] Cfr. Id., Lettera ap. Mulieris dignitatem (15 agosto 1988), 30-31: AAS 80 (1988), 1726-1729. [192] Catechesi (7 gennaio 2015): L’Osservatore Romano, ed. settimanale in lingua spagnola, 9 gennaio 2015, p. 16. [193] Ibid. [194] Catechesi (28 gennaio 2015): L’Osservatore Romano, ed. settimanale in lingua spagnola, 30 gennaio 2015, p. 16. [195] Ibid. [196] Cfr. Relazione finale 2015, 28. [197] Catechesi (4 febbraio 2015): L’Osservatore Romano, ed. settimanale in lingua spagnola, 6 febbraio 2015, p. 16. [198] Ibid. [199] Concilio Ecumenico Vaticano II, Cost. passato Gaudium et spes, sulla Chiesa nel mondo d’oggi, 50. [200] V Conferenza generale dell’Episcopato latinoamericano e dei Caraibi, Documento di Aparecida (29 giugno 2007), 457. [201] Relazione finale 2015, 65. [202] Ibid. [203] Discorso all’Incontro con le famiglie a Manila (16 gennaio 2015): AAS 107 (2015), 178. [204] Mario Benedetti, «Ti amo», in Poesie altrui, Buenos Aires 1993, 316. [205] Cfr. Catechesi (16 settembre 2015): L’Osservatore Romano, ed. settimanale in lingua spagnola, 18 settembre 2015, p. 6. [206] Catechesi (7 ottobre 2015): L’Osservatore Romano, ed. settimanale in lingua spagnola, 9 ottobre 2015, p. 2. [207] Benedetto XVI, Lettera Enc. Deus caritas est (25 dicembre 2005), 14: AAS 98 (2006), 228. [208] Cfr. Relazione finale 2015, 11. [209] Catechesi (18 marzo 2015): L’Osservatore Romano, ed. settimanale in lingua spagnola, 20 marzo 2015, p. 12. [210] Catechesi (11 febbraio 2015): L’Osservatore Romano, ed. settimanale in lingua Spagnolo, 13 febbraio 2015, p. 12. [211] Cfr. Rapporto finale 2015, 17-18. [212] Catechesi (4 marzo 2015): L’Osservatore Romano, ed. settimanale in lingua spagnola, 6 marzo 2015, p. 12. [213] Catechesi (11 marzo 2015): L’Osservatore Romano, ed. settimanale in lingua spagnola, 13 marzo 2015, p.16. [214] Esortare. ap. Familiaris consortio (22 novembre 1981), 27: AAS 74 (1982), 113. [215]Giovanni Paolo II, Discorso ai partecipanti al «Forum internazionale sulla terza età» (5 settembre 1980), 5: L’Osservatore Romano, ed. settimanale in lingua spagnola, 19 ottobre 1980, p. 16. [216] Relazione finale 2015, 18. [217] Catechesi (4 marzo 2015): L’Osservatore Romano, ed. settimanale in lingua spagnola, 6 marzo 2015, p. 12. [218] Ibid. [219] Discorso all’Incontro con gli Anziani (28 settembre 2014): L’Osservatore Romano, ed. settimanale in lingua spagnola, 3 ottobre 2014, p. 6. [220] Catechesi (18 febbraio 2015): L’Osservatore Romano, ed. settimanale in lingua spagnola, 20 febbraio 2015, p. 2. [221] Ibid. [222] Ibid. [223] Giovanni Paolo II, Esort. ap. Familiaris consortio (22 novembre 1981), 18: AAS 74 (1982), 101. [224] Catechesi (7 ottobre 2015): L’Osservatore Romano, ed. settimanale in lingua spagnola, 9 ottobre 2015, p. 2. [225] Relatio synodi 2014, 30. [226] Ibid., 31. [227] Relazione finale 2015, 56. [228] Ibid., 89. [229] Relatio synodi 2014, 32. [230] Ibid., 33. [231] Ibid., 38. [232] Rapporto finale 2015, 77. [233] Ibid., 61. [234] Ibid. [235] Ibid. [236] Ibid. [237] Cfr. Relatio synodi 2014, 26. [238] Ibid., 39. [239] Conferenza Episcopale Italiana. Orientamenti pastorali sulla preparazione al matrimonio e alla famiglia (22 ottobre 2012), 1. [240] Ignazio di Loyola, Esercizi spirituali, annotazione 2. [241] Ibid., annotazione 5. [242] Giovanni Paolo II, Catechesi (27 giugno 1984), 4: L’Osservatore Romano, ed. settimanale in lingua spagnola, 1 luglio 1984, p. 3. [243] Catechesi (21 ottobre 2015): L’Osservatore Romano, ed. settimanale in lingua spagnola, 23 ottobre 2015, p. 16. [244] Conferenza Episcopale del Kenya, Messaggio di Quaresima, 18 febbraio 2015. Pio XI, Lettera Enc. Casti connubii (31 dicembre 1930): AAS 22 (1930), 583. [246] Giovanni Paolo II, Catechesi (4 luglio 1984), 3.6: L’Osservatore Romano, ed. settimanale in lingua spagnola, 8 luglio 1984, p. 3. [247] Relazione finale 2015, 59. [248] Ibid., 63. [249] Concilio Ecumenico Vaticano II, Cost. passata Gaudium et spes, sulla Chiesa nel mondo d’oggi, 50. [250] Relazione finale 2015, 63. [251] Relatio synodi 2014, 40. [252] Ibid., 34. [253] Cantico spirituale, B, 25, 11. [254] Relatio synodi 2014, 44. [255] Relazione finale 2015, 81. [256] Ibid., 78. [257] Catechesi (24 giugno 2015): L’Osservatore Romano, ed. settimanale in lingua spagnola, 26 giugno 2015, p. 16. [258] Giovanni Paolo II, Esort. ap. Familiaris consortio (22 novembre 1981), 83: AAS 74 (1982), 184. [259] Relatio synodi 2014, 47. [260] Ibid., 50. [261] Cfr. Catechesi (5 agosto 2015): L’Osservatore Romano, ed. settimanale in lingua spagnola, 7-14 agosto 2015, p. 2. [262] Relatio synodi 2014, 51; cfr. Rapporto finale 2015, 84. [263] Ibid., 48. [264] Cfr. Motu proprio Mitis Iudex Dominus Iesus (15 agosto 2015): L’Osservatore Romano, 9 settembre 2015, pp. 3-4; Motu proprio Mitis et Misericors Iesus (15 agosto 2015), preambolo, 3, 1: ibid., pp. 5-6. [265] Motu proprio Mitis Iudex Dominus Iesus (15 agosto 2015), preambolo, 3: L’Osservatore Romano, 9 settembre 2015, p. 3. [266] Relatio final 2015, 82. [267] Relatio synodi 2014, 47. [268] Catechesi (20 maggio 2015): L’Osservatore Romano, ed. settimanale in lingua spagnola, 22 maggio 2015, p. 16. [269] Catechesi (24 giugno 2015): L’Osservatore Romano, ed. settimanale in lingua spagnola, 26 giugno 2015, p. 16. [270] Catechesi (5 agosto 2015): L’Osservatore Romano, ed. settimanale in lingua spagnola, 7-14 agosto 2015, p. 2. [271] Rapporto finale 2015, 72. [272] Ibid., 73. [273] Ibid., 74. [274] Ibid., 75. [275] Cfr. Bula Misericordiae vultus (11 aprile 2015), 12: AAS107 (2015), 407. [276] Catechismo della Chiesa Cattolica, 2358; cfr. Rapporto finale 2015, 76. [277] Cfr. Catechismo della Chiesa Cattolica, 2358. [278] Relazione finale 2015, 76; cfr. Congregazione per la Dottrina della Fede, Considerazioni circa i progetti di riconoscimento giuridico delle unioni tra persone omosessuali (3 giugno 2003), 4. [279] Rapporto finale 2015, 80. [280] Cfr. ibid., 20. [281] Catechesi (17 giugno 2015): L’Osservatore Romano, ed. settimanale in lingua spagnola, 19 giugno 2015, p. 16. [282] Relazione finale 2015, 19. [283] Catechesi (17 giugno 2015): L’Osservatore Romano, ed. settimanale in lingua spagnola, 19 giugno 2015, p. 16. [284] Ibid. [285] Cfr. Catechismo della Chiesa Cattolica, 958. [286] Ibid. [287] Cfr. Ultimi colloqui: Il “Quaderno giallo” di Madre Agnese (17 luglio 1897): Opere complete, Burgos 1996, 826. Significativa, a questo proposito, è la testimonianza delle suore del convento sulla promessa di santa Teresa che la sua dipartita da questo mondo sarebbe stata “come una pioggia di rose” (ibid., 9 giugno 991). [288] Giordano di Sassonia, Libellus de principiis Ordinis predicatorum, 93: Monumenta Historica Sancti Patris Nostri Dominici, XVI, Roma 1935, p. 69. [289] Cfr. Catechismo della Chiesa Cattolica, 957. [290] Vat. secondo. Ecum. Conc., Cost. dogma. Lumen gentium, sulla Chiesa, 49. [291] Esortazione. ap. Evangelii gaudium (24 novembre 2013), 222: AAS 105 (2013), 1111. [292] Catechesi (20 maggio 2015): L’Osservatore Romano, ed. settimanale in lingua spagnola, 22 maggio 2015, p. 16. [293] Concilio Ecumenico Vaticano II, Cost. passato Gaudium et spes, sulla Chiesa nel mondo oggi, 17. [294] Catechesi (30 settembre 2015): L’Osservatore Romano, ed. settimanale in lingua spagnola, 2 ottobre 2015, p. 2. [295] Catechesi (10 giugno 2015): L’Osservatore Romano, ed. settimanale in lingua spagnola, 12 giugno 2015, p. 16. [296] Cfr. Relazione finale 2015, 67. [297] Catechesi (20 maggio 2015): L’Osservatore Romano, ed. settimanale in lingua spagnola, 22 maggio 2015, p. 16. [298] Catechesi (9 settembre 2015): L’Osservatore Romano, ed. settimanale in lingua spagnola, 11 settembre 2015, p. 14. [299] Rapporto finale 2015, 68. [300] Ibid., 58. [301] Seconda Iva. Concilio Ecumenico, Dichiarazione Gravissimum educationis, sull’educazione cristiana della gioventù, 1. [302] Rapporto finale 2015, 56. [303] Erich Fromm, The art of Loving, New York 1956, 54. [304] Lettera enc. Laudato siʼ (24 maggio 2015), 155. [305] Catechesi (15 aprile 2015): L’Osservatore Romano, ed. settimanale in lingua spagnola, 17 aprile 2015, p. 2. [306] Cfr. Rapporto finale 2015, 13-14. [307] De sancta virginitate, 7, 7: PL 40, 400. [308] Catechesi (26 agosto 2015): L’Osservatore Romano, ed. settimanale in lingua spagnola, 28 agosto 2015, p. 12. [309] Relatio final 2015, 89. [310] Ibid., 93. [311] Relatio synodi 2014, 24. [312] Ibid., 25. [313] Ibid., 28. [314] Cfr. ibid., 41,43; Final Relatio 2015, 70. [315] Relatio synodi 2014, 27. [316] Ibid., 26. [317] Ibid., 41. [318] Ibid. [319] Rapporto finale 2015, 71. [320] Cfr. ibid. [321] Relatio synodi 2014, 42. [322] Ibid., 43. [323] Esort. ap. Familiaris consortio (22 novembre 1981), 34: AAS 74 (1982), 123. [324] Ibid., 9: AAS 74 (1982), 90. [325] Cfr. Catechesi (24 giugno 2015): L’Osservatore Romano, ed. settimanale in lingua spagnola, 26 giugno 2015, p. 16. [326] Omelia nell’Eucaristia celebrata con i nuovi cardinali (15 febbraio 2015): AAS 107 (215), 257. [327] Relazione finale 2015, 51. [328] Relatio synodi 2014, 25. [329] Giovanni Paolo II, Esort. ap. Familiaris consortio (22 novembre 1981), 84: AAS 74 (1982), 186. In queste situazioni, molti, conoscendo e accettando la possibilità di convivere «fraternamente» che la Chiesa offre loro, sottolineano che la mancanza di alcune espressioni di intimità «spesso può mettere a repentaglio il bene della fedeltà e il bene della prole» (Secondo Vat. Ecum. Conc., Past Const. Gaudium et Spes, sulla Chiesa nel mondo d’oggi, 51). [330] Ibid. [331] Relatio synodi 2014, 26. [332] Ibid., 45. [333] Benedetto XVI, Dialogo con il Papa nella festa delle testimonianze. VII Incontro Mondiale delle Famiglie a Milano (2 giugno 2012): L’Osservatore Romano, ed. settimanale in lingua spagnola, 10 giugno 2012, p. 12. [334] Rapporto finale 2015, 84. [335] Ibid., 51. [336] Nemmeno in relazione alla disciplina sacramentale, poiché il discernimento può riconoscere che in una situazione particolare non c’è colpa grave. Qui vale quanto ho affermato in un altro documento: cfr. Esortare. ap. Evangelii gaudium (24 novembre 2013), 44.47: AAS 105 (2013), 1038.1040. [337] Rapporto finale 2015, 85. [338] Ibid., 86. [339] Giovanni Paolo II, Esort. ap. Familiaris consortio (22 novembre 1981), 33: AAS 74 (1982), 121. [340] Relazione finale 2015, 51. [341] Cfr. Summa Theologiae I-II, q. 65, a. 3, annuncio 2; Cattivo, q. 2, a. 2. [342] Ibid., ad 3. [343] N. 1735. [344] Ibid., 2352; cfr. Congregazione per la Dottrina della Fede, Dichiarazione Iura et bona, op eutanasia (5 maggio 1980), II: AAS 72 (1980), 546. Giovanni Paolo II, criticando la categoria di “opzione fondamentale”, riconosceva che “vi possono indubbiamente esistere situazioni molto complesse e oscure dal punto di vista psicologico, che influiscono sull’imputabilità soggettiva del peccatore”: Esortazione. ap. Reconciliatio et paenitentia (2 dicembre 1984), 17: AAS 77 (1985), 223. [345] Cfr. Pontificio Consiglio per i Testi Legislativi, Dichiarazione sull’ammissibilità dei divorziati risposati alla santa Comunione (24 giugno 2000), 2. [346] Rapporto finale 2015, 85. [347] Summa Theologiae I-II, q. 94, a. 4. [348] In un altro testo, riferendosi alla conoscenza generale della norma e alla conoscenza particolare del discernimento pratico, san Tommaso arriva a dire che «se delle due conoscenze c’è una sola, è preferibile che questa sia la conoscenza della realtà particolare che più si avvicina all’agire»: Tommaso d’Aquino, Sententia libri Ethicorum, VI, 6 (ed. Leonina, vol. XLVII, 354). [349] Discorso di chiusura della XIV Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi (24 ottobre 2015): L’Osservatore Romano, ed. settimanale in lingua spagnola, 30 ottobre 2015, p. 4. [350] Alla ricerca di un’etica universale: un nuovo sguardo sulla legge naturale (2009), 59. [351] In certi casi, potrebbe anche essere l’aiuto dei sacramenti. Per questo «ricordo ai sacerdoti che il confessionale non deve essere una stanza di tortura, ma piuttosto il luogo della misericordia del Signore»: Esortare. ap. Evangelii gaudium (24 novembre 2013), 44: AAS 105 (2013), 1038. Sottolineo inoltre che l’Eucaristia «non è un premio per i perfetti, ma un rimedio generoso e un alimento per i deboli» (ibid, 47: 1039). [352] Esortare. ap. Evangelii gaudium (24 novembre 2013), 44: AAS 105 (2013), 1038-1039. [353] De catechizandis rudibus, 1, 14, 22: PL 40, 327; cfr. Esortare. ap. Evangelii gaudium (24 novembre 2013), 193: AAS 105 (2013), 1101. [354] Relatio synodi 2014, 26. [355] Esortazione. ap. Evangelii gaudium (24 novembre 2013), 44: AAS 105 (2013), 1038. [356] Ibid., 45: AAS 105 (2013), 1039. [357] Ibid., 270: AAS 105 (2013), 1128. [358] Bolla Misericordiae vultus (11 aprile 2015), 12: AAS 107 (2015), 407. [359] Ibid., 5: 402. [360] Ibid., 9: 405. [361] Ibid., 10: 406. [362] Esort. ap. Evangelii gaudium (24 novembre 2013), 47: AAS 105 (2013), 1040. [363] Cfr. ibid., 36-37: AAS 105 (2013), 1035. [364] Forse per scrupolo, nascosto dietro un grande desiderio di fedeltà alla verità, alcuni sacerdoti esigono dai penitenti un proposito di emendamento senza ombra alcuna, con il quale la misericordia scompare sotto la ricerca di una presunta giustizia pura. Per questo vale la pena ricordare l’insegnamento di san Giovanni Paolo II, il quale affermava che la prevedibilità di una nuova caduta “non pregiudica l’autenticità del proposito”: Lettera al card. William W. Baum e i partecipanti al corso annuale sulla giurisdizione interna organizzato dalla Penitenzieria Apostolica (22 marzo 1996), 5: L’Osservatore Romano, ed. settimanale in lingua spagnola, 5 aprile 1996, p. 4 [365] Commissione Teologica Internazionale, La speranza della salvezza per i bambini che muoiono senza battesimo (19 aprile 2007), 2. [366] Bolla Misericordiae vultus (11 aprile 2015), 15: AAS 107 (2015), 409. [367] Decr. Apostolicam actuositatem, sull’apostolato dei laici, 4. [368] Ibid. [369] Concilio Ecumenico Vaticano II, Cost. past Gaudium et spes, sulla Chiesa nel mondo d’oggi, 49. [370] Lettera enc. Deus caritas est (25 dicembre 2005), 16: AAS 98 (2006), 230. [371] Ibid., 39: AAS 98 (2006), 250. [372] Giovanni Paolo II, Esort. ap. postsin. Christifideles laici (30 dicembre 1988), 40: AAS 81 (1989), 468. [373] Ibid. [374] Rapporto finale 2015, 87. [375] Giovanni Paolo II, Esort. ap. Post-in. Vita consecrata (25 marzo 1996), 42: AAS 88 (1996), 416. [376] Cfr. Relazione finale 2015, 87. [377] Cfr. Giovanni Paolo II, Esortazione. ap. Familiaris consortio (22 novembre 1981), 57: AAS 74 (1982), 150. [378] Non dimentichiamo che l’Alleanza di Dio con il suo popolo si esprime come fidanzamento (cfr Ez 16,8.60; Is 62,5; Os 2,21-22), e la nuova Alleanza si presenta anche come matrimonio (cfr Ap. 19:7; 21:2; [379] Concilio Ecumenico Vaticano II, Cost. dogma. Lumen gentium, sulla Chiesa, 11. [380] Giovanni Paolo II, Esort. ap. Familiaris consortio (22 novembre 1981), 11: AAS 74 (1982), 93. [381] Id., Omelia nell’Eucaristia celebrata per le famiglie a Córdoba, Argentina (8 aprile 1987), 4: L’Osservatore Romano, ed. settimanale dentro Lingua spagnola, 26 aprile 1987, p. 21. [382] Cfr. Gemeinsames Leben, Monaco 1973 14, 18. [383] Seconda Iva. Concilio Ecumenico, Decreto. Apostolicam actuositatem, sull’apostolato dei laici, 11. [384] Catechesi (10 giugno 2015): L’Osservatore Romano, ed. settimanale in lingua spagnola, 12 giugno 2015, p. 16. [385] Giovanni Paolo II, Esort. ap. Familiaris consortio (22 novembre 1981), 12: AAS 74 (1982), 93. [386] Discorso alla Festa delle Famiglie e veglia di preghiera a Filadelfia (26 settembre 2015): L’Osservatore Romano, ed. settimanale in lingua spagnola, 2 ottobre 2015, p. 16. [387] Gabriel Marcel, Homo viator: prolégomènes à une métaphysique de l’espérance, Paris 1944, 63. [388] Relation final 2015, 88. [389] Cfr. Giovanni Paolo II, Esortazione. ap. Familiaris consortio (22 novembre 1981), 44: AAS 74 (1982), 136. [390] Ibid., 49: AAS 74 (1982), 141. [391] Sugli aspetti sociali della famiglia: cfr. Pontificio Consiglio “Giustizia e Pace”, Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa, 248-254.
Testo copiato da Amoris laetitia: Esortazione apostolica sull’amore nella famiglia (19 marzo 2016) | Francesco (vatican.va) © Copyright – Libreria Editrice Vaticana