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Giovanni Paolo II

29
Sep

Non c’è pace senza giustizia. Non c’è giustizia senza perdono. Giovanni Paolo II (1920 Polonia – 2005 Città del Vaticano)

MESSAGGIO DI SUA SANTITÀ GIOVANNI PAOLO II PER LA CELEBRAZIONE DELLA XXXV GIORNATA MONDIALE DELLA PACE 1 GENNAIO 2002 NON C’È PACE SENZA GIUSTIZIA. NON C’È GIUSTIZIA SENZA PERDONO pace. La pace: opera di giustizia e di amore 2. Quanto accaduto negli ultimi tempi, con gli eventi sanguinosi che abbiamo appena ricordato, mi ha spinto a proseguire una riflessione che spesso sgorga dal profondo del mio cuore, nel ricordare eventi storici che hanno segnato la mia vita, soprattutto negli anni della mia giovinezza. Le indicibili sofferenze di persone e popoli, tra cui molti miei amici e conoscenti, causate dal totalitarismo nazista e comunista, mi hanno sempre interpellato intimamente e incoraggiato la mia preghiera. Molte volte mi sono soffermato a riflettere su questa domanda: qual è la strada che porta al pieno ripristino dell’ordine morale e sociale, così barbaramente violato? La convinzione a cui sono giunto, ragionando e confrontandomi con la Rivelazione biblica, è che l’ordine spezzato non si ristabilisce completamente se non si coniugano tra loro giustizia e perdono. I pilastri della vera pace sono la giustizia e quella particolare forma di amore che è il perdono. 3. Ma come parlare, nelle circostanze attuali, di giustizia e, allo stesso tempo, di perdono come fonti e condizioni di pace? La mia risposta è che possiamo e dobbiamo parlarne nonostante le difficoltà che comporta, tra le altre ragioni, perché tendiamo a pensare alla giustizia e al perdono in termini alternativi. Ma il perdono si oppone al risentimento e alla vendetta, non alla giustizia. In realtà, la vera pace è «opera della giustizia» (Is 32,17). Come è successo? Come affermato dal Concilio Vaticano II, la pace è «il frutto dell’ordine assegnato alla società umana dal suo divino Fondatore e che gli uomini, sempre assetati di una giustizia più perfetta, devono attuare» (Cost. pastorale Gaudium et spes, 78). Da più di quindici secoli, nella Chiesa cattolica risuona l’insegnamento di Agostino d’Ippona, il quale ha ricordato che la pace, che va ricercata con il contributo di tutti, consiste nella tranquillitas ordinis, nella tranquillità dell’ordine (cfr De civitate Dei, 19,13). La vera pace, quindi, è frutto della giustizia, virtù morale e garanzia giuridica che assicura il pieno rispetto dei diritti e dei doveri, e l’equa distribuzione dei benefici e degli oneri. Ma, poiché la giustizia umana è sempre fragile e imperfetta, esposta ai limiti e agli egoismi personali e di gruppo, essa deve essere esercitata e in certo modo completata con il perdono, che guarisce le ferite e ristabilisce profondamente i rapporti umani troncati. Ciò vale sia per le tensioni che toccano i singoli individui, sia per quelle di portata più generale, e perfino internazionale. Il perdono non si oppone in alcun modo alla giustizia, perché non consiste nell’inibirsi di fronte alle legittime richieste di riparazione per l’ordine violato. Il perdono tende piuttosto a quella pienezza di giustizia che conduce alla tranquillità dell’ordine e che, essendo molto più di una fragile e temporanea cessazione delle ostilità, mira a una profonda guarigione dalle ferite. aprire. Per questa ripresa sono essenziali sia la giustizia che il perdono. Sono queste le due dimensioni della pace che desidero analizzare in questo messaggio. Quest’anno, la Giornata Mondiale offre a tutta l’umanità, e in particolare ai Capi delle Nazioni, l’opportunità di riflettere sulle esigenze di giustizia e sull’appello al perdono di fronte ai gravi problemi che continuano ad affliggere il mondo, tra cui, non ultimo, il nuovo livello di violenza introdotto dal terrorismo organizzato. Il fenomeno del terrorismo 4. È proprio la pace fondata sulla giustizia e sul perdono ad essere oggi attaccata dal terrorismo internazionale. Negli ultimi anni, soprattutto dopo la Guerra Fredda, il terrorismo si è trasformato in una sofisticata rete di collusione politica, tecnica ed economica, che supera i confini nazionali e si espande fino a coprire il mondo intero. Si tratta di vere e proprie organizzazioni, spesso dotate di ingenti risorse finanziarie, che progettano strategie su larga scala, attaccando persone innocenti e senza alcun coinvolgimento nelle prospettive volute dai terroristi. Usando i propri scagnozzi come arma contro persone disarmate e ignare, queste organizzazioni terroristiche mostrano in modo preponderante l’istinto di morte che le muove. Il terrorismo nasce dall’odio e genera isolamento, sfiducia ed esclusione. La violenza si aggiunge alla violenza, in una tragica spirale che contagia anche le nuove generazioni, che così ereditano l’odio che ha diviso le precedenti. Il terrorismo si basa sul disprezzo della vita umana. Proprio per questo non solo commette crimini intollerabili, ma costituisce di per sé, in quanto ricorso al terrore come strategia politica ed economica, un vero e proprio crimine contro l’umanità. 5. Esiste, quindi, il diritto di difendersi dal terrorismo. È un diritto che, come ogni altro, deve attenersi a norme morali e giuridiche, sia nella scelta degli obiettivi che dei mezzi. L’identificazione dei colpevoli deve essere debitamente provata, perché la responsabilità penale è sempre personale e, quindi, non può essere estesa alle nazioni, alle etnie o alle religioni a cui appartengono i terroristi. La collaborazione internazionale nella lotta contro le attività terroristiche deve comportare anche uno speciale impegno in ambito politico, diplomatico ed economico, per risolvere con coraggio e determinazione eventuali situazioni di oppressione ed emarginazione che potrebbero essere all’origine di piani terroristici. Il reclutamento di terroristi, infatti, è più facile in contesti sociali dove i diritti vengono violati e le ingiustizie tollerate per troppo tempo. Tuttavia, è necessario affermare chiaramente che le ingiustizie esistenti nel mondo non possono mai essere utilizzate come pretesto per giustificare gli attacchi. terroristi. Va inoltre sottolineato che tra le vittime della distruzione radicale dell’ordine, come intendono i terroristi, vanno annoverati innanzitutto i milioni di uomini e donne meno preparati a resistere al crollo della solidarietà internazionale. Mi riferisco specificamente alle popolazioni dei paesi in via di sviluppo, che già vivono con stretti margini di sopravvivenza, e che sarebbero le più colpite dal caos globale, economico e politico. La pretesa del terrorismo di agire a favore dei poveri è una palese falsità. Non si uccide in nome di Dio! 6. Chi uccide con attentati terroristici coltiva sentimenti di disprezzo verso l’umanità, esprimendo disperazione per la vita e per il futuro; Da questa prospettiva, puoi odiare e distruggere tutto. Il terrorista pensa che la verità in cui crede o la sofferenza subita sia così assoluta da legittimarlo a reagire distruggendo anche vite umane innocenti. Talvolta il terrorismo è figlio di un fondamentalismo fanatico, che nasce dalla convinzione di poter imporre a tutti la propria visione della verità. La verità, invece, anche quando è stata raggiunta – e ciò avviene sempre in modo limitato e perfettibile – non può mai essere imposta. Il rispetto della coscienza dell’altro, nella quale si riflette l’immagine stessa di Dio (cfr Gen 1,26-27), consente soltanto di proporre la verità all’altro, a cui spetta il compito di accoglierla responsabilmente. Cercando di imporre agli altri con La violenza, considerata verità, significa violare la dignità dell’essere umano e, in ultima analisi, insultare Dio, di cui essa è l’immagine. Pertanto, il fanatismo fondamentalista è un atteggiamento radicalmente contrario alla fede in Dio. Se guardiamo da vicino, il terrorismo non solo strumentalizza l’uomo, ma anche Dio, facendo di lui un idolo, di cui si serve per i propri obiettivi. 7. Pertanto, nessun leader religioso può essere indulgente con il terrorismo, tanto meno predicarlo. È una profanazione della religione proclamarci terroristi in nome di Dio, fare violenza all’uomo in suo nome. La violenza terroristica è contraria alla fede in Dio, Creatore dell’uomo; in Dio che si prende cura di lui e lo ama. In particolare, essa è totalmente contraria alla fede in Cristo, il Signore, che ha insegnato ai suoi discepoli a pregare così: «Rimetti a noi i nostri debiti, come noi li rimettiamo ai nostri debitori» (Mt 6,12). Seguendo l’insegnamento e l’esempio di Gesù, i cristiani sono convinti che mostrare misericordia significa vivere pienamente la verità della nostra vita: possiamo e dobbiamo essere misericordiosi, perché la misericordia ci è stata mostrata da un Dio che è Amore misericordioso (cfr 1 Gv 4,7-12). Il Dio che ci redime attraverso il suo ingresso nella storia, e che attraverso il dramma del Venerdì Santo prepara la vittoria del giorno di Pasqua, è un Dio di misericordia e di perdono (cfr Sal 103[102], 3-4.10-13). A coloro che si opponevano al fatto che mangiasse con lui peccatori, Gesù risponde loro: «Andate dunque e imparate cosa significa: voglio misericordia, non sacrificio. Perché non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori» (Mt 9,13). I seguaci di Cristo, battezzati nella sua morte e risurrezione, devono essere sempre uomini e donne di misericordia e di perdono. Bisogno di perdono 8. Ma cosa significa concretamente perdonare? E perché perdonare? ricordiamo che il perdono, prima di essere un fatto sociale, nasce nel cuore di ogni persona. Solo nella misura in cui si afferma un’etica e una cultura del perdono possiamo sperare anche in una «politica del perdono», espressa con atteggiamenti sociali e strumenti giuridici, in cui la stessa giustizia assuma un volto più umano. In realtà, il perdono è soprattutto una decisione personale, un’opzione del cuore che va contro l’istinto spontaneo di restituire male per male e, come modello supremo, il perdono di Cristo, che egli ha invocato dalla croce: «Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno» (Lc 23,34). ragioni umane. Il primo tra tutti è quello che fa riferimento all’esperienza vissuta dall’essere umano quando commette il male. Poi si rende conto della sua fragilità e vuole che gli altri siano indulgenti con lui. Allora perché non trattare gli altri nel modo in cui vorresti essere trattato tu? Ogni essere umano nutre la speranza di poter riprendere un cammino di vita e non rimanere per sempre prigioniero dei propri sbagli e delle proprie colpe. Sogna di poter guardare nuovamente verso il futuro, di scoprire ancora una prospettiva di fiducia e di impegno. 9. In quanto atto umano, il perdono è innanzitutto un’iniziativa di ciascuno nei confronti dei suoi simili. La persona, però, ha una dimensione essenzialmente sociale, attraverso la quale instaura una rete di relazioni sociali in cui si manifesta: non solo nel bene ma, purtroppo, anche nel male. La conseguenza di ciò è che il perdono è necessario anche nella sfera sociale. Le famiglie, i gruppi, gli Stati, la stessa Comunità Internazionale, hanno bisogno di aprirsi al perdono per rimediare ai rapporti interrotti, per superare situazioni di sterile condanna reciproca, per superare la tentazione di escludere gli altri, senza concedere loro alcuna possibilità di appello. La capacità di perdono è fondamentale in qualsiasi progetto per una società futura più giusta e solidale. Al contrario, la mancanza di perdono, soprattutto quando favorisce la continuazione dei conflitti, ha costi enormi per la collettività sviluppo delle città. Le risorse servono per mantenere la corsa agli armamenti, le spese delle guerre, le conseguenze delle estorsioni economiche. In questo modo viene a mancare la disponibilità finanziaria necessaria per promuovere lo sviluppo, la pace e la giustizia. Quanto soffre l’umanità per non sapersi riconciliare, quanti ritardi soffre per non sapersi perdonare! La pace è la condizione per lo sviluppo, ma la vera pace è possibile solo attraverso il perdono. Il perdono, la strada maestra 10. La proposta del perdono non è immediatamente compresa né facilmente accolta; È un messaggio un po’ paradossale. Il perdono, infatti, comporta sempre una perdita apparente nel breve periodo, mentre nel lungo periodo assicura un beneficio reale. La violenza è esattamente l’opposto: cerca un beneficio immediato, ma, a lungo termine, produce un danno reale e permanente. Il perdono potrebbe sembrare una debolezza; In realtà, sia per concederlo sia per accoglierlo, occorrono grande forza spirituale e coraggio morale. Lungi dall’essere un danno per la persona, il perdono la conduce verso un’umanità più piena e ricca, capace di riflettere in sé un raggio dello splendore del Creatore. Il ministero che svolgo al servizio del Vangelo mi fa sentire profondamente il dovere, e allo stesso tempo mi dà la forza, di insistere sulla necessità del perdono. Lo faccio anche oggi, sostenuto dalla speranza di poter provocare una riflessione serena e matura, di di fronte ad un rinnovamento generale, sia nei cuori delle persone che nei rapporti tra i popoli della terra. 11. Meditando sul tema del perdono, occorre ricordare alcune tragiche situazioni di conflitto, che da troppo tempo alimentano un odio profondo e lacerante, con la conseguente spirale incontrollabile di tragedie personali e collettive. Mi riferisco, in particolare, a quanto avviene in Terra Santa, luogo beato e sacro dell’incontro di Dio con gli uomini, luogo della vita, morte e risurrezione di Gesù, Principe della pace. La delicata situazione internazionale invita a sottolineare con rinnovata forza l’urgenza di una soluzione al conflitto arabo-israeliano, che dura da più di cinquant’anni, con un’alternanza di fasi più o meno acute. Il continuo ricorso ad atti terroristici o alla guerra, che aggravano la situazione per tutti e oscurano le prospettive, devono finalmente lasciare il posto a un negoziato decisivo. I diritti e le richieste di ciascuna parte saranno debitamente presi in considerazione e regolati in modo equo, se e quando la volontà di giustizia e riconciliazione prevarrà in tutti. A queste care popolazioni rivolgo ancora una volta un invito stringente a tendere verso una nuova era di rispetto reciproco e di intesa costruttiva. Comprensione e cooperazione interreligiosa 12. In questo grande sforzo, i leader religiosi hanno una responsabilità specifica. Le confessioni cristiane e le grandi religioni del Gli uomini devono collaborare tra loro per eliminare le cause sociali e culturali del terrorismo, insegnando la grandezza e la dignità della persona e diffondendo una maggiore consapevolezza dell’unità del genere umano. Questo è un campo concreto di dialogo e di collaborazione ecumenica e interreligiosa, per prestare un servizio urgente delle religioni alla pace tra i popoli. In particolare, sono convinto che i leader religiosi ebrei, cristiani e musulmani debbano prendere l’iniziativa, condannando pubblicamente il terrorismo, negando a chi vi partecipa qualsiasi forma di legittimazione religiosa o morale. 13. Dando testimonianza comune alla verità morale, secondo la quale l’omicidio deliberato di un innocente è sempre un peccato grave, ovunque e senza eccezioni, i leader religiosi del mondo favoriranno la formazione di un’opinione pubblica moralmente corretta. Questa è la condizione necessaria per la costruzione di una società internazionale capace di realizzare la tranquillità dell’ordine, della giustizia e della libertà. Un impegno di questo tipo da parte delle religioni non può non entrare nella via del perdono, che porta alla comprensione reciproca, al rispetto e alla fiducia. Il servizio che le religioni possono offrire a favore della pace e contro il terrorismo consiste proprio nella pedagogia del perdono, perché l’uomo che perdona o chiede perdono capisce che esiste una Verità più grande di lui e che, accogliendola, può trascendere se stessi. Preghiera per la pace 14. Proprio per questo la preghiera per la pace non è un elemento che “viene dopo” l’impegno per la pace. Al contrario, è al centro stesso dello sforzo di costruire la pace nell’ordine, nella giustizia e nella libertà. Pregare per la pace significa aprire il cuore umano all’irruzione della potenza rinnovatrice di Dio. Con la forza vivificante della sua grazia, Dio può aprire strade di pace dove sembrano esserci solo ostacoli e intralci; Può rafforzare ed espandere la solidarietà della famiglia umana, nonostante le lunghe storie di divisione e lotta. Pregare per la pace significa pregare per la giustizia, per un ordinamento adeguato delle Nazioni e nei rapporti tra di esse. Significa anche pregare per la libertà, soprattutto per la libertà religiosa, che è un diritto umano e civile fondamentale di ogni individuo. Pregare per la pace significa pregare per ottenere il perdono di Dio e crescere, allo stesso tempo, nel coraggio che è necessario a chi vuole, a sua volta, perdonare le offese ricevute. Per tutti questi motivi ho invitato i rappresentanti delle religioni del mondo a venire ad Assisi, la città di San Francesco, il 24 gennaio, per pregare per la pace. Con ciò vogliamo mostrare che il genuino sentimento religioso è una fonte inesauribile di rispetto reciproco e di armonia tra i popoli; In esso, inoltre, troviamo il principale antidoto contro la violenza e conflitti. In questi momenti di profonda preoccupazione, è necessario ricordare alla famiglia umana le ragioni sicure della nostra speranza. È proprio questo che vogliamo proclamare ad Assisi, chiedendo a Dio Onnipotente – secondo l’espressione attribuita allo stesso san Francesco – di renderci strumenti della sua pace. 15. Non c’è pace senza giustizia, non c’è giustizia senza perdono: questo voglio annunciare con questo Messaggio ai credenti e ai non credenti, agli uomini e alle donne di buona volontà, che hanno a cuore il bene della famiglia umana e il suo futuro. Non c’è pace senza giustizia, non c’è giustizia senza perdono: questo voglio ricordare a coloro che hanno in mano il destino delle comunità umane, affinché possano sempre lasciarsi guidare nelle loro decisioni serie e difficili dalla luce del vero bene dell’uomo, nella prospettiva del bene comune. Non c’è pace senza giustizia, non c’è giustizia senza perdono: non mi stancherò di ripetere questa esortazione a quanti, per un motivo o per l’altro, nutrono dentro di sé odio, desiderio di vendetta o desiderio di distruzione. In questa Giornata della Pace, si levi dal cuore di ogni credente, in modo più intenso, la preghiera per tutte le vittime del terrorismo, per le loro famiglie tragicamente colpite e per tutti i popoli che continuano ad essere feriti e turbati dal terrorismo e dalla guerra. Non siano esclusi dalla nostra preghiera coloro che offendono gravemente Dio e l’uomo con questi atti spietati: siano esauditi riflettere sulle proprie azioni e rendersi conto del male che causano, così da sentirsi obbligati ad abbandonare ogni intenzione di violenza e chiedere perdono. Possa l’umanità, in questi tempi incerti, saper trovare la pace vera e duratura, quella pace che può nascere solo dall’incontro della giustizia con la misericordia. Vaticano, 8 dicembre 2001. © Copyright – Libreria Editrice Vaticana XXXV Giornata Mondiale della Pace 2002, Non c’è pace senza giustizia. Non c’è giustizia senza perdono | Giovanni Paolo II (vatican.va)

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